Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 3 Luglio 2014

The incomplete di Jan Soldat

Si può vivere senza assecondare il proprio essere? Sì, perché il novanta per cento e forse più delle caratteristiche individuali dipende da regole imposte dalla collettività. La società in cui viviamo fin dal momento della nostra nascita stabilisce un determinato percorso, in pratica obbligato. Ogni essere umano si ritrova in una strada, in uno spazio che può risultare adeguato oppure insopportabile per condurre la propria esistenza.

Per questo motivo il film di Jan Soldat, non poteva che iniziare chiedendo al protagonista di Der Unfertige – The Incomplete di presentarsi. Nella prima scena vediamo qualcosa di estremamente singolare. Se, infatti, in una presentazione, ci troviamo di fronte a un operaio, sarà di sicuro necessario per una corretta individuazione anche che il personaggio di turno vesta con quegli indumenti che possono confermare o meno le parole del personaggio. È quello che succede sempre in televisione: di solito troviamo persone col camice da medico oppure col grembiule e il cappello da cuoco. In questi casi l’immedesimazione è veloce, l’individuazione da parte dello spettatore è sicura.

 

 

Ma in questo caso il protagonista di The incomplete, Klaus Johannes Wolf, ci dice più direttamente cosa lui è in rapporto alla sua reale esistenza. Klaus è gay, ed è uno schiavo e quest’ultima caratteristica coincide con la sua immagine: Klaus è nudo e in catene, sdraiato sul letto di casa.

In molte opere sulle tematiche sessuali e in particolare quelle delle minoranze, troviamo spesso questo tipo di dichiarazioni. Il fatto di indicare il proprio orientamento sessuale è un dato importante, fondamentale: è il momento chiave della storia che si racconta, anche la scena madre di un’opera di fiction, laddove cadono tutte le barriere e si è soltanto quello che si può essere davanti a se stessi e agli altri e alla macchina da presa.

Lo stile cinematografico per visualizzare questo tipo di scene è ancora più importante. Basta una scelta sbagliata nella messa in scena che tutta l’opera ne risente. La regia di Jan Soldat è invece solidissima, perché riesce a creare un occhio che guarda dal basso, prima di tutto, senza volgere subito lo sguardo da un’altra parte con sterili montaggi e, in secondo luogo, un orecchio che ascolta, che ha il compito precipuo di avvicinarsi alle parole della persona che sta testimoniando il suo percorso esistenziale. Ovvio che il regista vuole farci empatizzare con Klaus. E se questo all’inizio può sembrare impossibile per molti spettatori, lo stile di Soldat sobrio e diretto fa sì che lo spettatore non si senta minacciato dalla presenza di Klaus.

Dalle parole di Klaus si apprende il suo “work in progress”, i “lavori in corso” della sua vita, perché non si nasce subito consapevoli del proprio percorso, ma piano piano si arriva a una coscienza di sé, del proprio essere. E Klaus, a sessant’anni, mostra tutta la serenità di un uomo che ha conquistato la sua vera essenza e la vive ogni giorno con assoluta naturalezza. Così diventa tutto normale, l’essere nudi e incatenati, i giochi erotici con un compagno, la residenza in un campo di schiavi. È un mondo civile, la Germania di oggi, che sembra lontanissimo dalla disonestà intellettuale di molti altri paesi. Per vedere il film di Soldat, occorre innanzi tutto liberarsi dalle incrostazioni ideologiche delle società più retrive e accettare quanto meno la posizione di ascolto senza giudizio.

Jan Soldat, autore giovanissimo, non è nuovo a opere così “semplicemente” estreme, avendo già firmato un altro documentario Be Loved, sulla zoofilia, rapporti tra uomini e cani, che ha partecipato alla Berlinale 2010, dove ha presentato anche Law and Order, nel 2012, su tematiche quali il feticismo.

The incomplete, dopo esser stato visto e dimenticato al festival di Roma 2013, è stato di recente al Festival Indie a Lisbona e a Edimburgo 2014.

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