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Autore Erika Favaro :: 10 Gennaio 2016

Molti registi scelgono di far prevalere l'aspetto visivo sulla parola, ecco cinque grandissimi titoli in cui i dialoghi sono ridotti al minimo

Badlands

Il cinema è nato muto anche se poi tanto silenzioso non era: piccole orchestre che offrivano accompagnamento musicale, vociare, urla di paura e di sgomento. Il fatto che non ci fosse il sonoro inoltre non significa che non ci fossero azioni e tantomeno dialoghi.

C’è sempre un gioco di forza nei film tra la parola e l’immagine, a volte convivono alla perfezione, in altri casi uno dei due elementi crea squilibrio. Ci sono quindi registi che preferiscono concentrarsi sui movimenti dei corpi, sui ritmi della natura e degli oggetti; ecco cinque film in cui i dialoghi sono ridotti al minimo.

La rabbia giovane
Guardando La rabbia giovane di Terrence Malick a più di quarant'anni dalla sua uscita si avverte la stessa sensazione che si prova riconoscendo la propria nonna in una foto da ragazza. È il film di un maestro giovane ma già esperto, in cui si racconta di Kit e Holly: un James Dean che ha tra le mani una vita priva di progetti e una quindicenne dallo sguardo distaccato e trasparente. Attraversano le praterie del Sud Dakota, cieli maestosi e lande desolate. Sono due anime perse, che invece di ammazzare il tempo uccidono persone e Malick racconta questa storia con una prospettiva inedita, guidata dal complice distacco di Holly.

Elephant
Il film è ispirato ai tragici fatti avvenuti nel 1999 presso la Columbine High School, una delle tante stragi effettuate con armi da fuoco che insanguinano gli Stati Uniti. Gus Van Sant segue i suoi personaggi come se fosse in un video gioco, non li giudica e sta loro vicino per tentare di capire quali sono le radici della violenza. Al contrario di Bowling a Columbine di Michael Moore in Elephant si parla pochissimo, i dialoghi sono rarefatti e l’atmosfera resta sospesa.

WALL•E
La storia ecologista della Pixar con protagonista il tenero robot non ha bisogno di molte parole. I versi di Wall•e, il modo in cui pronuncia il suo nome lo caratterizzano al meglio, tanto che il maestro visionario Terry Gilliam si è detto suo grandissimo fan.

[Leggi anche: Video: Che cosa vuol dire essere "lynchiano"?]

2001: Odissea nello spazio
Il capolavoro di Kubrick è forse un titolo un po’ scontato, ma impossibile da tralasciare. Si tratta di una vera e propria esperienza visiva e uditiva (la colonna sonora è maestosa). In tutto il film inoltre si possono leggere delle riflessioni sul linguaggio, i silenzi sono piacevolmente assordanti, tutto risulta perfetto.

Eraserhead
Il debutto di David Lynch è un viaggio onirico intriso di elementi horror, grotteschi e psichedelici. Girato in bianco e nero, il film rende immediatamente l’idea del perché negli anni l’immaginario collettivo abbia coniato il termine “lynchiano”. I dialoghi costellano qui e lì la pellicola in cui il maestro ci ha permesso di entrare nella sua poetica disturbante e ipnotica.

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