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Autore Redazione :: 5 Febbraio 2018

Ispirato al libro di Guido Barlozzetti su Stanley Kubrick, dove gli scacchi sono una chiave d'accesso al suo cinema cercando di ritrovarne le ossessioni più profonde, nasce lo spettacolo teatrale Labirinto K./Viaggio nella testa di Stanley Kubrick

Labirinto K./Viaggio nella testa di Stanley Kubrick

Ispirato al libro di Guido Barlozzetti su Stanley Kubrick, che assume gli scacchi come una chiave d'accesso al suo cinema cercando di ritrovarne le ossessioni più profonde, nasce lo spettacolo teatrale Labirinto K./Viaggio nella testa di Stanley Kubrick, in scena per la prima volta al Teatro Palladium di Roma venerdì 9 febbraio, con la voce/corpo narrante e la regia di Guido Barlozzetti, il progetto visivo di Massimo Achilli e le musiche di Enzo Pietropaoli.

Gioco di interazioni fra parola, immagini e suoni per raccontare/evocare i tormenti di un cammino cinematografico che comincia nel 1953 con Paura e desiderio e si conclude nel 1999 con Eyes Wide Shut, lo spettacolo vede sul palco, nelle vesti di narratore, Guido Barlozzetti, che conduce il racconto attraverso una serie di stazioni simboliche.

Protagonisti in scena alcuni oggetti-segno: un elmetto (i soldati pedoni di Paura e desiderioOrizzonti di gloriaFull Metal Jacket..), una valigia (i pedoni di Rapina a mano armata), una bibita con cannuccia (il pedone Humbert Humbert davanti a Lolita..), una bombetta e un bastone (Arancia meccanica), la sedia regale (i Re, i generali, il ministro di Arancia, Hal di 2001 odissea nello spazio, il Maestro delle cerimonie di Eyes Wide Shut), una scimmia-pelouche (2001), una cornice vuota (i quadri di Barry Lyndon), il monolito di 2001…

Il contrabbassista Enzo Pietropaoli interviene e accompagna con la sua musica un racconto di pedoni e re, cavalli, regine, alfieri e torri – compresa la torre munita e presidiata di Stanley -, in cui gli scacchi diventano i protagonisti dei film rappresentando ognuno un modo di entrare nella partita, della vita e del cinema,  e di giocarla, tramite mosse e movimenti, bianchi e neri, luci e ombre, fino ad incastrarsi in  due figure simboliche ricorrenti nel suo cinema: il Monolito e il Labirinto. 
Uno spettacolo che si articola in un discorso puntuale ed evocativo, che lascia spazio alla memoria e all'immaginazione del pubblico e che non vuole spiegare e circoscrivere un'ispirazione improntata all'eccesso e alla perfezione, ma che mette in scena un percorso, un viaggio come se fosse un sogno… ovviamente kubrickiano.

Note di regia
Dire di Stanley Kubrick che sia solo un regista di cinema, è una limitazione che non coglie l'importanza della sua opera nella dimensione dell'immaginario e un percorso che è fra i più estremi e complessi del cinema e della cultura della contemporaneità.
Al di là di una vita segnata da leggende e stereotipi (l'isolamento, il controllo, la paranoia..) che dicono tutti di una volontà autorale di governare il processo-cinema, Stanley Kubrick vuol dire una domanda estrema sul rapporto fra la vita e il cinema, fra la realtà e quella che risolviamo frettolosamente in una finzione. 
Oltre a essere un collezionista di macchine da scrivere e stilografiche, un tifoso dei Giants di New York, un fan di Napoleone e un amante dei cani e dei gatti, era anche un grande giocatore di scacchi. E, allora, perché non provare a pensare al suo cinema come a una scacchiera in bilico fra il bianco e il nero, la luce e l'ombra, e addentrarsi fra le sue immagini alla ricerca di pedoni, cavalli, regine e re?
Ha giocato tutta la vita Stanley, è stato nella partita e, al tempo stesso, ha cercato di esserne un lucido e temerario osservatore. 
Se chiamiamo ossessione lo stato in cui le immagini vengono a noi e ci raccontano della trappola e del cerchio chiuso che si nascondono nella cosiddetta realtà, Kubrick ha creato un laboratorio estremo. Oltre gli schemi con cui presumiamo di distinguere fra la verità e la simulazione, la ragione e l'istinto, il sogno e la veglia, e tenere a distanza la follia e l'orrore. 
Guido Barlozzetti

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