Ritratto di Annamaria Scali
Autore Annamaria Scali :: 17 Dicembre 2014
Locandina di Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

Recensione di Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate: mille potenzialità e debole riuscita, dentro il puro intrattenimento Peter Jackson singhiozza sul piano passionale, drammatico e narrativo restituendo fragore scenico e nulla più

L’eroica e medievale battaglia finale di Peter Jackson, concepita per essere collegamento con Il Signore degli Anelli e apoteosi della sua epica fantasy, si aggancia esattamente all’ira di Smaug che aveva concluso il precedente capitolo. Raccolto in dieci intensi minuti di colonne di fuoco incandescente il drago scatena la sua vendetta decimando il villaggio di Pontelagolungo, mentre l’unica arma di salvezza è una freccia con punta incrociata a cui Luke Evans mira per trafiggere la leggenda.

L’incipit di Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate è l’epilogo, l’allerta, l’Anello tra passato e futuro della Terra di Mezzo, la congiunzione tra "l’amore spietato e geloso dell’oro" e la minaccia del male assoluto di Sauron. Tutte carte in mano a un regista che ha estratto da poco più di centocinquanta pagine di romanzo il preludio dell’avventura tolkieniana e che, chiaro come non mai in questo episodio, si lega a quell’universo abitato da lucenti speranze implacabili e da immondi eserciti di orchi. Esseri raccapriccianti che agli albori del potere bramano il dominio della Montagna Solitaria e i tesori sottratti a Smaug.

Lo Hobbit passa così da un nemico all’altro, facendo sospirare una delle chiuse più imponenti mai ideate, dentro cui la protervia degli uomini si fa scontro interrazziale e deforma il cuore di chi combatte solo per le ricchezze. Thorin è l’accecato erede di Smaug perso nel tunnel della solitudine, edificato su una splendida immagine d’oro brunito alla metà del film, avviluppato nella follia che inevitabilmente chiede l’aiuto del timoroso Bilbo Baggins. L’unico coprotagonista che nel gruppo si distingue, pur restando un personaggio definito dall’ambiguità del tesoro che custodisce. Questo non vuol dire che Jackson superi il risultato di un mediocre blockbuster, anzi più il film prosegue più si disanima in un intrattenimento fiabesco, zoppicante in introduttivi paragrafi teatrali e macchiato di inefficace umorismo.

C’è qualcosa che non ingrana, un’emozione che non arriva, un uso massiccio di computer grafica (fastidiosamente evidente quando Legolas saltella sulle rocce) che avrebbe potuto connettere la spettacolarità all’azione, ma che invece amplifica i difetti del racconto. Orchi che cadono come birilli, combattimenti ravvicinati che vorrebbero essere biblici, ma restano in piedi grazie alla musica o al numero dei partecipanti, battute sentimentali imbarazzanti enunciate proprio da chi sarebbe custode di saggezza.

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A Jackson non si chiedeva niente di ciò che non avesse già fatto, né soprattutto che egli per primo non avesse promesso, ma all’alba della fine incede con un'inerzia e un'aritmia scoraggianti. Non c’è potenza appassionata, solida drammaticità, né enfasi che si incendi in queste cinque armate. Forse resteranno a galla per una sfacciata serie di conflitti titanici, ma il rischio è di dimenticarli presto, il risultato è di attenuare per riflesso anche ciò che di buono c’è stato nei due capitoli e tre anni precedenti.

Trailer di Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

Voto della redazione: 

2

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