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Autore Pierre Hombrebueno :: 19 Luglio 2015

Il premiatissimo documentarista Joshua Oppenheimer, autore del celebrato dittico "The Act of Killing" + "The Look of Silence", spiega come sarebbe stato impossibile girare i propri film se non fossero esistiti i nuovi mezzi digitali

The Act of Killing

Due soli lungometraggi ed è già uno dei documentaristi più celebrati e premiati del panorama. Stiamo parlando di Joshua Oppenheimer, che col suo dittico The Act of Killing e The Look of Silence, ha visto intere platee in standing ovation e tanti baci accademici dalla critica internazionale, garantendosi una schiera di premi tra cui un Bafta, tre riconoscimenti speciali dalla Berlinale, un European Film Award e il Gran Premio della Giuria a Venezia. 

Intervistato dal portale Film Stage, il nostro, come molti cineasti dell'ultima generazione, si è rivelato un autentico sostenitore del cinema digitale. “Ciò che ho fatto in The Act of Killing non sarebbe stato possibile in pellicola – spiega il regista – Passare attraverso un processo di lavorazione dove vieni in qualche modo risucchiato da qualcosa che pare prendere vita propria, drammatizzare le fantasie con cui vivono e giustificano le proprie azioni questi squadroni della morte; e creare scene di finzioni elaborate, sempre più elaborate, ancora più elaborate di prima... mettere in scena quelle fantasie ha generato oltre 1200 ore di girato”.

Prosegue: “1200 ore di materiale che equivalgono all'hangar di un aeroplano riempito di celluloide. E senza il digitale sarebbe stato impossibile per qualsiasi cineasta riuscire a montare, studiare, tagliare, lavorare con molteplici telecamere, sincronizzare tutto. In pellicola non l'avresti potuto fare”. Insomma, Oppenheimer ha goduto principalmente dell'illimitatezza che garantiscono i nuovi mezzi digitali, così come della loro capacità di ridurre tutto il materiale in un unico file privo di fisicità. V'immaginate a trovarvi in una stanza con 1200 ore di pellicola da esaminare e montare? Probabilmente ci avreste passato anni ed anni, invece di stare semplicemente davanti ad un bel computer potente su cui lavorare con tutta la calma del mondo. 

[Leggi anche: "Citizenfour" di Laura Poitras, il documentario più premiato e celebrato dell'anno]

"Punto al digitale", quindi, e a sottolinearlo non è il primo apprendista di turno, bensì un regista nominato all'Oscar. Dopo averci mostrato i massacri in terra indonesiana durante il biennio 65-66 sia dal punto di vista degli assassini che delle vittime, chissà su cosa sta attualmente lavorando l'autore? Per ora nessuna notizia, ma è certo che tutto il circuito attende di sapere quale sarà il suo prossimo passo. 

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