Ritratto di Rosa Maiuccaro
Autore Rosa Maiuccaro :: 19 Luglio 2014

Prima di esibirsi in Niccioleta per la rassegna CassinoOFF, Ascanio Celestini ha analizzato il suo teatro in un'intervista a tutto tondo durante la quale ci ha anticipato qualcosa riguardo il suo nuovo film dal titolo provvisorio Viva la sposa

In un altro paese non avrebbe bisogno di presentazioni, ma nell’Italietta contemporanea non tutti conoscono il genio di Ascanio Celestini. L’eclettico artista romano è impegnato da anni in una fervida attività teatrale, tra i suoi spettacoli più importanti ricordiamo La Fila Indiana, Pro Patria e i Discorsi alla Nazione. I suoi spettacoli sono spesso seguiti o seguono la pubblicazioni di libri sui temi del precariato (Lotta di Classe), la salute mentale (La Pecora Nera), il razzismo (Io cammino in fila indiana), le condizioni delle carceri italiane (Pro Patria). Ascanio Celestini è un artista completo che fa un uso geniale della parola servendosi di un linguaggio fortemente metaforico, un'ironia pungente, talvolta cinica, per scuotere il nostro Paese dal torpore culturale in cui è piombato. Attraverso la sua attività artistica è da anni impegnato nel sociale, come testimoniano gli articoli del blog che cura sul sito de Il Fatto Quotidiano. La scorsa settimana si è esibito, in occasione della rassegna CassinoOFF, nel commuovente Niccioleta, una lettura nata da un’idea di Andrea Camilleri. Era il 13 giugno 1944 quando i reparti nazisti e fascisti invasero Niccioleta, una piccola cittadina toscana. Sei minatori verranno fucilati, altri 77 giustiziati, 21 spediti in Germania. La loro colpa è stata quella di non essersi presentati ai posti di polizia fascisti e tedeschi a causa di un manifesto di Giorgio Almirante affisso in tutti i comuni della provincia di Grosseto. Con l’intelligenza e la sensibilità che lo contraddistinguono, Celestini riesce ancora una volta a rievocare il passato tramite un racconto delicato, evocativo ed emozionante.

Non è la prima volta che l’artista romano si cimenta nel racconto di una strage poiché nel 2000 raccontò l'eccidio delle Fosse Ardeatine in Radio Clandestina. “Fu Mario Martone a propormi quel testo. Avevo già lavorato sul tema della Seconda Guerra Mondiale e conoscevo la vicenda delle Fosse Ardeatine, però per me che lavoro sul racconto orale era difficile fare uno spettacolo su quella vicenda perché in quel caso la memoria è stata falsata. Nel libro di Alessandro Portelli ho trovato quella pluralità di voci che mi permettevano di mettere in luce le contraddizioni di quella storia. Niccioleta invece è una lettura che nasce dall’incontro con Andrea Camilleri che ha proposto a me, Marco Paolini e Marco Baliani tre storie da raccontare. Ognuno di noi ha elaborato il racconto a suo modo. È la storia di una strage ma soprattutto una storia di lavoro. I minatori di Niccioleta facevano i turni di guardia per impedire che i tedeschi facessero esplodere la loro miniera. I tedeschi giungeranno a Niccioleta con ben altre intenzioni. Perciò è prima di tutto una storia di lavoro alla quale ho collegato la storia dei morti in miniera di Ribolla nel 1954 e poi concludo con un pensiero agli operai dell’Ilva”.

Ascanio Celestini vive nella borgata romana di Morena, dove è nato e cresciuto insieme alla sua famiglia. Una scelta casuale che si è poi diventata anche culturale. I suoi spettacoli tentano di alimentare una presa di coscienza collettiva e di abbattere la cultura del pregiudizio. “Il mio è stato quasi sempre un lavoro di natura etnografica e antropologica, cercando l’altro molto vicino casa, senza andare dall’altra parte del mondo. Non affronto dei temi per denunciare degli scandali, perché sarebbero degli spettacoli politici noiosissimi. Scelgo delle belle storie che raccontino l’individuo perché ciò che mi interessa di più è coglierne le contraddizioni”. All’inizio de La Fila Indiana, uno dei suoi spettacoli più noti, afferma: “Se il mondo è tutto ciò che accade, allora non sta succedendo nulla”, quasi una dichiarazione di intenti e l'inizio di un viaggio verso la consavolezza. “Io spero che la scrittura in generale aiuti ad acquisire un altro punto di vista, mettendo in discussione quello che abbiamo già. In Hotel Savoy di Joseph Roth, il protagonista, tornando dalla guerra e osservando le stratificazioni sociali che si sono create, sostiene di sentirsi più un cittadino dell’hotel che non un cittadino di una determinata nazione e afferma che forse un giorno tra cent’anni saremo tutti così. Io credo che oggi questo stia per verificarsi. Siamo tutti meno legati alle nostre realtà locali e sempre più cittadini del mondo. Questa perdita di radici può essere una condizione sfavorevole ma di fatto è il futuro. L’arte deve mirare alla consapevolezza di questo spaesamento".

Il linguaggio evocativo che utilizza nei suoi spettacoli rischia di apparire talvolta incomprensibile per chi non è in possesso degli strumenti per poterne fruire. “Certe volte è molto strano. Per esempio alla fine de I Discorsi alla Nazione, faccio un discorso becero e populista, dove faccio dire a Gramsci delle cose che non direbbe mai. Poi viene gente dietro le quinte a complimentarsi convinta che Gramsci direbbe così. Altre volte mi è capitato di recitarlo fuori dal teatro davanti a delle persone che erano convinte fossi un politico e che addirittura mi rispondevano. Se i giornalisti insultano i politici, le persone invece che riflettere sulla descrizione delle persone o degli eventi, si caricano di una rabbia infantile. Quando Berlusconi dice 'meglio avere la passione per le donne che essere gay', va a lavorare su un pregiudizio radicato. Oppure quando il cardinale Bagnasco venne accusato di aver detto che gli omosessuali sono pedofili, anche se il suo discorso era più elaborato, la sua operazione, voluta o non voluta, è stata quella di associare due termini come omosessualità e pedofilia verso i quali esiste un pregiudizio molto preciso. Allora noi che facciamo letteratura come ci relazioniamo con un pubblico abituato a questo linguaggio? Per questo accade che in molti miei spettacoli lo spettatore riconosca il linguaggio televisivo a cui è abituato e confonda il senso di ciò che sto cercando di comunicare. E non parlo sono delle persone comuni, anche i critici spesso sbagliano. Renato Palazzi, il critico del Sole 24 Ore, ha detto che facevo apologia del terrorismo perché lo faceva il personaggio che interpretavo. Ma per caso quando Amleto muore chiamiamo l’ambulanza?”.

Nel 2010 ha esordito dietro la macchina da presa con un piccolo gioiellino, La Pecora Nera, molto apprezzato dal pubblico e dalla critica, sul tema della salute mentale. Ma che rapporto ha Celestini con la follia? “Un infermiere che ho intervistato mi faceva l’esempio di quando, non convinti di aver chiuso la porta della macchina, torniamo indietro per verificare. Ecco - mi ha detto - tu immagina di farlo all’infinito. La follia è molto spesso un meccanismo che appartiene a tutti, un disagio che qualcuno riesce a gestire meglio, qualcuno male, qualcun altro per niente. Ho incontrato un gruppo di persone seguite da un servizio psichiatrico e parlando con uno di loro, mi diceva che sentiva le voci, ma che c’erano dei periodi durante i quali a causa dell’assunzione di alcuni farmaci smetteva di sentirle. Eppure mi disse che lui un po’ desiderava sentirle perché non voleva questa pulizia totale della sua testa. Chi vive un disagio mentale evidente, in realtà vive dei disagi che viviamo tutti noi, solo che ormai sono diventati ingestibili. Non voglio dire che siamo tutti matti ma che in fondo nessuno lo è davvero”.

Presto lo rivedremo dietro la macchina da presa, come ci ha anticipato lui stesso. “Ho iniziato a fare i provini e, se tutto va bene, comincio a girare alla fine di ottobre. Faccio difficoltà a parlare del soggetto perché è un po’ complicato. È la storia di una gran quantità di personaggi che vivono in maniera molto fatalista e che rischiano continuamente di finire male. Non tutti finiscono male, qualcuno per caso o per fortuna si salva. Il titolo provvisorio è Viva la sposa perché al di sopra della storia di tutti questi personaggi c’è un’attrice americana che è andata in coma in Italia, che si risveglia, si innamora del Belpaese e dopo essersi sposata comincia un lungo viaggio di nozze per tutta l’Italia. Poi i personaggi di questa storia la vedono continuamente o dal vivo o in televisione o ne parlano mentre lei viaggia. Proprio come simbolo di questo loro fatalismo vedono questo fantasma buono che si aggira in un paese che non è neanche più devastato ma con un flusso non più definito”.

I racconti della memoria, l’impegno politico e sociale, insomma Ascanio Celestini sembra avere l’identikit perfetto di un idealista del nostro tempo. “Non solo, sono anche molto ottimista. Solo qualche giorno fa parlavo a cena con degli amici sostenendo che è possibile fare un lavoro che ci piace. Tutti mi davano dell’idealista, dicendo che il lavoro è qualcosa che si fa solamente per guadagnare mentre il piacere risiede in altre cose. Fortunatamente non tutti la pensano così. Per me esiste un lavoro che non si fa solamente per guadagno ma anche per il piacere di farlo volontariamente. C’è un tempo del regalo e del dono. Recentemente ho parlato con una ragazza che faceva parte di un movimento territoriale, per impedire la costruzione di una base militare americana. Mi ha confidato che secondo lei la base l’avrebbero costruita ma che comunque la sera preferiva andare al presidio con gli altri attivisti piuttosto che al pub con le amiche perché questo rende la sua vita migliore. Ecco perché credo che ci siano molte persone che stanno frenando la deriva di questo paese".

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