Ritratto di Davide Comotti
Autore Davide Comotti :: 10 Novembre 2014
ITALIA UNDERGROUND

Io ho paura

Il brigadiere Graziano (Volonté) in azione

Damiano Damiani, uno dei grandi maestri del cinema italiano, ha impresso alle sue opere un carattere unico: pochi come lui hanno saputo coniugare “cinema d’autore” e “cinema di genere” (ammesso che esista veramente questa distinzione), impegno socio-politico e spettacolo. Dal western Quien sabe? al seminale Giorno della civetta, dagli splendidi polizieschi sui generis degli anni Settanta fino agli epigoni del decennio successivo, Damiani ha sempre guardato in faccia la complessa realtà italiana, prendendola di petto e mostrandola con coraggio in tutta la sua crudezza, senza intellettualismi di maniera.

Un regista incredibilmente avanti sui tempi, fra i primi a mettere in scena le connessioni tra la mafia e la politica, il terrorismo e i suoi oscuri legami con lo Stato, il sistema carcerario, la corruzione. E Damiani fa tutto questo costruendo vicende robuste e appassionanti, con avvicinamenti al poliziesco attraverso ottime sequenze d’azione, ma soprattutto dialoghi crudi e lucidissimi.

Paradossalmente, i due maggiori capolavori – entrambi datati 1977 – sono anche fra i meno noti: Goodbye & Amen, serratissimo thriller spionistico sui generis, e Io ho paura, formidabile e innovativo film di denuncia con protagonista un immenso Gian Maria Volonté. Il brigadiere di polizia Ludovico Graziano (Volonté) ammette di aver paura dopo l’ennesima uccisione di un agente: il suo superiore decide allora di assegnarlo come scorta all’anziano giudice Cancedda (Erland Josephson), in quello che dovrebbe essere un incarico relativamente semplice. Indagando su un omicidio, il magistrato scopre però l’esistenza di un gruppo terroristico legato ai servizi segreti: con l’aiuto del poliziotto cerca di venire a capo della faccenda ma viene assassinato. Graziano ottiene un nuovo incarico come agente di scorta a un altro giudice, l’ambiguo Moser (Mario Adorf), e dovrà lottare per la propria vita contro chi – agendo nell’ombra – vuole metterlo a tacere. Sarebbe sufficiente il piano-sequenza iniziale sull’attentato al giudice per capire quanta arte cinematografica sia presente nello sguardo di Damiani, con la macchina da presa che segue a ritroso i due killer fino alle raffiche di mitra.

Preludio a un capolavoro assoluto del nostro cinema, in grado di appassionare lo spettatore dall’inizio alla fine grazie a una magistrale sceneggiatura curata nei minimi dettagli da Damiani e Nicola Badalucco (autori dello script anche di Goodbye & Amen, un’altra lezione di cinema) e alle performance del cast. Volonté giganteggia come sempre, passando dall’ispettore superomista di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a questo poliziotto umile e dimesso, disilluso e onesto, che “ha paura” ma al momento giusto saprà tirar fuori tutto il suo coraggio. Un’immagine nuova del poliziotto, negli anni in cui furoreggiavano i “commissari di ferro” in stile Maurizio Merli, più umana e realistica: Damiani mette in scena con coraggio non solo i legami fra terrorismo e servizi segreti deviati, ma anche la rivendicazione dei diritti da parte della polizia – vedasi la manifestazione dopo l’omicidio iniziale – forse per la prima volta nel nostro cinema.

Un’acuta indagine socio-politica, come nelle corde del regista, supportata da una narrazione ritmata e da un meccanismo giallo perfetto, ricco di personaggi robusti e realistici – non solo Volonté ma anche l’intenso Josephson (attore-feticcio di Ingmar Bergman), con i suoi profondi discorsi sul valore della magistratura, e il viscido Adorf (nome di punta del cinema di genere italiano). Ottime come sempre anche le sequenze d’azione, dalla sparatoria iniziale all’attentato contro Cancedda fino all’indimenticabile twist finale nella sala cinematografica, scevre però da ogni carattere pulp e fumettistico. Le splendide musiche di Riz Ortolani – cadenzate, perentorie e plumbee – accompagnano tutta la vicenda fino all’amara conclusione.

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