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Autore Redazione :: 10 Gennaio 2015

Si è spento all’età di 92 anni a Roma, Francesco Rosi, uno dei registi della grande generazione di cineasti italiani del periodo post neorealista. Ha avuto la fortuna di mancare nel sonno per gli effetti di una bronchite

Francesco Rosi

Si è spento all’età di 92 anni a Roma, Francesco Rosi, uno dei registi della grande generazione di cineasti italiani del periodo post neorealista. Ha avuto la fortuna di mancare nel sonno per gli effetti di una bronchite. Accanto a lui c’erano tanti amici di vecchia data tra i quali Marco Tullio Giordana, Roberto Andò, Giuseppe Tornatore.

Era nato a Napoli nel 1922 e aveva mosso i primi passi nel cinema nel periodo in cui crescevano altri autori emergenti come Gillo Pontecorvo, i fratelli Taviani, Ettore Scola e Pier Paolo Pasolini. È importante ricordare il suo contributo con Luchino Visconti per La terra trema e Senso, sul set insieme a Franco Zeffirelli. Le sue prime opere sono subito considerate controverse soprattutto per gli argomenti scottanti che affrontano. Rosi si può definire fin da subito uno degli autori militanti, laddove per militanza si intende nel cinema la capacità e il gusto di provare ad immaginare nuovi scenari della cronaca e politica italiana di quegli anni e del passato. La nota etichetta “cinema d’inchiesta” e “cinema di denuncia” dovrebbe far riflettere a partire dalla messa in scena dei suoi film per comprendere quanto il cinema possa essere rivoluzionario. Basti pensare a uno dei suoi capolavori come Salvatore Giuliano (1962), in cui la sequenza iniziale è ormai studiata in tutte le scuole di cinema del mondo. Aveva in quel caso la sorprendente capacità di sovvertire il punto di vista, tanto che la visione del cadavere di Salvatore Giuliano che molte generazioni conservano nella loro memoria è quella del film di Rosi! Ma le opere, se sposavano quel nuovo punto di vista, quella prospettiva scenica che era una novità assoluta nel cinema di denuncia coevo, aveva la capacità di spingere il ruolo dell’investigazione storica. Rosi, insomma, ci diceva che tutte le storie potevano essere riaperte attraverso l’arte cinematografica. Con Salvatore Giuliano ottenne immediati riconoscimenti, l’Orso d’argento come miglior regista al festival di Berlino del 1962.

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Un anno dopo il trionfo anche a Venezia con Le mani sulla città, altro documento imprescindibile per una storia documentaria dell’Italia del boom economico. Come Pasolini, anche Rosi aveva capito che non tutto l’oro luccicava e che il progresso senza vero sviluppo sarebbe poi costato tantissimo alla società italiana. Ma come si dice, nemo profeta in patria!

Rosi poi continuò negli anni settanta con altri splendidi esempi di cinema politico e contro la follia della guerra, come Uomini contro (1970) con Gian Maria Volonté. Sempre con il grandissimo attore girava poi Il caso Mattei (1972), che toccava uno dei misteri più foschi della storia italiana, e lo scomponeva in un’analisi investigativa mai fatta che aveva l’obiettivo preciso di ricostruire, come le tessere di un mosaico, i vari fatti. Con questo film vinse la Palma d’Oro a Cannes. Ricordiamo anche che per la preparazione del film Rosi contattò il giornalista Mauro De Mauro che fu ucciso proprio per le indagini sulla morte del presidente dell’ENI. Ha fatto scuola anche il successivo, sempre con Volonté protagonista, Lucky Luciano, del 1974, in assoluto il primo film sulla biografia di un boss mafioso.

Nel 1976 con Cadaveri eccellenti, racconta la storia dell’ispettore Amerigo Rogas, interpretato da Lino Ventura. È un viaggio tra i misteri di quegli anni con riferimenti a terrorismo e servizi segreti deviati. Poi nel 1979 un’altra opera stupenda come Cristo si è fermato a Eboli tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, con il quale si guadagnò il premio BAFTA per il miglior film straniero.

Negli anni successivi cambiò un po’ rotta, certo i tempi erano ormai mutati e vanno ricordati Carmen (1984) con Placido Domingo, opera nominata ai Golden Globe come miglior film straniero e La tregua (1997) con John Turturro nel ruolo di Primo Levi.
Solo nel 2008 torna agli onori della ribalta quando ricevette l’Orso d’oro alla carriera al Festival di Berlino e poi nel 2012 un Leone d’Oro per gli obiettivi raggiunti nella sua vita come autore del cinema. Il cinema di Rosi si può definire seminale per tutte le generazioni di cineasti come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Oliver Stone, Ken Loach, Mike Leigh. Tutti questi hanno ereditato dal suo cinema una serie impressionante di riferimenti. Si può affermare anche che il cinema documentario ha conosciuto un grande sviluppo negli ultimi anni grazie alla lezione di cineasti come Rosi, senza la quale la denuncia trasformata in immagini in movimento risulterebbe molto più sterile.

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