Ritratto di Rosa Maiuccaro
Autore Rosa Maiuccaro :: 29 Agosto 2014

Dopo gli applausi a scena aperta ricevuti grazie al suo bellissimo "Anime Nere", il regista Francesco Munzi ci ha rivelato le intenzioni del suo progetto e spiegato nel dettaglio le metafore presenti nel suo film

Francesco Munzi

Ha stregato tutti Anime Nere, il primo film italiano presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il toccante racconto delle vicissitudini di una famiglia criminale dell’Aspromonte ha strappato applausi a non finire.

Con grande soddisfazione il regista Francesco Munzi si è goduto la calorosa accoglienza riservatagli dalla critica prima e dal pubblico poi. “Prima di tutto vorrei ricordare il mio caro amico nonché co-sceneggiatore del film, Fabrizio Ruggirello, venuto a mancare a Dicembre. È a lui che dedico questo film”, ha esordito Munzi. L’epopea di questa famiglia calabrese e le loro faide interne ricordano molto Fratelli di Abel Ferrara. “L’importante per me era mantenere una certa semplicità, volevo che lo spettatore osservasse questa famiglia e le cose che hanno in comune,” ha precisato. È una voce fuori dal coro la sua in un mercato cinematografico in cui la risata becera e il cosiddetto ‘messaggio’ vengono prima di tutto il resto. “I messaggi possono diventare un assioma che si è costretti a dimostrare. La mia sfida era quella di entrare in una famiglia criminale ed evidenziarne gli elementi smitizzanti, il contrario di ciò che avviene ne Il Padrino o Gomorra”.

Anime Nere, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, è un film che tratta la mafia in modo inedito e anticonvenzionale. “La vera guerra dei tre fratelli non è con i clan rivali ma all’interno della famiglia stessa che implode. L’aspetto che ho trovato più interessante era il contrasto tra l’aspetto arcaico e primitivo di un Aspromonte fermo nel tempo e la banalità del potere e, dunque, di certi tipi di vite”, ci racconta Francesco Munzi. “Per fare un esempio, la polvere del Santo che beve Luciano, che io ho immaginato avesse una malattia psichica, secondo la credenza dovrebbe avere un effetto guaritore. Lui però non si fida e ad esso aggiunge le gocce. Ecco questa credo che sia una delle chiavi del mio film”.

Il film è quasi interamente girato ad Africo. “Si tratta di un paese con una doppia identità perché la parte del mare è stata ricostruita mentre il centro antico è rimasto disabitato. Incredibile che nonostante vi siano alcune delle spiagge più belle che io abbia mai visto non ci sia praticamente nessuno che le frequenti. Africo diventa così una metafora del nostro Sud selvaggio, abbandonato e inaccessibile”.

Il vero punto di forza del film è l’assenza di quei cliché legati alla malavita, fin troppo abusati dal cinema e dalla televisione. “Sapevo di muovermi in un territorio minato ma ho fatto in modo che non si trattasse di un racconto stereotipato. Poi, sentire mentre giravo il film espressioni come coloni e invasori mi ha fatto capire ancor di più quanto poco armonico sia il nostro paese”.

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