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Autore Rosa Maiuccaro :: 21 Aprile 2014

In occasione del festival Made in Italy a Londra abbiamo incontrato Giuseppe Battiston, uno degli attori più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo, che ha presentato ben tre film in rassegna

Giuseppe Battiston

Dal 5 al 9 Marzo si è tenuto come ogni anno a Londra il Festival Made in Italy, durante il quale la capitale inglese omaggia il cinema del Belpaese. In occasione della manifestazione abbiamo incontrato Giuseppe Battiston, uno degli attori più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo, che ha presentato ben tre film in rassegna: Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleotto, La Variabile Umana di Bruno Oliviero e La Prima Neve di Andrea Segre. L’attore friulano, 45 anni, si è costantemente distinto nel nostro panorama cinematografico grazie al suo eclettismo e alla sua personalità controcorrente. Lo vedremo a breve sui nostri schermi ne La Sedia della felicità, ultima opera del regista Carlo Mazzacurati, scomparso a soli 57 anni lo scorso Gennaio.

Sei qui a Londra per presentare tre film che raccontano delle realtà provinciali, da friulano quanto credi che i registi italiani siano bravi a connotare quei territori?
Credo che siano molto bravi. Il maestro in questo è sempre stato Carlo Mazzacurati, a cui ero molto legato dopo aver lavorato diversi anni insieme. E’ curioso che dopo aver letto la sceneggiatura di Zoran, i produttori abbiano esclamato: “No, di Mazzacurati ne abbiamo già uno e basta e avanza!”. In realtà io e Matteo (Oleotto, n.d.r.) saremmo molto orgogliosi se il film venisse anche solo lontanamente accostato al cinema di Mazzacurati.

Perché è importante rappresentare la provincia?
Credo che sia importante rappresentare la provincia perché l’Italia è un paese straordinario, nel senso letterale del termine, ovvero fuori dall’ordinario, perché è un crogiolo di popoli, culture, tradizioni e costumi diversi unico nel mondo. Rappresentare le varie periferie del nostro paese non è soltanto un modo per farle conoscere ma anche per fotografare la nostra società e i cambiamenti che avvengono all’interno di essa, non partendo sempre da Roma.

Quali sono gli elementi che la caratterizzano?
È interessante osservare in queste piccole realtà il riflesso della crisi, che è non soltanto economica, ma anche morale come possiamo ben vedere ne La Variabile Umana. In Zoran, invece, è bello notare come la comunità, pur non navigando nell’oro, si riunisca in queste piccole case private, che diventano dei luoghi di aggregazione dove si cerca di mantenere una vita decorosa e si sviluppa un forte senso di solidarietà. Questo mi sembra un aspetto fin troppo sottovalutato in un paese come il nostro, dove più che in ogni altro si cerca sempre una scappatoia per arricchirsi e sopraffare l’altro.

Fin dalla presentazione a Venezia Zoran è stato accolto con grande entusiasmo. Credi che la chiave del successo sia il suo ritorno ad un cinismo proprio delle commedie all’italiana del passato?
Sono assolutamente d’accordo. Credo che Zoran, pur avendo una cifra stilistica che differisca in parte dal cinema italiano, possieda gli stilemi tipici della commedia all’italiana. Si ride infatti di un personaggio disgraziato che cerca di migliorare in qualche modo la sua condizione esistenziale non riuscendoci. Poi credo che sia stata la sua semplicità a decretarne il successo. Matteo è stato molto intelligente nello scegliere di raccontare una realtà e delle personalità che conosce bene, costruendone un ritratto verosimile e immediato. Zoran non è un film facile e banale come i film che in questo momento stanno incassando milioni di euro al botteghino italiano ma è un film semplice. 

Nella tua carriera hai avuto la fortuna di interpretare sempre dei personaggi eccentrici, variopinti e diversi tra loro, qual è il ruolo che in questo momento della tua carriera scalpiteresti per interpretare?
Ovviamente un ruolo in cui non mi sono ancora cimentato. Anche il serial killer, perché no? (ride, n.d.r.). Amo il mio lavoro perché mi dà l’opportunità di scavare in territori che non conosco, di “coltivare il terreno meno sfruttato”. Questo è fondamentale per me.  In Italia spesso ti vedono interpretare un ruolo e cercando di riproportelo in tutte le salse. Dopo Pane e Tulipani, mi arrivarono numerose proposte lavorative ma ne rifiutai molte perché erano tutte uguali. È stato un periodo difficile perché ho cercato in tutti i modi di padroneggiare il mio mestiere e di imporre la mia modalità espressiva. Avendo bisogno di lavorare poi ho accettato alcune di quelle proposte senza mai rinunciare alla mia autonomia nella connotazione dei personaggi che interpreto.

Ti capita spesso di leggere sceneggiature brutte? Qual è l’aspetto che detesti maggiormente?
Moltissime! Odio i film volgari e non mi riferisco alla frequenza delle parolacce ma a quei film che dicono, fanno e pensano porcherie per il solo gusto di farlo.

Il film di Segre, La Prima Neve, è incentrato sul tema dell’immigrazione. In questo particolare momento storico del nostro paese, ti è mai venuto in mente di emigrare?
Emigrare non proprio ma mi piacerebbe molto lavorare anche all’estero. Ciò che mi auguro di più è che il nostro cinema possa diventare meno provinciale e più internazionale, pensando meno agli incassi al botteghino e più all’impronta che potrebbe lasciare in Europa. Mi piacerebbe che avessimo un ruolo meno marginale nel mercato internazionale. In altri paesi questo sguardo c’è, mentre in Italia la maggior parte dei nostri produttori non si cura affatto di avere una distribuzione internazionale. Il motivo è chiaro: non avrebbero un ritorno economico. Questo chiarisce il nostro limite.

Sei stato spesso definito un antidivo, un attore che non ama molto la mondanità. Che rapporto hai con il mondo dello spettacolo di cui fai parte?
Pessimo! Adoro i piccoli festival perché sono a dimensione d’uomo e ti consentono di confrontarti con il pubblico. Frequento i grandi festival perché ovviamente apparire fa parte del mio lavoro e non mi posso sottrarre a questi impegni anche se non sono la parte più divertente. Se non ho film da presentare mi guardo bene dal presenziare.

Quanto c’è di te nei personaggi che interpreti, da una parte così eccentrici e dall’altra così profondamente malinconici?
Non è importante quanto c’è di me in loro ma che chi li guarda possa capire quanto c’è di se stesso. Mi piace pensare che lo spettatore, anche guardando Zoran, possa interrogarsi su come si comporta. Noi attori dobbiamo saper costruire caratteri e per costruirli è fondamentale osservare le persone e le loro caratteristiche.

Ricordo un tuo monologo molto divertente sugli attori cani. Quanto credi che la nostra industria cinematografica sia meritocratica?
Fortunatamente ci sono molti attori bravissimi. In questo momento è davvero bello vedere i miei colleghi in azione. Anche il fatto che in qualche modo è finita l’epoca dei divi, da un lato ci avvicina di più al pubblico e dall’altro di più al nostro mestiere. Preferisco non parlare degli esempi deteriori, ma rimanere su quelli positivi. Purtroppo spesso in Italia il cinema è un affare di famiglia e questo è un male tutto italiano che si tramanda non soltanto nell’industria cinematografica ma anche tra notai, farmacisti, avvocati, ecc. Nel nostro campo ci sono sempre gli stessi attori che lavorano però l’aspetto positivo è che ogni volta se ne aggiunge qualcuno. Il nostro problema è non avere un cinema indipendente forte come negli Stati Uniti. Lì considerano film low-budget pellicole realizzate con 20 milioni di dollari. In Italia nessuno fa film con 20 milioni di euro. La media sono due. Non so se non possono o non vogliono capire che investire sull’industria cinematografica potrebbe portare dei benefici enormi.

Ultima domanda, so che sei un estimatore di Paolo Sorrentino, ti sarebbe piaciuto far parte del cast de La Grande Bellezza?
No! Perché è un film dove il ruolo degli attori è giustamente marginale rispetto alla narrazione. Il film fotografa un mondo fatto di figure che io personalmente ho avvertito distanti perché stiamo parlando di un’intelligentia decadente. Ci sono tanti film di Paolo che avrei voluto fare, come L’Uomo in Più o Le Conseguenze dell’Amore, mentre ne La Grande Bellezza c’è una grande visione cinematografica ma poco materiale per noi attori su cui lavorare.

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