Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 15 Luglio 2014

una scena di Feriado

Una vacanza che non è una vacanza, ma un soggiorno pressoché obbligato dallo zio Jorge per Juan Pablo soprannominato Juampi (Juan Manuel Arregui). E l’incontro con un coetaneo sedicenne Juano (Diego Andrés Paredes) che gli fa scoprire nuove sensazioni. Una storia di coming out giovanile, sembrerebbe, come se ne sono viste tante, ma il tema queer è soltanto il fil rouge di una commedia dell’anima molto intensa che oscilla tra una beatitudine pigra, poeticheggiante, e la brutalità del paese mondo, in cui si agitano esseri umani sempre più insensibili.

Cosa suggerisce Diego Araujo, con Feriado – Holiday, sua regia più importante dopo altri lavori di cortometraggio? Che occorre la sublime pazienza, che si può sposare la Bellezza, il piacere di una vita senza usi e abusi continui. Come se il suo personaggio attraversasse da angelo wendersiano i gironi infernali dei comuni mortali. Perfettamente riuscita la selezione. Prima di tutto l’odio implacabile e la violenza contro una coppia omosessuale. In secondo luogo i disordini di un paese, l’Ecuador, allo stremo – siamo, infatti, nel 1999 – che da lì a poco costringeranno la popolazione al default mascherato dal solito crack bancario, per sottrarre ricchezza alle persone comuni. Non mancano documenti ricostruiti dell’epoca o semplici scene televisive che in un lampo illuminano la memoria di una Storia che si ripete in ogni angolo del mondo. Per questo anche, Feriado è un film scomodo, laddove accusa, senza però tanti punti esclamativi o compiacimenti, i soliti meccanismi del capitalismo avanzato spacciato per società democratica.
Nei dettagli Araujo fa girare sempre i temi più caldi: quando Juano parla della madre che è andata negli Stati Uniti e lo aspetta, ma lui afferma che con il suo “piccolo” lavoro di vulcanizzatore è felice. La felicità in quest’opera è messa a soqquadro. O meglio, la felicità è insidiata da molti lati. In famiglia Juampi si scontra contro la crudeltà dei cugini e in fondo anche la tenera storia con Juano si chiude al pregiudizio, alla paura, ancorché passi per il climax della bellissima sequenza al fiume, dove il primo piano fisso di Juampi si dissolve nel salto più difficile nel vuoto, nell’acqua del fiume: una bella metafora della vita e anche di questo film, come opera che si getta senza rete nelle ombre più nere dell’umanità, ma con la voglia tenace di opporsi con la Bellezza e la Poesia alla disumanità e la violenza. Del resto anche le sette e i gruppi di heavy metal rappresentano un modello di comportamento apparentemente innocuo eppur fioriero di omologazione e di appartenenza legata a valori discutibili.
Grazie alla fotografia di Magela Crosignani, che ha lavorato con Darren Aronofsky in The Fountain (2006), nel film si respirano in prevalenza atmosfere notturne che si aprono a pochi squarci di luce rassicuranti, come quelli diurni della già citata gita al fiume.
L’intervento della musica di Daniele Luppi, grande esperto di colonne sonore, poteva essere più stuzzicante. Forse si è preferito un maggior rigore e le musiche sono quasi sempre diegetiche.

Feriado è stato già presentato al Festival di Berlino nella sezione Generation. Speriamo che adesso faccia un giro più largo dei soliti festival a tematica queer. Ne varrebbe la pena.

 

 

 

 

 

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