Ritratto di Guia Zapponi
Autore Guia Zapponi :: 9 Ottobre 2014
STORIA DI STRAORDINARIA FOLLIA

Come inizia una vita da attrice

Guia Zapponi

A nove anni mio padre regalò a me e a mio fratello una videocamera, una di quelle che registravano su VHS. Mio fratello si interessò subito al suo funzionamento. Io invece immediatamente volli occupare lo spazio di fronte all’obiettivo. Da subito mi inventai un repertorio di ruoli estremamente drammatici, dove interpretavo personaggi che si straziavano in pianti e in racconti dalle venature irrimediabilmente tragiche.

Con questo flashback sulla mia vita prende inizio il mio blog. E non perché se voglio raccontare qualcosa di me devo per forza iniziare in ordine cronologico dai primi gesti dell’infanzia, come a marcare che il mestiere dell’artista in qualche modo deve essere impresso nel DNA di una persona e si rivela in ogni respiro. Ma solo per il vezzo di notare come alle volte certe circostanze della vita, che sembrano irrilevanti mentre accadono, finiscono per anticipare il senso stesso di tutta la nostra esperienza umana. Si saldano ad altre, come i pomeriggi passati a danzare sulle tavole di legno del teatrino annesso alla scuola e poi i primi esperimenti di recitazione più seria e consapevole sul palcoscenico del teatro del liceo. Momenti vissuti e coltivati solo in virtù della loro piacevolezza: mi piaceva danzare, mi piaceva muovermi sul palco, mi piaceva il profumo di quell’ambiente che sembrava quasi fuori dal mondo e che nello stesso tempo tirava dentro tutto il mondo esterno trasformandolo e rigenerandolo. Mi piaceva interpretare delle parti diverse dalla mia vita quotidiana, dare calore ed esistenza a personaggi che diventavano veri solo attraverso di me.

Tutto questo mi appassionava. E alla fine del liceo mi sono chiesta se non ci fosse magari un modo per trasformare una semplice passione adolescenziale – una serie di circostanze venute senza una particolare predeterminazione – in una professione, in qualcosa che potesse riempire il mio futuro, dandomi anche da vivere. In questo il cinema ancora non c’era: c’era il teatro, il lavoro quotidiano sui personaggi, sui testi e sulle emozioni, unitamente alla ricerca di ciò che io stessa ero e delle potenzialità insite nella mia natura, che da una parte è sicuramente estroversa, ma dall’altra ha delle venature di timidezza. Questo contrasto emotivo ho potuto comprenderlo e gestirlo a fondo proprio grazie allo studio del senso e delle tecniche che definiscono la recitazione teatrale.

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Il cinema è arrivato dopo e tutt’oggi è qualcosa che sto ancora scoprendo. Ma al di là di alcune differenze sostanziali che oggettivamente cambiano il modo di lavorare in teatro e al cinema – differenze riguardanti la tecnica espressiva (ne parlerò meglio in un altro post) – il metodo con cui approccio un testo e la costruzione di un personaggio è lo stesso. Quindi da questo punto di vista il metodo appreso alla scuola del Teatro Stabile di Genova – che mi ha dato tutti i fondamenti della mia abilità di attrice e ha trasformato la mia passione nella mia professione – vale in modo equivalente sulle travi di un palcoscenico e in un set cinematografico. Il passaggio dal palco al set in questo senso è stato naturale e non ha presentato discontinuità o difficoltà particolari. Ha avuto solo bisogno della giusta occasione.

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