Ritratto di Rosa Maiuccaro
Autore Rosa Maiuccaro :: 28 Giugno 2014

Qualche ora prima che fosse insignito del premio Cariddi al Taormina Film Festival per il miglior documentario, abbiamo intervistato Giovanni Piperno, regista insieme ad Agostino Ferrente de Le Cose Belle

una scena di Le cose belle

I documentari sono spesso considerati noiosi quando i registi non riescono ad entrare in contatto con le emozioni dei protagonisti delle storie che raccontano. Non è questo il caso di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, registi de Le Cose Belle, un documentario che riuscirà senza troppe difficoltà ad entrarvi nel cuore e nella mente grazie ad un racconto duro, ironico e profondamente toccante. Ambientato a Napoli, Le Cose Belle racconta la vita di quattro ragazzi e della loro crescita dal 1999 ad oggi, in una delle realtà più difficili del nostro Paese.

Quanto è stato difficile capire ed interpretare una realtà come quella napoletana senza esserne entrambi originari?
Nel nostro lavoro la cosa più importante sono le relazioni che si instaurano con i personaggi protagonisti del film. È fondamentale che loro possano fidarsi dei registi perché è come se affidassero a noi le loro vite. Se si stabilisce un rapporto di fiducia allora si può girare ovunque a prescindere dal proprio luogo di origine. Lo sguardo diventa onesto perché c’è alla base una relazione. Poi siamo anche tornati due anni dopo le prime riprese per fare dei workshop con loro ed insegnargli come si usano le telecamere. Abbiamo dovuto attendere altri 7 anni perché la nostra produttrice napoletana intercettasse un piccolo finanziamento dalla regione Campania per farci completare le riprese.

Il documentario ha avuto una lunga gestazione.
Il primo documentario fu commissionato dalla RAI ed in particolare dal programma C’era una volta, che all’epoca faceva dei reportage internazionali. Un anno si aprirono a dei documentaristi indipendenti e ci commissionarono una serie di lavori sulla condizione dell’infanzia nel mondo. A noi per fortuna capitò l’Italia, ci chiesero di scegliere una città meridionale e noi scegliemmo Napoli, che è da sempre una cartina da tornasole dell’Italia. È come se fosse l’Italia al cubo. Poi facemmo un lungo casting di quasi due settimane per trovare i nostri protagonisti. Era agosto e quindi andammo nei parchi acquatici e sulle spiagge perchè la città era deserta. Una volta scelti i protagonisti c’erano rimasti pochissimi giorni per le riprese. Ci dispiacque un po' però paradossalmente eravamo molto più avvantaggiati di oggi perché avevamo un bel budget e la prima serata su Rai3. Mentre oggi, pur avendo fatto molti più film, abbiamo avuto a disposizione ancora meno soldi, tempo e visibilità.

Tornando a Napoli si ha sempre la sensazione che le cose peggiorino e che i giovani, anche quando hanno dei sogni nel cassetto, non riescano ad emergere dal degrado che li attanaglia. Avete avuto anche voi questa percezione?
Nel 1999, nel periodo di massimo splendore di Bassolino, ci sembrava che i napoletani non si accontentassero mai di niente. Il bambino già diceva che Bassolino non pensava al futuro dei giovani. In realtà loro avevamo già capito tutto. Non sarebbe bastato ripulire i palazzi per dare un futuro a Napoli e per cambiare una cultura intrisa di rassegnazione e di disincanto, il lavoro da fare sulle persone è molto più profondo e complesso. Tornare a Napoli dopo 10 anni è stato doloroso. Abbiamo trovato una città piena di immondizia con l’ennesimo sindaco che, pur sembrando il migliore in quel momento, non è riuscito a cambiare niente. Però in realtà alcune cose sono andate molto avanti. Sono nati dei laboratori di recitazione da cui poi sono emersi quasi tutti gli attori che sono entrati a far parte del cast di Gomorra. Nelle periferie napoletane è stato fatto un lavoro enorme grazie alle cooperative e alle associazioni culturali, a cui ho dedicato anche un programma in radio.

Il documentario ha costituito anche una forma di riscatto per Enzo, uno dei protagonisti.
Sì, perché lui tra i quattro era il più motivato nel girare la seconda parte del documentario. Quando erano piccoli è stato più facile naturalmente perché erano affascinati dall’idea di andare in onda in televisione. Quindici anni dopo non c’era nessuna garanzia della messa in onda. Avevamo delle difficoltà logistiche concrete per cui l’ultimo problema che ci ponevamo era la visibilità televisiva. L’unico che manteneva un desiderio di intraprendere un percorso artistico era Enzo. Dopo il primo documentario aveva smesso di cantare con il padre perché considerava un po' umiliante fare la cosiddetta posteggia. Nella versione che abbiamo presentato due anni fa a Venezia lui non aveva ancora ricominciato a cantare. Noi avevamo già organizzato un mini concerto al termine della proiezione ma non gli chiedemmo di cantare perché immaginavamo che gli pesasse. Quando però ha visto i musicisti che avevano collaborato alla nostra colonna sonora esibirsi davanti ad un pubblico, ci ha ripensato. Così poi ci siamo incontrati con lui a Roma e abbiamo girato la scena finale che si vede nella versione definitiva del documentario.

La canzone che apre Le Cose Belle è anche quella che apre Gomorra la serie (A' storia e' Maria di Ivan Granatino, n.d.r.).
Non è una coincidenza perché lo sceneggiatore capo di Gomorra è un mio amico di vecchia data, che ha visto il documentario mentre stava scrivendo la serie e ha deciso di omaggiarci. Prima di Gomorra l’aveva usata anche Garrone in Reality ma sempre dopo di noi, che siamo stati i primi ad usare quella canzone e saremo gli ultimi ad uscire in sala (ride, n.d.r.). Però bastava stare un po' Napoli per rendersi conto che quella canzone riusciva a combinare la vecchia tradizione con il nuovo neomelodico che spesso viene associato con qualcosa di negativo. In più nel nostro caso rispetto a Gomorra e Reality, il pezzo è perfettamente attinente alla storia.

Avete mai pensato che questo progetto potesse trasformarsi in uno spettacolo teatrale?
Nella nostra folle megalomania sogniamo di trovare uno sponsor per realizzare un mini concerto di 20-25 minuti al termine di ogni proiezione. Oggi l’abbiamo fatto per la prima volta a Taormina in anteprima mondiale. Ci piacerebbe che Enzo oltre che cantare raccontasse anche delle cose. Se poi andasse bene questa cosa si potrebbe addirittura mettere in scena uno spettacolo musical dove si mescolano tutti i livelli della musica napoletana come nel nostro film.

 

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