Ritratto di Rosa Maiuccaro
Autore Rosa Maiuccaro :: 3 Giugno 2014

Al Social World Film Festival di Vico Equense abbiamo incontrato l’attore napoletano Francesco Di Leva che ha difeso con forza ciò che gli sta più a cuore: il teatro e l’impegno quotidiano nel suo quartiere di origine

Francesco Di Leva

Qualcuno l’ha salutato dandogli della “faccia da camorrista” sottolineando come sia impegnato da anni negli stessi ruoli, lui ha risposto cordialmente “stiamo cercando di lavorare per fare altro”. Stiamo parlando di Francesco Di Leva, trentasei anni, noto al grande pubblico per i ruoli nella fiction Il Clan dei Camorristi e nel film Una Vita Tranquilla, al fianco di Toni Servillo, che gli è valso una nomination ai David di Donatello. L’artista partenopeo si dedica inoltre da anni ad una fervida attività teatrale, a cui è collegato un impegno sociale altrettanto importante.

So che è reduce dal successo teatrale di Educazione Siberiana
È stata un’esperienza fantastica perché abbiamo lavorato a stretto contatto con l’autore del libro e credo che questo sia stato un valore aggiunto per tutta l’operazione in quanto Nicolai oltre ad essere un intellettuale è anche una persona d’istinto, di pancia come lo siamo noi napoletani. Per questo siamo entrati molto in sintonia. Io stavo girando Una Vita Tranquilla in Germania quando, avendo finito di leggere dei libri, il regista Claudio Cupellini mi suggerì Educazione Siberiana convinto che mi sarebbe piaciuto moltissimo. Al rientro in Italia, ho fatto di tutto per acquistarne i diritti insieme ad Adriano Pantaleo. Il primo incontro con Nicolai è stato molto difficile, sei ore con una pistola sul tavolino (ride, n.d.r.)! Poi si è aperto con noi anche grazie al fatto che eravamo reduci dal successo di Gomorra. Quindi siamo partiti per questa nuova avventura con la nostra compagnia teatrale NestT, cercando di coinvolgere i più importanti teatri italiani. Adesso vorremmo tentare di portare in scena Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi. Ci piace portare la letteratura a teatro. Anche se ne esiste una versione cinematografica, in questo caso Mio Fratello è Figlio Unico, ci piace dare più speranza e vita ad uno scritto.

Cosa ne pensa delle polemiche riguardo la veridicità dei fatti narrati nel romanzo?
Stiamo parlando di romanzi amati e odiati di lettori, un po’ come lo è stato Gomorra. Se si è inventato tutto è un grande romanziere, altrimenti ha raccontato una storia vera. Come attore e artista di una nuova generazione tutto questo non mi interessa. Io intravedo qualcosa e cerco di porre una lente d’ingrandimento su ciò che mi colpisce nel tentativo di farlo arrivare a più persone possibili.

A proposito di Gomorra, qual è la sua opinione sul passaggio dal libro al teatro, poi al cinema e ora alla fiction?
Quando abbiamo iniziato Gomorra si diceva che la camorra era soltanto un fenomeno locale. Dall’esterno mi sembra che ci si stia marciando troppo sulla camorra perché poi sia gli attori sia i produttori fanno il loro lavoro cercando il proprio tornaconto. Però sono anche convinto che sia l’unico modo per far conoscere questo male a più persone possibili. Io sono andato in tournée in giro per l’Europa e ho potuto constatare che le persone non possono più fare finta di niente. Adesso le persone ne discutono, si informano e capiscono che non si può più pensare che vada tutto bene e che non ci riguardi perché un imprenditore che vede che un prodotto uno glielo vende ad 1 euro e un altro a 10 centesimi deve capire per forza che c’è qualche cosa che non va. Non può più girarsi dall’altra parte come abbiamo fatto per anni. Credo che questo sia il merito più grande del fenomeno Gomorra. Quello che deve essere chiaro è che subito dopo aver raggiunto la vetta, per i criminali inizia il declino. Al Pacino in Scarface ne è l’esempio più lampante. Ma anche in Gomorra fanno tutti una brutta fine. Non c’è un solo camorrista o mafioso che abbia goduto dei beni conquistati. Dunque c’è veramente poco da idealizzare, però la gente arriva dove arriva la propria mente, la propria intelligenza. Solo mettendo il pubblico a confronto con questo schifo, si può incitarlo a combatterlo.

Ultima domanda, il suo impegno sociale è strettamente legato alla sua attività artistica. Crede che le due cose siano inscindibili?
Per quanto mi riguarda, avendo due bambini, credo che debbano camminare di pari passo. Il mio è un impegno quotidiano. Mi piacerebbe ogni giorno adottare un bambino del nostro quartiere e salvarlo da una vita destinata alla criminalità. Ho aperto un teatro proprio per dargli un’alternativa. Adesso sto aiutando un ex boss del mio quartiere, San Giovanni a Teduccio, che mi ha detto: “Ho vissuto cinque anni da leone ma mi ritrovo già da 15 in carcere e ne dovrò scontare altri 40”. Credo che questo sia un monito per tutti i giovani.

Francesco Di Leva in una scena della rappresentazione teatrale di Gomorra

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