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Autore Giulia Marras :: 7 Settembre 2016
Locandina di Une vie

Recensione di Une vie di Stéphane Brizé | Tratto dalla prima opera di Guy de Maupassant, Brizé scala inaspettatamente la classifica del concorso veneziano grazie alla grazia perduta nel ritratto in 4/3 dell'illusione dell'aristocrazia francese

Adattamento di Una vita, primo romanzo di Guy de Maupassant, la nuovo opera in Concorso del regista de La legge del mercato, che valse il premio come miglior attore a Vincent Lindon a Cannes 2015, risveglia e llumina Venezia di una luce giunta inaspettatamente da un Ottocento che non è mai stato così vicino, quasi da toccare, per entrarci dentro e non volerne più uscire. Come la terra curata e seminata direttamente dalle mani e dal calore della protagonista, Judith Chemla, Brizé accoglie lo spettatore in un magnetico 4/3 di inquadrature ravvicinatissime, focalizzate sui gesti accennati ma cardinali, sulle espressioni che marcano l'incedere del racconto e del dolore sul viso di Jeanne Le Perthuis, giovane aristocratica tradita dagli amori e dagli eventi che la condurranno sola e al lastrico. 

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In un continuo susseguirsi di passato e presente, Une vie ricostruisce la fragilità della psicologia della protagonista tramite le emanazioni profetiche per immagini dei suoi pensieri e dei suoi ricordi in un diario delicatissimo di sofferenze e debolezze, sentimenti che grazie alla prosa di Maupassant nel versante letterario e alla macchina da presa di Brizé catalizzata dai corpi che mai abbandona nel quadro ristretto del formato cinematografico. Abbandonato il taglio documentaristico de La legge del mercato, la fotografia di Antoine Héberlé dipinge l'epoca e il costume della nobiltà francese in decadenza nella Senna Marittima con un calore e una naturalezza che non possono respingere lo spettatore ma lo attirano nella spirale di incoscienza folle e dolcissima della protagonista.

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Ma la negazione dell'evidenza negli occhi di Jeanne e l'arrendevolezza di fronte alla fallibilità degli uomini che le stanno accanto (prima il marito, poi il figlio) non fanno di lei un personaggio passivo e dimesso ma la vera e unica potenza creatrice: la donna in ultimo diventa provvidenza per immaginazione e ostinazione narrativa.

Nonostante si ponga lontano dalle tendenze e dalle forme attuali, con un film in costume, in 4/3 e dal tono posatissimo, Brizé confeziona il film finora più toccante di Venezia, mettendo d'accordo quasi tutti, senza pensare troppo allo sguardo solo apparentemente antico e vaporoso. Impreziosito dal ricorrente contrappunto musicale di Olivier Baumont, Une vie riscalda il cuore, accogliendo e consolando le fragilità dell'essere umano in una vita che «non è mai tutta buona o tutta cattiva come si dice».

Voto della redazione: 

4

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