Ritratto di Camilla Maccaferri
Autore Camilla Maccaferri :: 2 Settembre 2014

Recensione di La zuppa del demonio di Davide Ferrario. Un documento minuziosamente ricostruito con filmati d'archivio che racconta di un secolo di amore italiano per il progresso, fuori concorso a Venezia 71

Abbiate fiducia nel progresso, che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza.

Filippo Tommaso Marinetti

Non il progresso ma l’idea futurista di progresso come unica divinità, indispensabile alla vita, dagli inizi del Novecento ai primi vagiti dell’energia nucleare: questo il tema di La zuppa del demonio, di Davide Ferrario, che ricostruisce un secolo di storia industriale grazie a reperti d’archivio. Attingendo agli scaffali dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea (al cui direttore Sergio Toffetti  è attribuita l’idea del film) e inserendo qualche segmento tratto da altri film (come il seminale L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov) il regista ricostruisce l’esaltazione occidentale, e in particolare italiana, per la furia di acciaio e vetro che, sventrando boschi e montagne, ha portato la catena di montaggio a diventare, almeno per una manciata di decenni, il fulcro pulsante di un paese.

Affidandosi qua e là a importanti citazioni letterarie (da Buzzati a Gadda, da Marinetti a Majakovskij) il viaggio tra gli ingranaggi dell’industrializzazione nostrana si avvale di filmati dagli archivi delle più grandi industrie che fecero la storia: Olivetti, Ansaldo, Fiat, Eni. Scopriamo così che, ben prima che la Silicon Valley con le sue compagnie worker-friendly fossero inventate, la Olivetti metteva a disposizione dei dipendenti una biblioteca e una sala cinematografica. Colate di cemento e frenetiche operazioni a catena à la Tempi Moderni si susseguono, punteggiate dai commenti, ora sarcastici, ora incantati dei narratori che, al tempo, assistevano all’avanzata del progresso, all’esodo dei contadini meridionali, coppola calata in testa, verso le metropoli, all’ instaurarsi dell’operosità come valore di riferimento. Sullo sfondo, due grandi poli: la caotica, ipercinetica, stressante Milano e la rigorosa, ordinata, seria Torino, cresciuta all’ombra di Mamma Fiat. Ai margini, l’Ivrea del regno Olivetti e il fiorire dell’industria nel sud: Pozzuoli, Gela e la tristemente famosa vicenda dell’Ilva di Taranto, ferita ancora aperta ai giorni nostri.

Una serie di documenti certamente interessanti, la cui progressione rischia però di rappresentare un quadro piuttosto stereotipato dell’evoluzione industriale italiana: dal fremito elettrico di inizio secolo, alla grandeur imposta dalla “rapidità fascista”, fino alla serializzazione del benessere sotto forma di utilitarie e prodotti usa e getta. L’unica novità, da questo punto di vista, sta nella prospettiva, che condanna sottilmente, senza però stigmatizzarli, quegli iperbolici slanci evolutivi che, a distanza di anni, hanno forse causato più danni che vantaggi. A tratti desolante (le immagini delle vecchie automobili buttate a mare apertamente e, anzi, con una mossa di marketing dalla parte della casa costruttrice intitolata macabramente “Fiat per i pesci”), altre volte quasi didascalico, La zuppa del demonio (titolo tratto da Buzzati che così definiva il lavoro negli altiforni) è il classico documentario “da festival” che guarda al nostro recente passato con un terrore venato di nostalgia. Nelle sale dall’11 settembre. 

Trailer di La zuppa del demonio

Voto della redazione: 

3

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