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Autore Rosa Maiuccaro :: 18 Settembre 2014

Alla movimentata presentazione di "Un Ragazzo d’Oro", il nuovo film di Pupi Avati, abbiamo intervistato il regista, suo fratello Antonio e Cristiana Capotondi. A far rumore sono state però le assenze di Sharon Stone e Riccardo Scamarcio

Pupi Avati con la star Sharon Stone

Esce oggi nelle nostre sale Un Ragazzo d’Oro, l’ultima fatica di Pupi Avati, con protagonisti Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi e Giovanna Ralli. La presentazione del film a Roma è stata a dir poco insolita, non soltanto per l’assenza dell’attore protagonista (Scamarcio, impegnato sul set a Londra) che ha scatenato l’ira dei fotografi, ma soprattutto per le critiche rivolte da Pupi Avati e suo fratello Antonio alla diva hollywoodiana Sharon Stone.

Come è nata l’idea di chiamare Sharon Stone e come è stato lavorare con lei?
Pupi Avati: L’idea di Sharon Stone si è palesata nella mia mente quasi contemporaneamente alla stesura della prima sceneggiatura. So che negli Stati Uniti ci sono delle attrici più brave, più talentuose e più capaci di lei ma in poche sono delle icone come lei. Dovunque nel mondo si pronunci il nome di Sharon Stone sanno a chi ci si riferisce. Sia mio fratello Antonio che Paolo Del Brocco erano molto scettici all’inizio ma poi, nonostante le difficoltà, siamo riusciti ad accordarci. Siamo andati a prenderla a Firenze, dove lei aveva incontrato Bocelli, e durante il viaggio da lì a Roma abbiamo definito gli aspetti della sceneggiatura. Il giorno dopo sono cominciate le riprese del film e la Stone è arrivata sul set con un seguito di 220 fotografi. Tutti sul set le chiedevano: “Ma ti rendi conto che tu sei Sharon Stone perché hai accavallato le gambe?”. Devo dire che lei era molto autoironica su questo punto.

Ha fatto capricci?
Antonio Avati: Il rapporto che abbiamo instaurato con Sharon Stone si potrebbe definire classico perché si è verificato più o meno tutto ciò che avviene con le star in declino come lei. Quando siamo andati a prenderla a Firenze l’abbiamo trovata perfino sul binario sbagliato perché non aveva capito dove ci saremmo dovuti vedere. Era sola, irriconoscibile e solo quando sul treno è stata viziata e omaggiata dallo staff ha ricominciato a sentirsi Sharon Stone. Poi tra i trenta fotografi appollaiati alla stazione Tiburtina e la suite che le avevamo riservato in hotel ha cominciato a montarsi letteralmente la testa. I suoi capricci sono stati tutti abbastanza gestibili fino all’ultimo giorno quando è scomparsa dal set perché lamentava la presenza di un operatore televisivo e alcuni fotografi che volevamo immortalare il suo bacio con Scamarcio. Non la trovavamo più e poi ci ha chiamato il suo agente da Los Angeles per chiedere di allontanare gli operatori altrimenti lei non sarebbe tornata sul set.

Perché hai riproposto il tema del rapporto padre/figlio?
Pupi Avati: Questa ostinazione che vivo nei confronti della figura paterna è dovuta al fatto che io e i miei fratelli abbiamo perso il papà in tenera età. Non c’è nessuno che sia più presente dell’assente. Da ragazzo non ho avvertito molto questa mancanza anche perché le madri sanno supplire molto bene l'assenza degli uomini. Il fatto di non avere un padre, che molto probabilmente avrebbe insistito perché io studiassi, mi ha consentito di coltivare sogni bizzarri come quelli della musica e del cinema. Poi da grande quell’assenza ha cominciato a pesarmi. Credo che questa del Ragazzo d’Oro sia una storia bellissima, ho voluto immaginare un figlio dal cuore d’oro che donasse la sua salute mentale per risarcire un padre che non ce l’ha fatta.

Come nasce questa sceneggiatura che ha vinto il primo premio a Montreal?
Mi sono avvalso dell’aiuto di mio figlio Tommaso perché volevo che il film parlasse di un ragazzo di oggi. Ho scelto di non raccontare una storia ambientata nel passato, come faccio di solito, perché era importante per me avere lo sguardo di un figlio di oggi. Vivo perennemente l’ebbrezza del fallito. Ho la sensazione di non aver fatto il film della mia vita e siccome sto invecchiando mi pesa molto non aver realizzato ancora la sintesi cinematografica della mia vita. Questo mi fa molto somigliare a quell’Achille Bias del film. Lo sento incombere, l’ho simulato e ho pensato che cosa potesse accadere ai miei figli dopo la mia morte.  

Cristiana, tu come ti sei trovata a lavorare con Sharon Stone?
C. Capotondi: Io mi ritengo fortunata ad aver avuto l’opportunità di lavorare con Pupi, cosa che desideravo da tempo e lo ringrazio per quest’esperienza meravigliosa. Vedere lo star system hollywoodiano confrontarsi con il cinema artigianale degli Avati è stato un divertimento che non avrei voluto perdere per nulla al mondo. Se mi permettete, vorrei raccontare che tra le condizioni del contratto della Stone c’era l’utilizzo della carta di credito del produttore. Antonio, spaventato dall’idea che avrebbe potuto spendere milioni per il guardaroba del suo personaggio, l’ha fatta seguire per le strade di Roma da un ragazzino della produzione. Nel momento in cui gli è stato comunicato che la Stone stava entrando da Bulgari, Antonio è sbiancato. Comunque credo che sia una donna che sappia gestire in modo molto intelligente la sua bellezza. Giovanna invece ha dimostrato di essere un’interprete sincera e una diva umile.

Giovanna, che tipo di esperienza è stata per te?
G. Ralli: Sono invecchiata al cinema insieme ai miei personaggi. A ottant’anni finalmente giro un film con Pupi Avati, che per me è un poeta. Voglio precisare però di essere più giovane della Loren (ride, n.d.r.). Il suo film mi ha fatto vivere un’esperienza nuova. Il mio è il ruolo di una madre tradizionale che ama così tanto suo marito da diventare complice del suo tradimento. Poi ringrazio Pupi perché mi è stato vicino in un momento non facile della mia vita.

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