Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 21 Maggio 2014

Una scena di Vulva 3.0

Come si può resettare il femminismo? No, non si può. Occorre partire non da 1 ma da 3.0 tanto per parodiare le versioni dei software informatici. Claudia Richarz e Ulrike Zimmermann, partendo dall’osservazione di un mondo omologato su un immaginario di organo genitale femminile pressoché uguale a quello non prima della presunta rivoluzione sessuale del Sessantotto, ma addirittura ottocentesco, tentano di scalfire punto per punto le idee fisse. Non è un caso che nel documentario è ripresa la storia dell’africana Sara Baartman che all’inizio dell’Ottocento veniva esposta come attrazione nelle fiere per le dimensioni del suo organo genitale, storia che ha pure ispirato il film Venere Nera di Abdellatif Kechiche nel 2010.

Nonostante viviamo una contemporaneità in cui l’ipersessualizzazione di qualsiasi immagine è pressoché scontata, stampa, televisione, pubblicità continuano a fornirci particolari anatomici sempre più eloquenti. Eppure, a ben vedere ci si accorge che tale immaginario ha definito, per non dire ingabbiato, l’immagine della vulva come mai si potrebbe pensare. Lo dimostrano le donne insicure che non hanno alcuna confidenza col loro apparato genitale, il fatto che il pube sia sempre rasato e che le proporzioni della vagina siano quelle volute dall’industria del porno.

Ma quante differenze invece esistono e sono organizzate in una cronaca puntigliosa in questo documentario, richiamando anche l’estro artistico della rappresentazione di una vivace pubblicazione, come quella di Morgan Hastings, The Big Coloring Book of Vaginas, con variazioni anche più estreme come quelle della nota artista Marina Abramovic (Balkan Erotic Epic, 2006). Fiche di ogni forma, storte, a caverna, labbra asimmetriche e più o meno carnose, l’organo genitale femminile è assolutamente vario e gli annessi della clitoride, il famigerato organo del piacere sono più che complessi, spesso dimenticati dalla fisiologia medica.

Forme genitali sottoposte, come dimostra nel film il grafico Ulrich Grolla, a opportune modifiche per il gradimento delle platee contemporanee: si assiste sempre a un sostanziale ridimensionamento della grandezza e della visibilità della vagina.

Altra faccia di questa ottusa percezione corrisponde alla smania delle stesse donne insicure verso la cosmetica genitale praticata attraverso le iniezioni di collagene e perfino la folle corsa alla chirurgia. Bene fanno le due registe a concludere questo importante testo con un presunto “scientifico” intervento di chirurgia live, di fronte a medici colleghi che pendono dalle labbra o meglio dalle mani del guru di turno. L’ironia si percepisce, di fronte a questo surreale accanimento nel voler determinare le esatte misure della vulva.

Non manca una parte del documentario tutta dedicata alla meschina pratica della mutilazione dei genitali. Qui la tradizione non salva nessuno dall’Islam fino al Cristianesimo, si tratta di abusi giustificati da una cultura maschilista che da secoli tenta di controllare, reprimere ogni forma di espressione della sessualità femminile che non corrisponda alle proprie aspettative.

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