Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 11 Giugno 2014

una scena di Pride

Uno dei temi che le famiglie, ordinarie e straordinarie, devono affrontare è quello della differenza. In seno alla famiglia si cova spesso l’idea di omologazione, fuori dalla famiglia c’è una società ancora più spietata ed un ambiente inospitale dai quali difendersi. Il cinema di Pavel G. Vesnakov è tutto qui come radice drammaturgica.

Vesnakov ha studiato a lungo nel suo paese natìo, la Bulgaria, dove ha ottenuto un Master in Arte Cinematografica all’Università. Gli studi sono importanti perché il realismo che lui vuole intercettare e registrare con la macchina da presa è qualcosa spesso di inafferrabile, una sottile sostanza che può svanire, anche quando si crede di averla ottenuta.

Dice Vesnakov: “Per me il realismo è la più importante componente di un film. Non c’è niente di più magico della realtà. Le cose più semplici sono spesso le più difficili da esprimere. È per questo che il realismo nel cinema è l’incarnazione di una buona storia”.

I risultati li ottiene praticamente in tutte le sue opere, dal misconosciuto, probabile omaggio ai nonni, un video presente su You Tube, intitolato Return to Estelin, fino alla trilogia suburbana con i cortometraggi Trains  (2011), The Paraffin Prince (2012) e Pride (2013), che continuano a girare tra i festival del mondo ricevendo molti premi. Pride, in particolare, ha vinto il Gran Premio nella categoria competitiva internazionale al Clermont Ferrand Short Film Festival. Pride è stato anche di recente nominato Miglior Cortometraggio alla edizione 2014 dell’European Academy Awards.

Di Vesnakov si attendono con impazienza lavori più lunghi, che sicuramente non avrà difficoltà a realizzare, visto il respiro da lungometraggi di tutte le sue opere. Fa impressione  in questo senso Pride, la storia di un ragazzo, il cui nonno scopre l’inclinazione omosessuale, poiché è messo in scena come l’ampio prologo di un film almeno di un paio d’ore e non si preoccupa peraltro nel finale di una chiusura tradizionale: un epilogo non solo aperto, ma decisamente troncato.

La vera ragione di questo tipo d’espressione risiede nelle parole stesse di Vesnakov. A lui non interessa una storia completa, ma tracce forti di vita vissuta. Il faccia a faccia rude e violento tra il nipote silenzioso Georgi (Aleksandar Aleksiev) e il nonno ex generale (Mihail Mutafov), che fa pesare il patriarcato autoritario più bieco ed ottuso, fa il paio con la prostituzione in Trains, resa necessaria dalle condizioni assolute di povertà, ovvero la società e l’ambiente inospitale a cui prima facevamo riferimento, impregnati di potere statale, così ben citato nel film, attraverso le voci della radio.

Oltre che la sceneggiatura perfetta nella sua essenzialità scritta dallo stesso Vesnakov insieme a Vanya Rainova, si apprezzano Veselin Zografov, per l’uso virtuoso del suono sempre portato in primo piano, e Orlin Ruevski per la fotografia al limite del granuloso, con dei colori che trasmettono immediatamente il vissuto dei personaggi e le caratteristiche dei luoghi.

 

 

 

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