Ritratto di Redazione
Autore Redazione :: 29 Novembre 2017

Dal 1° al 10 dicembre a Milano, Filmmaker International Film Festival, evento di riferimento per chi vuole scoprire nuovi autori, nuove forme cinematografiche, nuove relazioni con il pubblico

L'Atelier, film di apertura di Filmmaker International Film Festival

Al via il prossimo 1° dicembre l'edizione 2017 di FILMMAKER INTERNATIONAL FILM FESTIVAL, in programma fino al 10 dicembre a Milano presso lo Spazio Oberdan, l’Arcobaleno Film Center e Casa del Pane.

Al centro della manifestazione, come sempre, il cinema documentario e – più in generale – “di ricerca”: un’identità netta e riconoscibile che da quasi quarant’anni fa di Filmmaker, all’interno di un panorama nazionale affollato di appuntamenti, un punto di riferimento certo per chi vuole scoprire e sostenere nuovi autori, nuove forme cinematografiche, nuove relazioni con il pubblico. E non è un caso che tra i “nuovi” autori portati per la prima volta all’attenzione degli spettatori italiani, figurino nomi diventati col tempo degli autentici “classici”, da Ulrich Seidl a Frederick Wiseman, da Rithy Panh a Errol Morris.

Nove le sezioni in cui si articola il programma di quest’anno: Concorso Internazionale, Prospettive, Fuori concorso, Sogni e Incubi, Rivoluzioni, Omaggio a Francesco Ballo, Filmmaker Moderns, Fuori formato e Prospettiva Grifi, cui si aggiungono i film di Apertura e Chiusura, per un totale di 103 titoli, di cui 21 in anteprima assoluta e 20 in anteprima italiana.

FILM DI APERTURA
L’apertura del festival, venerdì 1° dicembre (ore 21.30, Arcobaleno Film Center), è affidata all’anteprima nazionale di L’Atelier, il nuovo film di Laurent Cantet (già vincitore della Palma d’oro per La Classe), presentato con successo al Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes e in uscita l’anno prossimo in Italia distribuito da Teodora Film.

La Ciotat. È l’estate del 2016. Antoine ha accettato di seguire un laboratorio di scrittura. Sotto la supervisione di Olivia, una nota romanziera arrivata da Parigi, i ragazzi che vi partecipano dovranno scrivere un romanzo noir. Il lavoro di scrittura riporta in superficie la storia operaia della città, il destino dei cantieri navali, chiusi da 25 anni, cui le vite dei ragazzi e delle loro famiglie sono profondamente legati. Antoine, però, rifiuta di cullarsi nella nostalgia. Solo il presente lo interessa, pur faticando a decodificarne la complessità. Per questo, forse, si oppone radicalmente al resto del gruppo e a Olivia, che dalla violenza del giovane è insieme spaventata e sedotta.

FILM DI CHIUSURA
Rinnovando la tradizione di affidare la chiusura al film di un autore italiano, il festival sceglie quest’anno Nato a Casal di Principe di Bruno Oliviero.

Amedeo Letizia è un ragazzo di vent’anni che sul finire degli anni ’80 si trasferisce a Roma da Casal di Principe per inseguire la carriera di attore. Ha appena iniziato a muovere i primi passi, tra un fotoromanzo e un ruolo sul piccolo schermo in una delle fiction più famose di quel periodo, I ragazzi del muretto, quando il fratello minore, Paolo, viene rapito.

Amedeo torna allora nel suo paese d’origine e, da subito, il viaggio si rivela una discesa agli inferi del suo passato e nelle contraddizioni della sua terra. Poiché l’inchiesta condotta dai carabinieri si dimostra inefficace, si decide a intraprendere una sua personale ricerca: lo fa armato di un fucile e con l’aiuto del cugino Marco, un ragazzino di diciassette anni. I dettagli della scomparsa affiorano via via nel corso della vicenda che vede Amedeo aggirarsi per quel territorio che va dalle campagne al mare, passando per i laghi, all’affannosa ricerca di suo fratello. Insieme a Marco setaccia la zona senza sapere se cercare un cadavere o un luogo dove Paolo è tenuto prigioniero.

CONCORSO INTERNAZIONALE
Il Concorso internazionale propone quest’anno 11 film, senza distinzioni di formato, genere o durata, firmati tanto da giovani autori quanto da nomi di primo piano del panorama cinematografico internazionale.

Consapevole di quanto un film, prima che un prodotto di mercato o un fatto di linguaggio, sia una testimonianza esistenziale, un festival come Filmmaker – che vuole interrogarsi e confrontarsi sulle urgenze del contemporaneo – si impegna a raccogliere quanto di testimoniale c'è in un film: il suo rapporto con le nostre esistenze, ma anche con il mondo. Siamo in tempi di emergenza, dunque serve dotarsi degli strumenti necessari, di opere che possano rappresentare un'occasione di resistenza, in senso intellettuale e culturale.

Come L'Assemblée di Mariana Otero, film che racconta di notti passate in piedi in place de la République a pensare, a non riposarsi, a discutere, a mettere e mettersi in discussione per provare a inventare una nuova forma di democrazia, capace di lasciar spazio all'espressione del singolo (di ogni singolo), senza far mai prevalere una sola voce.
In quella stessa piazza Sylvain George ha seguito alcune delle “diciotto onde”, come recita il sottotitolo di Paris est une fête, che si frangono, impetuose, contro il paesaggio urbano della capitale francese. Tra queste anche i migranti invisibili che sopravvivono ai margini della scena, gli stessi al centro di L’Heroïque Lande. La Frontière brule, film fiume che Nicolas Klotz ed Elisabeth Perceval hanno realizzato nella “giungla” di Calais. La “giungla” è stata sgomberata nell'ottobre del 2016, ma molte piccole “giungle” continuano a nascere, non solo in Francia; per esempio Lech Kowalski (di nuovo a Milano dopo la personale dedicata nel 2014 al suo “cinema ribelle”) in I Pay for Your Story fa ritorno, dopo anni di assenza, a Utica, città dove è cresciuto, un tempo punta di diamante del sogno americano e oggi economicamente e socialmente morta a causa dei morsi della disoccupazione. Qui il regista filma il disastro attraverso le testimonianze di vita dei suoi concittadini, ciascuno chiamato a raccontare la propria irreversibile sconfitta.
Gli Stati Uniti continuano a essere un paese di insanabili contraddizioni: una terra della speranza per tutti quei migranti disposti a rischiare la morte per raggiungerla, attraversando il deserto di Sonora, di cui rimane la traccia orale in El mar la mar, lo spettrale poema etnografico di Joshua Bonnetta e J.P. Sniadecki; ma anche una terra colpevole, la cui Storia continua a coincidere con quella del razzismo e della schiavitù, come ci racconta Lee Anne Schmitt nel film-saggio Purge This Land.
Tema analogo, e simili strumenti di indagine, quelli scelti da Alex Gerbaulet e Mareike Bernien che con Tiefenschärfe si confrontano con i crimini di matrice xenofoba commessi agli inizi del 2000 dal NSU, la cellula terroristica neonazista tedesca.
Se Denis Côté con Ta peau si lisse filma i corpi espansi dei “gladiatori” moderni, definiti oltre l’umano, (apparentemente) immuni al decadimento fisico, Filippo Ticozzi realizza un “documentario di fantascienza”: il suo The Secret Sharer è una riflessione sull'avvento della “nuova carne”, su quel mondo di corporalità mutanti che sta ridisegnando i paradigmi del panorama socioculturale.
Il cinese Xu Bing in Dragonfly Eyes riflette sul nostro quotidiano sotto sequestro, monitorato da occhi meccanici che tutto inquadrano, ricavando una storia da un’imponente mole di footage proveniente da videocamere di sorveglianza.
Infine Luca Ferri, dopo aver sondato per lungo tempo l'apocalisse in atto, decide di provare a ricominciare daccapo, Ab Ovo, concedendo ad Adamo ed Eva l'ultima occasione per guarire e generare una nuova genìa di esseri umani più dignitosi.
Un gruppo di film che, pur nelle diversità, una volta formatosi, ci è subito apparso straordinariamente compatto. Un insieme di opere che ci auguriamo possano soprattutto stimolare un’interrogazione sul senso di essere spettatori.

FUORI CONCORSO
Otto le proposte Fuori concorso di questa edizione.
Le prime due – l’inedito Séance realizzato nel 2014 e l’ultimo Whipping Zombie – portano la firma di Yuri Ancarani, videoartista e filmmaker tra i più “esposti” del panorama contemporaneo (le sue opere sono state presentate in mostre e musei nazionali e internazionali, dalla Biennale di Venezia al MAXXI di Roma, dal Guggenheim di New York all’Hammer Museum di Los Angeles): se Séance – nato “su commissione”, in occasione della mostra torinese Shit and Die – è una specie di documentario di osservazione su una seduta spiritica in cui si evoca il leggendario architetto, designer, scrittore, fotografo, pilota automobilistico e aeronautico Carlo Mollino, Whipping Zombie è un’esperienza ipnotica e magica che immerge lo spettatore nella danza degli zombi di un remoto villaggio di Haiti, al ritmo di una musica martellante che induce la trance.

Vincitore del Pardo d’oro all’ultimo Festival di Locarno, Mrs Fang di Wang Bing registra la cronaca degli ultimi dieci giorni di vita di un’anziana donna affetta dal morbo di Parkinson, continuando quel racconto degli ultimi, dei dimenticati, che è da sempre il cuore dell’opera dell’autore. Un film che ha il coraggio di non fermarsi di fronte a nulla, riuscendo senza mai scadere nel voyeurismo a estendere il campo del “visibile”.

Due autrici italiane fuori dagli schemi presentano le loro ultime creazioni: Lara Fremder, che in Santa Fe ritrova il registro surreale del precedente Blue Sofa, affidando alle presenze teatrali di Federica Fracassi e Gustavo Giacosa la messa in scena di un trasloco che solleva molta polvere; e Monica Stambrini, che in Lady Oscar si offre di accompagnare alla cerimonia di consegna degli Academy Award l’amica e collaboratrice Antonella Cannarozzi, candidata per i costumi di Io Sono l’Amore di Luca Guadagnino (siamo nel 2009). Il risultato è una riflessione sullo stato di salute del cinema e sull’Italia in piena epoca berlusconiana.

A 45 anni dalla fondazione della Casa dei Bambini, una delle prime scuole Montessori di Milano, in La zona oscura Gaia Giani racconta gli ultimi mesi dell'attività scolastica prima del trasferimento dallo storico edificio di via Porpora, oggi diventato un’abitazione privata.

If I Think of Germany at Night, il nuovo lavoro di Romuald Karmakar ci immerge nella scena techno berlinese e dà voce a cinque tra i più grandi dj in attività: Ricardo Villalobos, Sonja Moonear, Ata Macias, Roman Flügel e Move D/David Moufang.

Tra i film evento dell’ultima stagione, A fabrica de nada di Pedro Pinho conferma una volta di più, dopo Le mille e una notte di Miguel Gomes, la libertà del cinema portoghese di affrontare la “crisi”: la voglia di stravolgere, con immaginazione e rigore, la realtà di macerie diffusa dalla crisi economica contemporanea. La sola alternativa alla depressione permanente è una lotta continua contro la paura, per una sistematica riappropriazione della gioia.

CONCORSO PROSPETTIVE
La sezione Prospettive vuole essere un laboratorio di idee, un momento d'incontro e di scontro tra visioni e punti di vista desiderosi di mettersi in gioco, uno spazio che immaginiamo capace di stimolare riflessioni e provocazioni.

Più che tracciare coordinate, qui si prova a mappare in 15 titoli (quasi tutti in prima assoluta) ciò che si agita nel cinema indipendente italiano under 35. Ciò che caratterizza la sezione è una propensione all'azzardo che si esprime, innanzitutto, attraverso un’estrema varietà di formati e una tensione verso forme testuali aperte e flessibili che si rivolgono con disinvoltura alle contaminazioni con le altre espressioni visive.

Viene subito in mente L'estinzione rende liberi di Demetrio Giacomelli, film di fantascienza autarchica, di oscuri ed eccentrici eccessi figurativi tramite i quali il regista dà forma al desiderio di autoestinzione dell’uomo per liberare il pianeta dalla sua presenza. Il sentimento della fine incombe anche in Io ci sono ancora di Gianluca Salluzzo, anche se la figura d'uomo al centro del film prova a opporvi una resistenza.

Il cortocircuito di linguaggi caratterizza Argonauti di Alessandro Penta, che nelle pagine di Apollonio Rodio, scelte per un laboratorio teatrale condotto dagli attori-guide della non-scuola del Teatro delle Albe in un piccolo paese della Basilicata, trova un testo grazie al quale riflettere su antichi e nuovi migranti. Un (s)oggetto che attraversa Italian-African Rhyzome. A Choreography for Camera (+ voice) di Martina Melilli, che partendo dalla storia personale sua e della sua famiglia traccia, in forma di danza, le rotte migratorie attuali o potenziali (nel presente e nel passato) del Mediterraneo.

L'archivio familiare è anche il riferimento di Caterina Biasucci che, mescolando le immagini girate dal padre e quelle realizzate da lei oggi, prova a illuminare le curve di un sentimento amoroso in continua mutazione, inafferrabile come suggerisce il titolo – Appunti sulla mia famiglia – nella sua totalità.

Un dialogo familiare interrotto è invece quello che attraversa il film di Elisabetta Falanga, Il peso del mare, in cui l'autrice e la madre cercano di ritrovare uno spazio comune tra le pareti di casa di fronte al trauma di un dolore, la malattia del fratello.

Il corpo e le sue possibili variazioni sono al centro di film come Odio il rosa! di Margherita Ferri, nel quale due giovani genitori cercano di capire e assecondare l’attitudine della propria figlia in conflitto con le regole del gender che traccia per lei un cammino di scelte – giochi, abiti, immagine – quasi obbligate.

Non è amore questo di Teresa Sala entra nell'intimità del suo “personaggio”, la meravigliosa Barbara, che senza censure racconta tutto di sé esponendo alla macchina da presa l'intimità profonda del desiderio, amare ed essere amati senza paura di mostrarsi per come si è.

Caterina Ferrari, in La gabbia, trasforma i corpi in movimento cinematografico: lo sforzo estremo degli uomini che lottano avviluppando muscoli, lividi, dolore diviene immagine.

Chi è Massimino, il protagonista del film di Pierfrancesco Li Donni. In Vorrei che volo di Ettore Scola, girato a Torino, era un ragazzino che incarnava la speranza di un futuro migliore. Ma non c'è stato successo nella sua vita e oggi Massimino è un quarantenne spaesato davanti a un mondo che lo tiene ai margini senza possibilità di riscatto. Una condizione di marginalità che grava anche sui protagonisti di Tarda estate di Antonello Scarpelli (auto)condannati a vivere come impenitenti adolescenti, al di là di quelli che sarebbero i consentiti limiti di età.

Intensità formale e mistero “naturale” caratterizzano Il monte delle formiche di Riccardo Palladino. Un evento legato ai cicli del mondo animale diviene il punto di partenza di una riflessione sul senso della vita e della morte ma anche sulla materia delle immagini.

Esigenza che ritroviamo in Carro di Alberto Baroni dove seguiamo l'enigmatico viaggio dell’Errante, viaggio che nasce da una visione.

Due ritratti per raccontare un universo poetico ed esistenziale: Prologo ed Ecfrasi su Alberto Camerini di Riccardo Giacconi, dedicato al musicista e performer, “l'arlecchino” del rock italiano”; e France – Quasi un autoritratto di Ilaria Pezone, che ci racconta cinefilia e ossessioni di Francesco Ballo, storico docente di cinema e regista sperimentatore. Due personaggi lunari, sospesi tra ansie e autoironia a cui non si può non voler bene.

PROSPETTIVE FUORI CONCORSO
Tre le proposte fuori concorso della sezione Prospettive: L’ultima popstar di Claudio Casazza, Carlo Prevosti e Stefano Zoja parte dalla visita del Papa a Monza per concentrarsi sul popolo dei fedeli che accorre per vedere e ascoltare Francesco. Una moltitudine smisurata di persone di 153 diversi Paesi disposta a tutto pur di essere presente all’avvenimento.

La Convocazione di Enrico Maisto racconta la figura del giudice popolare, insieme anonima e determinante: provare a riflettere su questo strano laboratorio umano dove il comune cittadino si trasforma in magistrato significa provare a capire molto di quello che sono i nostri sentimenti verso la Giustizia.

De l'autre côté des montagnes di Fatima Bianchi è una serie di ritratti video che raccontano due comunità: quella dei migranti arrivati in Francia dopo aver affrontato a piedi e con ogni mezzo un viaggio lungo mesi; e quella dei volontari che accolgono questi nuovi stranieri.
 

PROSPETTIVA GRIFI
Nel decennale della scomparsa, la retrospettiva di Filmmaker 2017 sarà dedicata ad Alberto Grifi: dalla Verifica incerta (1964-65) fino alla versione definitiva di L'occhio è per così dire l'evoluzione biologica di una lacrima (2007), passando per il suo capolavoro più celebre, Anna (1972-75) e per tanti titoli meno noti, il festival proporrà l'opera omnia di Grifi, compreso – sotto forma di installazione – il girato integrale di Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro (1976).

"Dedicare una retrospettiva ad Alberto Grifi – spiega il direttore del festival, Luca Mosso – non è soltanto tributare il doveroso omaggio a un maestro. La scommessa è piuttosto cercare di consolidare una relazione tra i suoi lavori e le tracce vive e presenti della sua lezione nel lavoro dei filmmaker delle nuove generazioni".

In occasione della retrospettiva verrà pubblicata una monografia dedicata ad Alberto Grifi firmata da​ ​Annamaria Licciardello per le edizioni Falsopiano.​ ​Una tavola rotonda e una serie di testimonianze completano il programma. La retrospettiva è realizzata in collaborazione con Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e Associazione culturale Alberto​ ​Grifi.

OMAGGIO AD ALAIN CAVALIER – SIX PORTRAITS XL
Tra gli ospiti dell'edizione 2017, un posto d'onore spetta a un autentico maestro del cinema francese, Alain Cavalier: 86 anni, noto al pubblico italiano soprattutto per Thérèse (Premio della Giuria al Festival di Cannes e tre César), Cavalier ha scelto da tempo di ridurre al minimo gli ingombri della "macchina cinema" (abbattendo i costi di produzione e aderendo a pieno alle novità introdotte dalla tecnologia digitale) per essere solo davanti alla persona che sta filmando: mettersi a filo dell'inquadratura, all'altezza di chi guarda, cercando sempre di stabilire con il soggetto ripreso un rapporto di consonanza. Filmare per Cavalier vuol dire soprattutto intessere una relazione, riuscire a catturare la particolarità del momento, quando la realtà diventa una questione di complicità. La macchina da presa diviene un mezzo di confronto e lo strumento attraverso il quale avviene un incontro.

I Six Portraits XL che si vedranno in anteprima italiana a Filmmaker sono sei ritratti, ciascuno riporta soltanto un nome proprio, rivela una professione. Pensati all’origine in un formato breve, tredici minuti per la televisione (Arte), poi divenuti di un’ora, sono stati realizzati da Cavalier negli anni: molti uniscono immagini del passato e del presente, quello che lui chiama il «bric-à-brac della vita».

FILMMAKER MODERNS
Il sassofonista contralto Ornette Coleman ha vissuto almeno quattro vite artistiche: dagli umili inizi nella scena Rhythm ‘n’ Blues fino al parnaso dell'avanguardia. Il nome di Coleman è immediatamente associato al free jazz; l'album “Free Jazz: A Collective Improvisation” del 1960, che contiene un’improvvisazione collettiva di 37 minuti, è probabilmente il culmine della sua rivoluzione musicale. Coleman conobbe la regista Shirley Clarke alla fine degli anni '60 e insieme pensarono di realizzare un film sul jazz. Il progetto, dopo un iniziale rifiuto dei produttori, verrà ripreso a distanza di vent'anni in vista dell'inaugurazione, nell'83, del Caravan of Dreams Performing Arts Center che avrebbe salutato il ritorno di Coleman nella sua città natale, Fort Worth, Texas. In Ornette: Made in America Clarke, con l'aiuto di Ed Lachman, decise di mescolare formati diversi, dai 16 mm originali al nuovo Super 16 a video di diversi tipi (dove compaiono Burroughs, Williams, Bowles, Ginsberg), e di seguire l’improvvisazione e le strutture non ortodosse della musica di Coleman, usata come vera e propria "sceneggiatura" del progetto.

OMAGGIO A FRANCESCO BALLO
Francesco Ballo (Milano, 1950) è stato docente di Storia del Cinema e del Video all’Accademia di Belle Arti di Brera. È studioso e filmmaker. Gli ultimi libri pubblicati sono: Jacques Tourneur. La trilogia del fantastico, Falsopiano, Alessandria, 2007 (Premio Internazionale Maurizio Grande VI edizione) e Il cinema di Buster Keaton. Sherlock Jr., Falsopiano, Alessandria, 2013. Negli ultimi vent’anni ha realizzato, tra gli altri, il lungometraggio in 16mm Quando le ombre si allungano (1996), Muri Bianchi (1998), Hai chiuso la valigia? (1999), Buster Keaton di corsa (2003), Guido Ballo. Poesie, con Marina Ballo Charmet (2004), Risa (2007), Note su Sherlock Jr., con Paolo Darra (2009), La fantastica coppia. Roscoe Arbuckle e Buster Keaton (2014), Ghiaccio Rosso (2016).
L’edizione 2017 di Filmmaker propone Si va, si va… documentario su una scalata; Linee in rilievo; Esperimenti (Raccolta 3).

RIVOLUZIONI
Nel ’68 João Moreira Salles ha sei anni, la sua famiglia dal Brasile, dove la dittatura militare ha preso in mano il Paese, si è trasferita in Francia. Ma quando le strade di Parigi si accendono con l'esplosione del Maggio decidono di tornare a casa per paura di una rivoluzione.

Nel ’77 Luis Fulvio nasceva. Mentre il movimento scuoteva l'Italia rivendicando “tutto e subito” lui era un neonato totalmente ignaro di quanto stava accadendo.

Negli anni degli anniversari – i quarant'anni appena celebrati del ’77 e i cinquanta che stanno per arrivare del ’68 – ci piaceva unire quasi in un cortocircuito temporale e storico due riflessioni (peraltro assai poco celebrative) su queste date molto diverse che condividono però la stessa distanza dal punto di osservazione. Non ci presentano cioè una memoria “alla prima persona”, basata sul vissuto, ma una sorta di ricerca tra quegli eventi che si affida ad altro. A cosa? Gli archivi innanzitutto, combinati alla percezione che ognuno dei due registi ha della storia con cui si confronta, la propria narrazione dell'epoca.

Salles per No intenso agora sceglie come riferimento i filmini che la madre gira nel corso di un viaggio in Cina durante la Rivoluzione culturale. La madre del regista nel “diario” che accompagna le immagini riflette su quanto vede e si lascia interrogare dagli eventi. È questo stato di spaesamento che Salles fa suo per esplorare il repertorio del ’68: archivi, spezzoni di film, interviste, manifestazioni. Facce. Strade. Cariche della polizia. Sorrisi. Leggerezza. Lacrime. La morte di Jan Palach a Praga. I suoi funerali. L'angoscia dell'operaia francese quando, dopo giorni e giorni, i cancelli della fabbrica riaprono. Lasciando collimare il suo sguardo con quello della madre, Salles si focalizza sulla “fine”, sul sentimento della “sconfitta”, o meglio sulla distanza tra le “attese” e i “risultati”. Nonostante questo, però, nulla potrà essere come prima.

Luis Fulvio si ferma in Italia, il suo ’77 No commercial use definisce una Storia – e una condizione – del nostro Paese in un momento preciso, le cui diramazioni però li oltrepassano continuamente. I materiali montati mescolano archivi, giornali, fanzine, tv. E ancora facce, vissuti, rabbia, desiderio, istanti di festa, morti, violenza. Sono passati nove anni dal ’68, nove anni di lotte e di resistenze, di scoperte, di cambiamenti epocali, nonostante quel sentimento di “sconfitta” che aleggiava alla fine del Maggio in Francia. Una rivoluzione lascia sempre una traccia.

E il paesaggio italiano che appare nel prisma del ’77 ne mostra più di qualcuna.

Il ’77 scompiglia il senso di “politico”, lo estende ai segni, alla grafica, ai linguaggi che si moltiplicano, all'etere che comincia a essere occupato, alla vita di ogni giorno. Ai corpi, ai gesti, alle scoperte, alla necessità di una diversa consapevolezza. Però non è un film “sul” ’77 questo di Luis Fulvio, proprio come non è un film “sul” ’68 quello di Salles: entrambi non propongono una “lettura” categorica di quegli anni, la loro è piuttosto una ricerca in forma di “trasmissione”, di eredità, di interrogativo. La Storia dialoga con l'immaginario in una costruzione aperta, disseminata di suggestioni, in continuo movimento. A differenza del racconto di chi c'era, spesso “a posteriori”, come tante letture storiche, quindi viziato dal presente, il non essere lì negli anni in questione, libera la riflessione da protagonismi o rimpianti o letture unidirezionali, pure se la posizione dei registi è molto chiara. Da questo “materiale” possiamo – noi spettatori – prendere qualcosa, farci domande a nostra volta, lasciarci trasportare, riprendere il filo di una riflessione. Ciò che resta e che è necessario ancora oggi.

SOGNI/INCUBI
Dopo aver presentato, nel 2012, il loro Leviathan, Filmmaker torna a ospitare le opere di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel proponendo i due film che i registi hanno realizzato nel 2017: Caniba, vincitore del Premio Speciale della Giuria Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia, è un affresco su carne e desiderio che riflette sulla sconcertante significazione del cannibalismo nell'esistenza umana attraverso il prisma di un uomo giapponese, Issei Sagawa, che – studente alla Sorbona – venne arrestato nel 1981 mentre cercava di svuotare in un lago al Bois de Boulogne due valigie insanguinate contenenti i resti della sua compagna di corso, Renée Hartevelt, uccisa due giorni prima nel suo appartamento. Dopo averle sparato alla nuca, Sagawa l’aveva stuprata e mangiato a modo suo parti del cadavere. Infine, affaticato e stordito, aveva deciso di disfarsi dei resti. Dichiarato legalmente malato di mente, fece ritorno in Giappone. Da quel momento è stato un uomo libero. Messo al bando dalla società, ha vissuto del suo crimine per più di trent’anni. Ha scritto romanzi e manga che rievocano il suo delitto nel dettaglio. È stato protagonista di documentari e film porno. Ha anche lavorato come critico gastronomico. Manifesta ancora il desiderio di consumare carne umana e morire per mano e nella bocca di un cannibale.

Lo spunto di partenza di Somniloques sono – appunto – i sonniloqui di Dion McGregor, musicista newyorchese studiato come caso clinico per l'assurda capacità di raccontare, in tempo reale, mentre dormiva, i suoi stessi sogni: una produzione ricchissima di storie, universi surreali e oscuri, umorismo e toni macabri registrati per sette anni dall’amico Mike Barr. È lo stesso McGregor che presta voce alle immagini di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor. «Vi concederò un’intervista» dice all’inizio: ed è “un'intervista” nel sonno. Racconta di uomini che lo squarciano, estraggono organi interni per poi ricucirlo; pronuncia frasi definite, parole chiare ma anche suoni gutturali, gemiti, litanie in una progressiva regressione allo stato primitivo. Intanto la macchina da presa, mossa dall'intenzione di filmare il sogno, inquadra dettagli di corpi che dormono in fuori fuoco, sottraendo la nitidezza per ricreare l’impressione del subcosciente. Un'opera onirica e insieme concreta perché la carne - seppure sfocata - resta sempre in campo, al centro dell’inquadratura.

FUORI FORMATO
Anche quest'anno, dopo i focus su Peter Tscherkassky ed Eve Heller, Johann Lurf e la collaborazione con l'Österreichisces Filmmmuseum, Fuori Formato continua a mappare il territorio del cinema d'avanguardia austriaco grazie a una delle figure più significative delle ultime generazioni, Siegfried A. Fruhauf, presente con un programma monografico e una “carte blanche” che intreccia ricerca estetica ed esperienza biografica.

Accanto a Fruhauf, altri due protagonisti della sezione “Fuori formato” saranno la fotografa e videoartista Sharon Lockhart, che in Rudzienko combina il racconto delle vite di alcune giovani donne “difficili” di un centro di socioterapia giovanile fuori Varsavia, e Gustav Deutsch con How We Live – Messages to the Family, un viaggio fra reperti filmici amatoriali raccolti tra Austria, Italia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Grecia e Australia.
 

L'ESSENZA DELLE IMMAGINI: FRAGRANCES IN MOTION AWARD – OLIBERE
“Fragrances in Motion Award” è il titolo del contest ideato dalla casa di profumi francese Olibere, in collaborazione con Filmmaker, Festival Mix Milano, Roma Creative Contest e con la media partnership di MYmovies.it e Lolaglam. Potrebbe sembrare bizzarro questo “partenariato” tra un festival come Filmmaker, attento alle sperimentazioni più indocili dell'immaginario, e un brand di profumi, per quanto indipendente e non allineato al sistema delle “grandi marche”, caratteristica che già lo rende vicino alle nostre predilezioni cinematografiche. Ma non è questo il solo punto di incontro. Fragrances in Motion infatti nasce dall'esigenza di coniugare un prodotto a un'immagine, ma non perché ne diventi il veicolo promozionale, o per dirla più banalmente: non per realizzare uno spot.

Ciò che si chiede ai partecipanti al contest, che comprende due categorie, “Amatori” e “Professionisti”, è invece di reinterpretare le essenze, di lasciarsi guidare da un senso, l'olfatto per attivare gli altri. Le immagini non devono quindi essere a servizio del profumo, piuttosto ne devono costituire quasi un contrappunto, in una reciproca ispirazione che vuole mettere in moto creatività ed emozioni.

Ciascuno dei partecipanti al contest riceve una collezione di sette fragranze ideate da talentuosi profumieri quali Amélie Bourgeois, Bertrand Duchaoufour, Luca Maffei. A partire dagli aromi delle essenze, i registi - ognuno con la propria storia e personalità olfattiva - provano a cercarne una interpretazione nelle immagini, in altre storie e in altri luoghi prossimi o lontani, spiazzanti o sentimentali, che trovano compimento nel formato breve.

È un work in progress – siamo alla seconda edizione – che cerca aggiustamenti a ogni appuntamento: l'aspetto che ci avvicina a questa scommessa è proprio il suo porsi su un confine che elude generi e regole per avventurarsi in altro, in forme ancora da scoprire.

Per questo abbiamo deciso di legare il contest a una master class tenuta da Michelangelo Frammartino (Le quattro volte; Alberi) che, col titolo Filmare l'invisibile, a partire dalla propria esperienza cinematografica, propone un itinerario di ricerca e di condivisione di un orizzonte nuovo delle immagini. «L'uomo moderno è affetto da un virus – dice Frammartino –. Ha smarrito il legame con le cose, sembra divenuto insensibile al dolore, a ciò che gli accade intorno, agli eventi che dovrebbero riguardarlo. Ha contratto un virus, ma ha anche prodotto il suo anticorpo, il cinema, una macchina che ha il potere non solo di filmare le cose, ma anche di radiografarne lo scheletro, di riscoprire la continuità che avvolge insieme gli esseri viventi, di farci percepire la stoffa invisibile di cui tutti siamo fatti».

FILMMAKER è sostenuto da Comune di Milano, Regione Lombardia, Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la collaborazione di Maison Olibere, Fondazione Cariplo, Forum Austriaco di Cultura, Goethe-Institut Mailand, Centro Ceco di Milano, Institut français Milano, Confcommercio Milano, Start.Srl, Le Rosse

I LUOGHI DEL FESTIVAL
Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2
Arcobaleno FilmCenter, Viale Tunisia 11
Casa del Pane – Ex Casello Daziario di Porta Venezia, Corso Venezia 63

TICKETS
Biglietto ingresso: euro 7,50
Abbonamento intero: euro 30 | Abbonamento ridotto: euro 25

INFO
Associazione Filmmaker
Tel. 02 3313411 - segreteria@filmmakerfest.org
www.filmmakerfest.com
https://www.facebook.com/FILMMAKERFESTIVAL/
https://twitter.com/filmmaker_fest
Hashtag: #Filmmaker2017

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