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Autore Giulia Marras :: 17 Settembre 2014
Locandina di Un ragazzo d'oro

Recensione di Un ragazzo d'oro di Pupi Avati con Riccardo Scamarcio e Sharon Stone: l'indagine del regista bolognese nelle difficoltà del rapporto padre-figlio, ambientato all'interno del mondo cinematografico del trash italiano anni '70

Sentire Pupi Avati che definisce Un ragazzo d'oro il suo “film più personale” suona tanto come il “Buonasera è il mio film più bello” ripetuto maniacalmente dal regista Michele Apicella – Nanni Moretti ad ogni spettatore all'ingresso del cinema di Sogni d'oro. Che lo sia veramente, o che ne debba arrivare un altro ancora più personale, Un ragazzo d'oro ripercorre il tema del rapporto padri-figli, già affrontato dal regista bolognese in La cena per farli conoscere, Il papà di Giovanna, o Il figlio più piccolo: in questo caso il soggetto affronta la tematica patriarcale dall'ambiente cinematografico, attraverso la figura di uno sceneggiatore di film di serie B, Achille Bias, padre di Davide, interpretato da Riccardo Scamarcio. Con la morte, il personaggio paterno rimane completamente assente eppure centrale, inseguito dal giovane che ne ha sempre rinnegato la carriera di “bassa fattura”; con la scoperta di una vita interiore nascosta e dell'amante Sharon Stone, doppiata senza pudore alcuno, inizierà la via di rivalutazione e riabilitazione dell'uomo e insieme del genere cinematografico del trash italiano anni '70. Perché se da una parte il film vorrebbe muovere una critica spietata a quel tipo di cinema, popolandolo di personaggi assurdi, come il produttore volgarotto o la Valeria Marini che interpreta se stessa, dall'altra si trasforma da solo nel genere che “Tarandino tanto ci invidia”, con l'impersonificazione fisica e psicologica di Scamarcio nel padre e soprattutto con le improvvise virate trash della sceneggiatura schizofrenica di Avati.

Praticamente senza nessuna direzione della fotografia, Un ragazzo d'oro non è solo il risultato filmico noto per i capricci sul set della Stone, ma anche di quelli di Avati, che ripropone, senza eccessivo slancio o profondità, un ulteriore sguardo, asettico anche a causa dei suoi interpreti, sui fallimenti paterni e sui tentativi filiari di rivendicarli e risarcirli. Uno sguardo personale, sì, che deriva dal tormentato rapporto del regista con il proprio genitore, ma evidentemente non sentito, non metabolizzato del tutto neanche nei confronti del “genere” che ha affrontato saltuariamente Avati, per esempio con l'horror La casa dalle finestre che ridono. Lo sdoppiamento femminile (Stone vs Capotondi, mentre sullo sfondo giace “la madre” Giovanna Ralli), la bipolarità del protagonista e le inquadrature dal basso o le tinte noir della colonna sonora (scritta da Raphael Gualazzi) non bastano a essere l'Hitchcock o il Welles italiano.

Con un finale in tutti i sensi irrazionale, l'esclusione di Un ragazzo d'oro da Venezia 71 si è rivelata invece assolutamente razionale.

Trailer di Un ragazzo d'oro

Voto della redazione: 

1

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