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Autore Rosa Maiuccaro :: 6 Settembre 2014

Subito dopo la presentazione del suo ultimo film "The Golden Era", che ha chiuso ufficialmente la Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo intervistato la regista cinese Ann Hui, che quest’anno è anche Presidente della Giuria Orizzonti

Ann Hui

La popolare regista cinese Ann Hui ha chiuso in modo deludente la Mostra del Cinema di Venezia con il suo The Golden Era. Un biopic di proporzioni epiche il suo sulla talentuosa scrittrice cinese Xiao Hong. L’abbiamo intervistata poco dopo aver concordato con la giuria Orizzonti, di cui quest’anno era Presidente, il verdetto finale. 

Quando è nata l’idea di fare questo film?
L’idea viene addirittura dagli anni Settanta, quando sono venuta in contatto con questa scrittrice. In quel periodo però non avevo i mezzi ed è mancata l’occasione per realizzarlo. È stato nel 2007 che finalmente ho avuto la possibilità di farlo.

Che cosa l’affascinava della vita di questa scrittrice?
Mi hanno sempre affascinata i poeti romantici come Byron e Keats. E Xiao Hong, come loro, è morta prematuramente a soli 31 anni. Poi è attuale oggi così come lo era nel 1975 quando leggevo i suoi romanzi.

Che eredità ha lasciato alla Cina?
L’hanno scorso è ricorso il centenario della sua morte, in occasione del quale ci sono state diverse iniziative per ricordarla. Devo dire che hanno avuto un discreto successo.

Questo film avrebbe potuto essere costruito come un colossal hollywoodiano in costume?
Non mi dispiacciono i film hollywoodiani. Mi piace guardare e riguardare West Side Story ma non condivido il modo in cui questi film sono realizzati perché non sono sperimentali da un punto di vista stilistico e tecnico. La loro attenzione è tutta rivolta all’effetto visivo.

Il target del film è il pubblico cinese o spera che possa avere una risonanza a livello internazionale?
Sicuramente è rivolto ai cinesi ma speriamo che possa offrire spunti anche ad un pubblico internazionale.

Perché ha scelto di rappresentare la vita di Xiao Hong attraverso le sue opere letterarie?
È un’idea di cui ho discusso con lo sceneggiatore. Abbiamo pensato che tutte le biografie alla fine sono solo delle versioni della vita di un personaggio. Noi pensiamo che in questo modo il racconto possa essere più autentico ma non possiamo esserne certi. Per questo abbiamo scelto questo tipo di narrazione in cui i vari protagonisti, che sono altri scrittori come lei, esprimono le loro previsioni del futuro.

Com’è la situazione in questo momento del cinema di Hong Kong?
La situazione non è molto positiva. Molti di noi vanno a girare i propri film in Cina. È un problema di mercato perché fin dall’inizio Hong Kong aveva un mercato molto piccolo e si basava sulle produzioni del sud-est asiatico. Oggi questi paesi hanno i loro cinema nazionali e Hong Kong non ha più la centralità di un tempo. Si tratta di una questione economica principalmente perché non abbiamo abbastanza risorse ad Hong Kong per produrre i nostri film. Così ci rivolgiamo alla Cina che può offrirci questi mezzi.

Questo comporta dei limiti?
La differenza non è così evidente per quanto riguarda la censura. In Cina però è molto più difficile girare dei documentari rispetto ad Hong Kong. Non penso che la Cina fagociterà mai il cinema di Hong Kong perché la nuova generazione di registi è più matura. Poi sono fiduciosa anche nel pubblico che guarda i film occidentali in DVD ed è sempre più colto da un punto di vista cinematografico.

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