Ritratto di Andrea Giostra
Autore Andrea Giostra :: 23 Agosto 2019

Erica Muraca: «Tutto quello che creo nasce da un’urgenza, da un bisogno di prendere per mano il pubblico e di trascinarlo con me in un luogo dove le speranze diventano realtà»

Erica Muraca

Ciao Erica, benvenuta e grazie per la tua disponibilità. Se volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale artista della settima arte?
Grazie a te, Andrea. Inizierei così: il cinema mi ha conquistata cinque anni fa. Io vengo dalla danza prima e dal teatro poi. Credevo che sarei rimasta in questi ambiti per il resto della mia vita fino a quando, nel 2014, mi è stato regalato un viaggio in California e a Los Angeles ho cambiato idea. Anzi no, non ho cambiato idea, la mia idea si è espansa. All’epoca mi occupavo già di regia ma solo in ambito teatrale. Quando ho sentito che avevo un messaggio da portare a un pubblico più ampio non ho avuto molta scelta se non l’espansione. Ecco, per me la regia cinematografica è espansione.

Nel tuo sito ufficiale ti definisci una “Registra Trasformazionale”. Vuoi spiegare ai nostri lettori cosa significa esattamente?
Mi definisco Regista Trasformazionale perché non mi occupo solo dell’arco di trasformazione dei personaggi della storia ma anche e soprattutto di quello del pubblico. Tutto quello che creo ha lo scopo di cambiare il punto di vista degli spettatori sulla realtà circostante e, di conseguenza, il loro approccio alla vita. Il mio obiettivo è di farli uscire dalla sala con la convinzione che anche loro possono cambiare vita e possono farlo da subito. Utilizzo tecniche che appartengono al mondo del life e spiritual coaching (da qui il termine ‘trasformazionale’) nella struttura, nella scrittura e nei contenuti del film. In molte creazioni esplicito anche quali tecniche utilizzo e come e in questo modo le passo direttamente al pubblico. Attraverso quello che creo mostro al pubblico come rompere la quarta parete della vita, quella cioè che divide il possibile dall’impossibile e rendere possibile tutto.

Qual è stato il tuo percorso artistico che ti ha condotto dove sei ora professionalmente?
È stato un percorso artistico molto vario. Tanti anni di danza e coreografia che oggi m’ispirano nel montaggio video, nel gioco con i contrasti immagini-musica, nel creare composizioni a effetto e nel prediligere un girato fatto di movimento, anche azzardato, della camera. Poi il teatro, da attrice prima e da regista poi, con la sua profondità e con il suo bisogno di contatto con il pubblico mi ha insegnato ad avere un rapporto di onestà e di rispetto con lo spettatore: è lui che rende possibile l’esistenza dell’atto scenico, ha pagato un biglietto per salire su un mezzo che possa condurlo a una verità e a te, che stai in scena, spetta di trasportarlo. Poi il teatro sociale, il master in drammaterapia e i percorsi di crescita personale e spirituale hanno reso possibile la mia espansione al mondo del cinema: tutto quello che creo nasce da un’urgenza, da un bisogno di prenderlo per mano quel pubblico e di trascinarlo con me in un luogo dove le speranze diventano realtà, dove il paradiso esiste ed è già qui, dove la vita ti porta esattamente dove vuoi tu. E solo il cinema può rendere visibile questa trasformazione e questo nuovo modo di vivere nel mondo.

Come nasce la tua passione per il cinema?
Sono l’ultima di quattro figli e i miei fratelli sono molto più grandi di me. Sono cresciuta senza cartoni animati, solo film, tutto il tempo. Alternavo serie televisive a film, film a serie televisive. Guardavo lo stesso film, anche tre, quattro volte al giorno, per imparare a memoria le battute e poi le recitavo in giro per casa. A 8 anni avevo le idee molto chiare e ripetevo che un giorno sarei andata a vivere a Hollywood. Così fino alle medie. Ricordo certe estati in cui, con i miei cugini al mare, passavamo i giorni a girare corti tra il paradossale e l’horror. I miei genitori pensavano che tutto si sarebbe ‘risolto’ una volta arrivata alle scuole superiori e invece no: a quattordici anni mi sono iscritta all’Istituto d’Arte di Parma a un corso sperimentale in Discipline dello Spettacolo e ho iniziato ad appassionarmi al cinema espressionista tedesco e al cinema neorealista. Mia madre ha visto con me film muti e in bianco e nero per anni. In casa avevamo VHS ovunque, registravo qualsiasi cosa in TV. A tredici anni ho rubato la videocamera a mio fratello, a diciassette ho comprato la mia prima. Giravo video alle feste con amici, ai concerti, in vacanza. Solo adesso, pensandoci, mi rendo conto da dove nasce una certa passione per i documentari…

Chi sono i tuoi modelli e chi sono stati i tuoi maestri che vuoi ricordare in questa intervista?
In primis, il Fritz Lang di Metropolis. Questo film mi ha segnata e per certi aspetti, sconvolta. Qui ci ho visto, per la prima volta, il genio. Non sto parlando solo della regia o della musica: sto parlando dell’urgenza di narrare un disagio interiore e di riuscire a rifletterlo, come uno specchio, nella realtà circostante. Poi il cinema neorealista con la sua verità e il bisogno di stare con la gente, di raccontare la gente. Lì, ho trovato una dimensione sociale che mi appartiene. Un cinema fatto dalle persone, per le persone. In questo caso è difficile scegliere un regista ma, influenzata da un incontro pubblico tenuto da Martin Scorsese qui a Roma qualche mese fa in cui elencava i suoi autori preferiti, direi che ci sono ottime motivazioni per preferire, su tutti, lui: Pierpaolo Pasolini. Poi Terrence Malick, con il suo stile riflessivo, filosofico e spirituale che appartiene anche ai miei lavori. Le opere di Malick le ho scoperte dopo aver esordito con il mio primo cortometraggio: in quell’occasione mi è stato detto che forse avrei potuto apprezzare l’Albero della Vita, e così è stato. In generale amo molto le storie vere e i biopic. Amo coniugare una certa ‘necessità’ di fare cinema (come se quest’ultimo diventasse, a un certo punto, una protesi dell’anima) e scelte tecniche e stiliste azzardate.

Chi sono secondo te i più bravi registi nel panorama internazionale e nazionale? E con chi di loro ti piacerebbe lavorare e perché?
Tra gli italiani: Matteo Rovere per l’audacia di un cinema che grazie a lui ha alzato l’asticella dello standard anche in questo paese sia a livello narrativo che tecnico; Paolo Virzì per la profondità dei contenuti, per le trame interiori - intricate e per la caratterizzazione dei personaggi; Paolo Genovese per la genuinità mai scontata e mai banale: riesce sempre a farti sentire ‘uno di casa’ in ogni suo film. Tra gli stranieri: Christopher Nolan per l’intelligenza dei contenuti e dello stile dei suoi film; anche se di Damien Chazelle ho amato solo Whiplash, ne ammiro l’eclettismo: gli ultimi suoi tre film sembrano girati da tre paia di mani diverse; l’unico di cui davvero non mi stanco mai è Steven Spielberg ma credo che su questo siamo tutti d’accordo. Lavorerei con tutti loro più uno: Martin Scorsese.

«Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito». Sergio Leone (1929-1989). Cosa pensi di questa frase detta dal grande maestro Sergio Leone? Cosa deve essere il cinema per chi lo crea e per chi ne gode da spettatore?
‘Wow’. Non solo rispondo così all’affermazione di Sergio Leone ma rispondo così anche in merito a quello che dovrebbe essere il cinema per chi lo crea e per chi ne fruisce. ‘Wow’ e non sto parlando solo di spettacolo. Sergio Leone parla di mito e il mito ha una componente di epicità fondamentale. L’epicità è quella cosa che tutti ci aspettiamo di vedere al cinema. La vediamo nelle storie raccontate e nel modo in cui vengono raccontate. L’epicità è alla base anche del moto delle emozioni, quelle emozioni che ci tengono incollati alla poltrona della sala. Quando da spettatori esclamiamo ‘Wow’ allora stiamo vedendo il film che fa per noi e non solo: stiamo vedendo un film che potenzialmente potrebbe cambiarci la vita. Mito, epicità e ‘Wow’. Il mito narra storie che ammiriamo, racconti potenti che hanno cambiato la storia di uno o di molti. Attraverso il cinema trasformazionale mi piacerebbe trasmettere al pubblico l’idea che ogni vita, anche la loro, può avere tutte queste caratteristiche. La trasformazione di cui parlo è carica di una forza che plasma la realtà, di un finale che crea valore per se stessi e per gli altri, di un percorso che mostra l’epicità anche nella nostra quotidianità. In questo senso il cinema diventa mito quando si fa mezzo di un modo per riappropriarsi della profondità e della unicità delle nostre esistenze: essere qui per fare la differenza. Anche per questo chi lavora nel mondo del cinema dovrebbe sempre pensare di essere tramite di un effetto ‘Wow’.

«Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di aver mai avuto una vita al di fuori del cinema; e in qualche modo è stato, lo riconosco, una limitazione.» Bernardo Bertolucci (1941-2018). Qual è la tua posizione da addetto ai lavori, di chi il cinema lo vive come professione ma anche come passione, rispetto a quello che disse Bertolucci? Oltre ad essere un’arte, cos’è il cinema per te?
Un mezzo per una trasformazione. Prima di tutto lo è stato per me, per la mia di vita. Se non avessi visto il cinema, cinque anni fa, nelle mie possibilità future forse avrei smesso di fare ricerca sia a livello artistico che personale. Se non credessi profondamente nelle possibilità che ha il cinema di plasmare la mente e l’anima delle persone, forse oggi mi starei dedicando ad altro. Io vivo di una ricerca costante nel campo della crescita personale e spirituale, il cinema è solo un mezzo per portare al pubblico l’esito di queste ricerche con la presunzione che questo mio ‘andare’ cambi la vita di altre persone e lo faccia per un numero sempre maggiore d’individui e in modo sempre più veloce. Il cinema ha dato una casa alle mie ricerche, alle mie intuizioni, alle mie creazioni.

«Tutti i film che ho realizzato sono partiti dalla lettura di un libro. I libri che ho trasformato in film avevano quasi sempre un aspetto che a una prima lettura mi portava a domandarmi: “È una storia fantastica; ma se ne potrà fare un film?” Ho sempre dei sospetti quando un libro sembra prestarsi troppo bene alla trasposizione cinematografica. Di solito significa che è troppo simile ad altre storie già raccontate e la mente salta troppo presto alle conclusioni, capendo subito come lo si potrebbe trasformare in film. La cosa più difficile per me è trovare la storia. È molto più difficile che trovare i finanziamenti, scrivere il copione, girare il film, montarlo e così via. Mi ci sono voluti cinque anni per ciascuno degli ultimi tre film perché è difficilissimo trovare qualcosa che secondo me valga la pena di realizzare. (…) Le buone storie adatte a essere trasformate in un film sono talmente rare che l’argomento è secondario. Mi sono semplicemente messo a leggere di tutto. Quando cerco una storia leggo per una media di cinque ore al giorno, basandomi sulle segnalazioni delle riviste e anche su lettura casuali.» (tratto da “Candidamente Kubrick”, di Gene Siskel, pubblicato sul Chicago Tribune, 21 giugno 1987). La maggior parte degli scrittori ha un grande sogno: quello che un loro libro, un loro romanzo diventi un film realizzato da un grande regista. Tu a questo proposito cosa pensi delle parole di Kubrick sulle storie raccontate nei libri per farne dei film? Cosa serve secondo te perché un romanzo possa catturare l’interesse di un grande regista cinematografico?
Io credo dipenda soprattutto dall’incontro romanzo/storia-regista. Il momento giusto, la persona giusta, l’ispirazione giusta a volte dissolvono improvvisamente i molti ostacoli e i molti dubbi che normalmente si presentano nel momento in cui pianifichiamo una creazione. Quella sincronicità è qualcosa che non si può controllare. Avviene, punto. Quando avviene, un romanzo che pareva impossibile diventasse un film viene girato. Io posso dire quello che cattura la mia attenzione: la realtà potenziata. Storie che parlano di una vita completamente trasformata, un mondo che si trasforma in un paradiso, la materializzazione di qualcosa che sembrava impossibile. Questo è quello che cerco io nelle storie che ispirano i miei lavori. Ho detto che amo le storie vere e i biopic, mi piacciono le storie che narrano di cose impossibili diventate possibili. Mi piace l’idea di avere dei riferimenti concreti, di portare al pubblico esempi reali, vite vissute, strutture di pensiero e azione che possono replicare. In questi giorni sto ricevendo molte storie di persone che hanno affrontato situazioni tragiche nella loro vita, che si sono rialzate e oggi stanno aiutando altre persone a superare le difficoltà. Sto leggendo due libri diversi che narrano di storie vere e potenzialmente, entrambi, potrebbero diventare un film. Per me non è difficile trovare storie, sono circondata da storie vere che secondo me potrebbero fare la differenza per molte persone e le racconterei tutte. Anzi, in realtà, sto pianificando di raccontarle tutte. Solo negli ultimi mesi ho proposto quattro progetti diversi alla casa di produzione con cui collaboro. Io non so quando avverrà la sincronicità che dissolve ostacoli e dubbi e manda un progetto in produzione ma so che mi devo far trovare pronta e le molte storie che ho in mente e che ricevo mi permettono di esserlo.

«La sceneggiatura è il genere di scrittura meno comunicativo che sia mai stato concepito. È difficile trasmettere l’atmosfera ed è difficile trasmettere le immagini. Si può trasmettere il dialogo; se ci si attiene alle convenzioni di una sceneggiatura, la descrizione deve essere molto breve e telegrafica. Non si può creare un’atmosfera o niente del genere…» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Cosa ne pensi delle parole di Kubrik sulla sceneggiatura? Quanto è importante la sceneggiatura per la realizzazione di un’opera cinematografica?
Strutturalmente è fondamentale. Perché dico strutturalmente? Perché condivido l’idea che sia difficile trasmettere atmosfera e immagini all’interno della sceneggiatura. La struttura della sceneggiatura è una mappa che ti fa capire se stai andando nella direzione giusta. Come Google Maps nella visualizzazione delle mappe, puoi scegliere tra predefinita, satellite e rilievo ma poi la realtà che vedi dal parabrezza della tua auto è di molto diversa. Se ami improvvisare, la sceneggiatura ti mostra una linea da seguire, una visualizzazione ‘predefinita’ del film e il resto lo scopri mentre giri. Se vuoi avere maggiore chiarezza dall’inizio, una ‘visualizzazione satellitare’ del film ti premette definirne meglio i dettagli. Secondo il ruolo della sceneggiatura in un film dipende molto dal genere di film che giri, dal cast, dal budget, dall’esperienza e dall’intuito del regista. Io giro partendo almeno da una struttura: i corpi dei miei film, senza scheletro, non si muoverebbero… ma esistono registi che non utilizzano nemmeno questa.

Perché secondo te oggi il cinema e il teatro sono importanti?
Sono fondamentali per trasformare la realtà e ridare alle persone quel potere personale che sentono di aver perso.

A cosa stai lavorando in questo momento? Quali i tuoi prossimi appuntamenti di lavoro che vuoi anticiparci?
Sto lavorando al mio primo documentario. Racconto storie di vita di persone che hanno vissuto una grande trasformazione, che hanno fatto esperienza di quell’effetto ‘Wow’ di cui prima. Come dicevo “persone per le persone”. Racconto storie vere che, sono certa, prenderanno per mano il pubblico e lo porteranno in una dimensione in cui la realtà cambia e si potenzia. E quella realtà, quella nuova vita, sarà già possibile.

Immagina una convention all’americana, Erica, tenuta in un teatro italiano, con qualche migliaio di adolescenti appassionati di cinema. Sei invitata ad aprire il simposio con una tua introduzione di quindici minuti. Cosa diresti a tutti quei ragazzi per appassionarli al mondo del teatro e della settima arte? Quali secondo te le tre cose più importanti da raccontare loro sulla tua arte?
“Quanti di voi conoscono Iron Man? Io lo adoro. È il mio super eroe preferito. A casa ho una sua riproduzione in miniatura, un modellino che guardo spesso quando mi sento triste e debole. Amo il suo essere così concreto, intelligente e forte. Quanti di voi vorrebbero avere il successo di Tony Stark anche nella loro di vita? E quanti di voi vorrebbero la sua armatura da Iron Man? Io vorrei tutte queste cose più una: il suo equilibrio come persona. Tony è una persona profondamente equilibrata, uno che sa gestire contemporaneamente affari, famiglia e la missione di salvare il mondo. Il suo equilibrio è così profondo che non vacilla nemmeno di fronte alla scelta della morte nel finale di Avengers Endgame. Cosa pensereste se vi dicessi che conosco un modo o più modi per gestire l’equilibrio esattamente come Tony? Forse non v’interesserebbe più di tanto. E se vi dicessi che nelle mie creazioni racconto di storie di vita di persone che hanno avuto successo esattamente come lui? Forse avrebbe il sapore per voi di qualcosa di già visto e sentito. Invece io sono qui a dirvi che nei miei film parlo di come avere e indossare quell’armatura che vi protegge negli scontri più difficili, che dissolve i problemi più ostici, che rivela la parte migliore e più forte di voi in qualsiasi momento. Nei miei film vi parlo di come potete essere un pilastro in mezzo al disastro e salvare la vita delle persone intorno a voi. Questo è quello che mostro con il cinema trasformazionale.”

 

Erica Muraca

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Foto di Emanuele Giacomini

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