Ritratto di Davide Comotti
Autore Davide Comotti :: 13 Ottobre 2014
ITALIA UNDERGROUND

L'etrusco uccide ancora

La prima vittima dell'Etrusco

Armando Crispino è uno di quei registi che sono riusciti a lasciare il segno, anche con pochi film, in ogni genere che hanno frequentato: dal thriller al western fino alla commedia ha impresso sempre un carattere personale. I suoi due thriller, L’etrusco uccide ancora (1972) e Macchie solari (1975), così diversi e perfetti, sono fra i migliori e più singolari del panorama italico, meritevoli di stare accanto ai classici di Argento e Fulci. L’etrusco uccide ancora trova la sua particolarità in varie ragioni: l’ambientazione gotico/esoterica, fra Cerveteri e Spoleto, con antiche tombe, teatri e una villa barocca; una regia e una sceneggiatura (scritta da Crispino insieme a Lucio Battistrada) notevoli, con un ottimo intreccio giallo dove la suggestione soprannaturale lascia presto spazio unicamente all’elemento razionale; la robusta caratura dei personaggi; il cast di lusso, dal protagonista Alex Cord (Un minuto per pregare, un istante per morire) ai coprotagonisti Samantha Eggar (The Brood) e John Marley (La morte dietro la porta) fino allo stuolo di caratteristi – Horst Frank, Enzo Tarascio, Enzo Cerusico, Carlo De Mejo.

L’archeologo americano Jason Porter (Cord) è al lavoro nelle terre dell’antica Etruria, ospite della sua ex ragazza ora sposata con un celebre direttore d’orchestra: la permanenza è funestata da alcuni feroci omicidi compiuti secondo un antico rituale etrusco e che vedono come vittime giovani coppie; la polizia sospetta anche di Jason, che dovrà scoprire il vero assassino. Se è vero che ci sono elementi argentiani, come le soggettive e il flashback lisergico sul trauma infantile, L’etrusco uccide ancora prende una strada tutta sua. Trattasi infatti di un thriller gotico dall’ambientazione pressoché unica e che si distingue anche per la costruzione dei personaggi – a cominciare dal protagonista ex alcolizzato – e la rappresentazione dei rapporti interni a questa grande “famiglia”, un autentico covo di serpenti. Il body-count è meno elevato rispetto ad altri gialli, ma gli omicidi sono ben coreografati con una spiccata ferocia, una mazza al posto del consueto rasoio e l’insistenza sui dettagli sanguinari (da notare anche l’inserimento di inquadrature quasi subliminali del terrificante demone Tuchulcha).

Il complicatissimo intreccio si dipana attraverso una serie di protagonisti, caratteri a latere e colpi di scena, in quello che risulta essere un perfetto meccanismo narrativo. Notevole la potenza visiva dei delitti – o del ritrovamento dei cadaveri – accompagnati dalle poderose note intradiegetiche del Dies Irae di Verdi: tali musiche altisonanti finiscono quasi per mettere in secondo piano la pur bellissima colonna sonora di Riz Ortolani, una melodia romantico/malinconica di ampio respiro. Sarà magari un dato casuale, ma il feticismo dell’assassino per le scarpe rosse anticipa di dieci anni la medesima ossessione presente in Tenebre (1982) di Dario Argento.

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