Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 6 Settembre 2014

Guia Zapponi, una donna-attrice che ha lavorato tanto e sodo in questi anni: dal teatro, al cinema, alla televisione, agli spot pubblicitari. Ha anche prodotto e realizzato opere come regista.

Guia Zapponi

A guardare il curriculum di Guia Zapponi c’è da restare sbalorditi. Questa donna-attrice ha lavorato tanto e sodo in questi anni: dal teatro (con Maurice Agosti in Casanova e le sue donne, Maurizio Scaparro in Don Chisciotte, Marcello Cotugno in Bash e L'ultima radio), al cinema (diretta tra gli altri da Carlo Verdone in Sotto una buona stella, e poi da Luciano Mannuzzi in Le due leggi, Pupi Avati in Un ragazzo d'oro, Una sconfinata giovinezza, Il figlio più piccolo, Valerio Binasco in Keawe, Fulvio Ottaviano in Una talpa al bioparco), alla televisione (ancora Avati con Il matrimonio, La squadra di Giovanni Leacche, Codice rosso di Riccardo Mosca), agli spot pubblicitari (Sky tv di Alessandro Piva, Rovagnati di Ricky Tognazzi). Ha anche prodotto e realizzato opere come regista, il cortometraggio Paludi e a teatro Cena con Burlesque.

Abbiamo incontrato Guia con l'obiettivo di conoscere qualcosa in più del suo mondo professionale. Ma ci siamo trovati di fronte a una donna autentica, che si esprime in modo spontaneo e caldo, trasmettendo un grande entusiasmo e una passione che si rivelano nei grandi sorrisi, sinceri, che le illuminano il volto mentre racconta le esperienze a cui è maggiormente legata e quelle che si accinge ad affrontare. La nostra conversazione ci ha fatto scoprire una grande professionista capace di affrontare il lavoro della recitazione e del lavoro autoriale e registico con una dedizione e una profondità rare, ma anche una personalità capace di infondere una straordinaria energia e solarità anche a chi semplicemente incrocia il suo sguardo. 

Come autrice e regista sarai occupata a giorni, il 20 settembre, nello spettacolo “The Great Carousel” al Casinò di Campione d’Italia. Di che si tratta?
Questa è un’idea nata un po’ di anni fa quando avevo partecipato al Carnevale di Venezia 2008. Era uno spettacolo durante una cena di gala. La messa in scena di The Great Carousel è legata al genere burlesque con una sfilata di artisti, le loro perfomance, uno spettacolo pieno di luci, musica, colori: una cosa che parte dal sogno per realizzarsi sul palcoscenico, attraverso cantanti e ballerini. La scena finale sarà “in bianco e nero” con un grande schermo incorniciato, con le scene tratte dai film di Lauren Bacall, alla quale vorrei fare un omaggio. Come riferimento posso suggerire il capolavoro di Michael Powell ed Emeric Pressburger, The tales of Hoffmann – I racconti di Hoffmann (1951), presentato proprio in questi giorni a Venezia nella sezione “Classici Restaurati”, dalla famosa montatrice Thelma Schoonmaker. Altro obiettivo in questo spettacolo è sfruttare le generose dimensioni del teatro che si trova all’interno del Casinò, che ha un gran palco che misura tredici metri per dodici, per quattro metri di altezza, veramente immenso, dove vorrei giocare con le luci, per ottenere colori e contrasti eccessivi, un po’ come ha fatto in Quartett Bob Wilson, opera da cui sono stata molto influenzata.

Tra qualche giorno, il 18 settembre, uscirà il nuovo film di Pupi Avati, “Il ragazzo d’oro” con Riccardo Scamarcio e Cristiana Capotondi, dove hai una parte. Tu hai lavorato diverse volte con Avati, cosa ci racconti della tua esperienza con lui?
Quella con Avati è un’esperienza che inizia con il film Il figlio più piccolo del 2009, poi con Una sconfinata giovinezza del 2010, in televisione Il matrimonio (2012), dove avevo una piccola partecipazione: è un’esperienza che porto avanti da tanti anni, nonostante i ruoli siano molto marginali e piccoli, lui per me è un grande maestro, anche una sola scena girata è importante. Un po’ come i cinque minuti di Matthew McConaughey in The Wolf of Wall Street, che sono davvero fulminanti, ed è solo un ruolo di pochi minuti. Avati è una persona molto disponibile e umanamente molto in gamba. Aspetto un ruolo più importante. La considero una relazione con una persona che stimo molto e credo che nella vita si debbano fare delle scelte anche in base alla qualità delle relazioni private.

Hai notato una differenza con Avati rispetto ad altri set, pensi che gli attori con lui spesso siano più gratificati dall’attenzione che ha come regista nei confronti dei suoi attori…
Anche se non ho avuto ruoli molto estesi, in quello che ho fatto ho percepito quest’atteggiamento che lui ha nei confronti degli attori. Mette gli attori a loro agio, li tranquillizza, mentre altri registi non dicono nulla e lasciano agli attori il compito di concentrarsi per lo sviluppo dei personaggi che interpretano. Lo dimostra anche il fatto che con Avati abbiano recitato anche non attori, lui conosce benissimo come far rendere al meglio i suoi attori. Avati non è una persona scherzosa, ma molto seria, che ti regala tantissima tranquillità. Il personaggio di Fabrizio Bentivoglio in Una sconfinata giovinezza è straordinario proprio per il rapporto regista-attore.

Nel tuo demo reel vediamo proprio la scena con Bentivoglio…
Per il tipo di personaggio che avevo io, per il protagonista era un momento di svolta e quindi un passaggio importante del film, laddove lo spettatore poteva capire qualcosa di fondamentale sul protagonista stesso.

Il tuo curriculum spazia dal teatro al cinema alla televisione, in genere dove ti senti più a tuo agio? Hai pensato anche di privilegiare infine un percorso piuttosto che un altro?
Se mi avessi fatto questa domanda quattro anni fa, ti avrei risposto il palcoscenico teatrale, adesso ti dico il set. Perché il percorso di un attore cambia. Probabilmente ho fatto un passaggio come attrice di teatro: prima ho tirato fuori le emozioni, poi ho fatto un lavoro di pulizia e sono diventata più minimalista. Essendomi formata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova, ritengo che il metodo che ho appreso in qualche modo sia più aperto e adattabile anche a ruoli al di fuori del teatro, un po’ come la Scuola di Teatro americana.

E con il pubblico, il rapporto cambia tra teatro e cinema…
Sono due esperienze differenti, il teatro ti mette un sacco di adrenalina, di emozione viva e hai la possibilità di scambiare l’energia con il pubblico. Il cinema ti dà la possibilità di cogliere l’attimo, di trovare in quei ciak quel momento che la macchina da presa cattura, è un altro tipo di tensione, di feeling con la macchina da presa e con la troupe. Ci vuole inoltre più concentrazione nel set che a teatro dove sei dentro quasi a un sogno. Sul set spesso tutti urlano in continuazione. Sui personaggi il lavoro è molto simile se tu hai un metodo per analizzare i personaggi che interpreti.

Hai frequentato il regista Neil LaBute in un laboratorio, hai notato delle differenze con il metodo italiano avendo lavorato con tanti italiani come Scaparro, Binasco ecc.?
Con Maurizio Scaparro l’esperienza del Don Chisciotte è stata molto interessante. Con Neil LaBute è tutt’altra cosa. Passiamo a un teatro minimalista, tutto psicologico. Con LaBute, a Los Angeles, dovevo fare due minuti di monologo tipo Bash e Medea Redux. Lui in due minuti mi scrive un pezzo, mi ha scritto una pagina, un monologo strepitoso, grandioso, io l’ho studiato, poi ci siamo incontrati. Lui mi ha detto: “Guia, aspetta devo cambiare delle cose…”, avendo percepito il mio modo di parlare, le mie pause; mi ha cambiato nel testo appena due cose, che uno avrebbe detto: “No, non c’è problema...”. Lui è una persona strana, che sta molto in silenzio, quelle poche volte che l’ho visto, ascolta molto e sa tirare fuori delle storie molto interessanti, quei personaggi che hanno un limite che possono varcare o meno come in Medea Redux dove c’è una madre che uccide un figlio con la madre che fa una confessione terribile. Sono quei colpi allo spettatore tipici nella scrittura americana contemporanea.

Guia ha qualcosa da aggiungere, una sorpresa, un film che sta per essere girato proprio a Venezia, al Lido, nei prossimi giorni, dove lei recita una parte, ma è tutto top secret. Mi dice solo che si tratta di una coproduzione tra Italia e Stati Uniti… poi ieri (5 settembre) l’arcano si rivela (quanto sono noiosi questi segreti delle produzioni…), il film è Zeroville di James Franco, che Guia ha conosciuto l’anno scorso. La produzione del film ha scelto come location proprio il red carpet veneziano e la Sala Grande. Nella scena girata, oltre a Guia, ha un cameo il direttore del festival, Alberto Barbera.

 

 

Guia Zapponi Un primo piano di Guia Zapponi Guia Zapponi sul red carpet del Festival di Venezia 2014 Guia Zapponi sul red carpet del Festival di Venezia 2014 Guia Zapponi sul red carpet del Festival di Venezia 2014 Guia Zapponi e Alberto Barbera durante le riprese di "Zeroville" di James Franco

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