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Autore Redazione :: 16 Luglio 2014
Locandina di Mai così vicini

Recensione di Mai così vicini con Michael Douglas e Diane Keaton: commedia blanda e sciapa che spreca due interpreti di classe e ammazza il ritmo, diretta senza verve da Rob Reiner

Mai così vicini è un perfetto modo per sprecare due attori di classe (Michael Douglas e Diane Keaton) e vedere al tramonto un regista un tempo brillante (Rob Reiner) in poche mosse. C’era una – ennesima – volta un burbero redento: Oren, agente immobiliare, vedovo, misantropo allergico all’amore e al buon vicinato in seguito a un doloroso passato, è uno Scrooge 2.0 incrocio tra il Nicholson di Qualcosa è cambiato e l’Eastwood di Gran Torino, che si vede appioppare Sarah, una nipote di cui non conosceva nemmeno l’esistenza, per farle da balia il tempo che il di lei padre trascorrerà in prigione per un “reato che nessuno ha commesso”. Fortuna che ad aiutarlo c’è la deliziosa vicina di casa Leah.

L’arrivo di sgraditi ma infine adorabili bimbetti che capitombolano nella vita sconclusionata di ‘Grinch’ allo sbando e la riassestano è trend ormai sovrautilizzato e che difficilmente prende strade inusuali e sorprendenti: non è il caso di questo Mai così vicini, commedia blanda e sciapa in grado di infiacchire spesso e volentieri persino le schermaglie di due interpreti sopraffini, che meritavano uno script di gran lunga più efficiente di quello stancamente messo a punto da Mark Andrus (che si autoplagia pescando a pie' mani da Qualcosa è cambiato). La sceneggiatura infatti non decolla mai, mal serve i tempi comici dei protagonisti, e d’altro canto Rob Reiner stesso – lui, autore di una delle rom com più belle di sempre: Harry ti presento Sally – dirige col pilota automatico e senza verve, azzerando il ritmo. Peccato, perché Douglas, reduce dalla mutazione in Liberace per Soderbergh, regala una performance sottotono ma ugualmente emozionale; e la Keaton tempesta lo schermo di classe (ed è, ultimamente, attivissima: l'abbiamo appena vista far coppia con un altro mostro sacro, nientepopodimeno che De Niro, in The Big Wedding). 

Nota (dolente) ulteriore: è davvero sconfortante registrare quanto la commedia americana sia costantemente incapace di una qualsivoglia messa in discussione del reale, di un conflitto di verità radicato nell’attuale. Tradotto: non sia mai che un uomo vada in galera perché se lo merita, che una bambina orfana di madre e con un vissuto probabilmente non idilliaco mostri un minimo cedimento rabbioso, che si parli di dipendenza in maniera non retorica o sbrigativa, che l’argomento della morte venga sfiorato senza venire subito sdrammatizzato. Tutto è maneggiato come nell’emblematica – e di dubbio gusto – scena dell’incontro con la madre di Sarah: una donna ancora segnata dai fantasmi della droga, che si commuove alla vista della figlia ritrovata, ma che viene fastidiosamente e frettolosamente congedata ed esclusa dalla narrazione. Il bucolico quadretto familiare finale, immemore del marcio dietro alla patina, rispecchia il film stesso, dimentico di qualunque grammo di originalità, passione o impegno. Meglio allora rivedersi una pellicola analoga, quel Tutto può succedere in cui la Keaton flirtava con Nicholson amalgamando brillantezza, autoironia e una malinconia soffusa ad asciugare il prevedibile snodo degli eventi.

Trailer di Mai così vicini

Voto della redazione: 

2

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