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Autore Alessandro Tavola :: 12 Febbraio 2015
Locandina di Cinquanta sfumature di grigio

Recensione di Cinquanta sfumature di grigio di Sam Taylor-Johnson, con Dakota Johnson, Jamie Dornan, Jennifer Ehle: propaggine di un fenomeno già vuoto di per sé, una pantomima che con la perversione non ha nulla a che fare

Estensione inevitabile di un fenomeno smisurato, Cinquanta sfumature di grigio è un non-film per il quale non si possono accusare né i produttori né la regista Sam Taylor-Wood – e tantomeno biasimare i protagonisti Dakota Johnson e Jamie Dornan – ma solo i consumatori stessi.

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The LEGO Movie rispetto ai mattoncini, le action figures rispetto a Star Wars, Le borse di Nightmare before Christmas, i film di Sex and The City: esempi random di appendici commerciali in cui è semplice aver sempre chiaro quale sia l’oggetto di partenza. Ma qual è la trave portante di Cinquanta sfumature? Non la letteratura, non la moda, l’haute couture o lo sfarzo, non l’erotismo, non la passione, non il dramma sensuale, non l’ossessione.

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Il tutto nasce da una fan fiction su Twilight, e i protagonisti sono uno scarabocchio che ben che vada ricorda la Anne Hathaway de Il diavolo veste Prada e un miliardario generico caratterizzato da tutte le cialtronerie di un Bruce Wayne qualsiasi (ovviamente senza essere Batman). L’erotismo visibile è più tenue di quello di una pubblicità di profumi e la sedicente perversione è fuori da ogni parametro odierno (anche senza tirare in ballo la degenerazione dei costumi): si trovano immagini più turbanti o stimolanti in molte commedie statunitensi, e ci sono più passione e sadomasochismo nella sola sequenza della candela di The Wolf of Wall Street che in tutto il film. Le chiacchiere su dominazione-sottomissione sono basilari e meno articolate di una conversazione qualsiasi carpibile da due sconosciuti su un mezzo pubblico e la tensione sessuale rimane a lettera morta.

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Il film di Sam Taylor-Wood è paccottiglia da emporio il cui unico scopo sembra non disturbare il prossimo, ciarpame vacuo incolore già a partire dal titolo, sorretto dal più disonesto falso minimalismo. La regista di Nowhere Boy riesce solamente a dare un apporto elegante e coerente: quasi sempre è capace di evitare il ridicolo involontario (ma non in quello che dovrebbe essere l’apice drammatico), appiattisce le immagini e i momenti sotto tonalità il meno faticose possibili, e concorre a pieno titolo tra gli esecutori di questo processo di nullificazione sensoriale, equivalente aggiornato di una tipologia elementare ed anestetica di sogno erotico per casalinghe nemmeno troppo disperate che si credeva estinto da tempo, compatibile con l'idea di tragressione tanto quanto un hambuger di Mc Donald's con una dieta.

Con Cinquanta sfumature di grigio siamo davanti a una scatola vuota con sopra scritto “Qualcosa” ed un’etichetta dal prezzo vertiginoso, non ad un'edulcorazione ma ad una totale e malsana sostituzione sintetica; un’operazione in cui gli unici brividi o turbamenti (se non delle vere e proprie angosce) possono giungere solo dal chiedersi a chi sia rivolta. Ma forse è meglio alzare le spalle.

Trailer di Cinquanta sfumature di grigio

Voto della redazione: 

1

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