Ritratto di Guia Zapponi
Autore Guia Zapponi :: 15 Dicembre 2014

Guia Zapponi sul set

Quando ho mosso i primi passi sul set, nel 2004, ricordo che ero entusiasta. Avevo la sensazione di fare proprio quello che veramente era nelle mie corde e avevo come obiettivo da tanti anni. Mi sentivo realizzata, come se il mio diritto e la mia aspirazione ad essere felice si fossero improvvisamente avverati. Avevo studiato tanto allo scopo di essere in grado di svolgere questo lavoro e finalmente avevo l’opportunità di attuare tutto quello per cui mi ero preparata.

Fino alla data del mio ingresso su un set avevo frequentato già due scuole di recitazione, a Londra e a Genova, e avevo già avviato la mia carriera di artista teatrale. Avevo iniziato a conoscere la fatica del lavoro sul palcoscenico. Il teatro era il mio ambiente, invece il cinema era un mondo nuovo. Perciò, a dispetto del mio entusiasmo, il primo impatto con il set è stato tremendo, un uragano di emozioni diverse e difficilmente gestibili.

La prima impressione? Mi sono sentita una principessa! Tutti sembravano al mio servizio per rendere possibile il mio ruolo nel film. Però appena ho iniziato a recitare mi sono trovata a dover tenere presente una quantità di aspetti – le luci, le posizioni delle macchine da ripresa, i tempi giusti, i movimenti sulla scena rispetto all’area di ripresa… – che, ammetto, da subito non ho saputo valutare correttamente. Era un’esperienza del tutto nuova rispetto al lavoro in teatro. Certe cose bisogna impararle sul campo, è difficile saperle prima! Così in quella prima occasione io istintivamente ho continuato a dare maggiore importanza al rapporto con gli altri attori e alla caratterizzazione del mio personaggio. Tutto il resto, completamente nuovo, mi aveva un po’ messa in soggezione, ero piuttosto intimorita e, a tratti, disorientata.

In realtà io sono una persona solare ed energica, molto determinata, ma il mio tratto relazionale con il mondo è innanzi tutto quello della timidezza, per cui da una parte ho un grande fervore quando si tratta di affrontare situazioni nuove e stimolanti, ma quando le ho di fronte ne avverto interamente il peso e non prendo nulla alla leggera. Per questo solo alla terza esperienza sul set ho iniziato a sentirmi nel posto giusto e pienamente a mio agio.

Per dare un’idea della pressione che si sente su un set, basta dire che nell’ultima fiction in cui ho recitato, Le due leggi con protagonista Elena Sofia Ricci, avevo una media di ottanta persone intorno. In una scena io dovevo parlare con la Ricci (avevo la parte della sorella del personaggio principale) in una stanza di due metri per tre. Avevo indosso un abito da sposa, un vestito così ingombrante che a ogni movimento sembrava che trascinasse giù tutto e intorno a me una pletora di persone, di luci, di macchine… Sono situazioni che rendono il lavoro della recitazione più arduo, perché sviano la concentrazione dall’interpretazione del personaggio a una molteplicità di altri aspetti che poco hanno a che fare con il dare pienamente vita a un carattere.

Per questo ancora oggi il primo ciak per me non va mai bene. Serve solo per capire come è organizzato il set, per sentire come si deve vivere la scena in mezzo a tutti gli ingranaggi esterni configurati per riprenderla. Il mio ciak perfetto è il terzo: quando ormai ho interiorizzato e automatizzato movimenti e relazioni con le cose intorno a me e posso davvero lavorare solo sull’espressione.

Poi chissà, magari tra cinquant’anni sarò perfetta anche al primo ciak, ma per ora va così: ho raggiunto una maturazione professionale che mi permette di affrontare qualunque contesto davanti alle macchine da presa senza più inibizioni o tentennamenti. E ogni tanto mi ritrovo a pensare ai giorni di quel primo set con un po’ di commozione e un pizzico di orgoglio, rivivendoli come un’esperienza straordinaria che ha reso più bella la mia vita e ha dato il senso più pieno alla mia scelta professionale.

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