Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 27 Ottobre 2014

Roberta Torre è “una delle poche rimaste in giro”, come donna a far cinema, a modo suo. E questa definizione, “una delle poche rimaste in giro”, le è piaciuta

Roberta Torre

Roberta Torre è “una delle poche rimaste in giro”, come donna a far cinema, a modo suo. E questa definizione, “una delle poche rimaste in giro”, le è piaciuta. Ma non viene qui approfondita, se non in parte e come riflessione sull’enorme difficoltà da parte delle donne di fare cinema in Italia, come vogliono o vorrebbero fare cinema, e non secondo l’immaginario, i gusti e le scelte di produttori più o meno volgari. Forse anche per questo Roberta, negli ultimi anni, si è ritirata dal cinema per una pausa di riflessione, dedicandosi soprattutto al teatro. Lontana anche da quelle sedi che l’avevano ispirata in passato.

Sei stata sempre un po’ apolide e portata a cambiare il luogo in cui vivi…
Ho deciso di scappare definitivamente, di scappare a Siena, e devo dirti che è un’altra vita, un luogo piccolo, ma la qualità della vita è imparagonabile. La città in Italia è diventata invivibile.

“Istantanee sul cinema italiano. Film, volti, idee del nuovo millennio” (a cura di Franco Montini e Vito Zagarrio) è un libro recente che fa il punto sul cinema italiano. Non sono mai riuscito a leggerlo tutto, non c’è neanche l’indice analitico, non so neanche se ci sei anche tu. Comunque da un lato ci si illude che sia cambiata qualche cosa dal punto di vista produttivo (sempre citando i due colossi RAI e Mediaset); forse tra le righe si voleva tirar fuori un discorso su una presunta nuova onda del cinema italiano…
No, quella è una necessità giornalistica, non c’è nessuna nuova onda. Non vedo una scuola, una generazione, certo è cambiato il modo di fare il cinema e di vederlo. Le nuove generazioni hanno una “velocità tecnologica” che è diversa. Per esempio il 35mm sarà ormai abbandonato nonostante gli appelli anche da parte di personaggi come Martin Scorsese. Le giovani generazioni sono da un lato favorite, però il video non potrà mai sostituire l’estetica della vecchia pellicola.

Per nuovo linguaggio a cosa ti riferisci?
Nuovo, nel senso che ha meno vincoli, ci sono cose da un punto di vista estetico che sono meno belle, perché non conoscendo il mezzo, prendi cantonate. Ogni arte ha il suo mezzo, con la pittura il pennello, tempera o acquerello e i colori… Se tu usi il video come la pellicola sbagli tutto.

Sei stata in California, in agosto… là hai incontrato le nuove generazioni nel seminario di sceneggiatura e regia, generazioni comunque calate in un mondo produttivo diverso, più avanzato e lontano dal modello italiano.
Vado lì da parecchi anni in estate dove ho tenuto un workshop di regia e quest’anno di sceneggiatura e regia. La differenza più grossa è quella dello stupore sull’immobilità che c’è in Italia. Loro non solo studiano cinema, ma anche il nostro sistema produttivo. Un altro studioso italiano, Giacomo Manzoli, che è andato lì spesso, ha portato un resoconto tecnico del sistema produttivo del MIBAC e del FUS, sui finanziamenti che non sono remunerativi e comunque continuano ad essere dati agli stessi soggetti. Questo aspetto crea sgomento in un contesto americano dove sono abituati alla meritocrazia e al profitto legati al mercato. Loro hanno una percezione del cinema più semplice, chi fa cinema ed usa delle competenze può arrivare da qualche parte. Questo il sentimento che guida le loro azioni. Poi hanno un grande interesse per il cinema italiano, anche cose che da noi sono sconosciute.

La produzione nordamericana sfrutta storie e idee visive, Quentin Tarantino ha depredato i filoni  per decenni sottovalutati e bistrattati dalla nostra critica…
Loro lavorano sulle sceneggiature in maniera eccellente, come nelle serie, meccanismi ad orologeria, perfetti. Le loro sceneggiature sono magnifiche, sono lavori di squadra, di molto superiori a qualsiasi film prodotto in Italia, dove ci stiamo appena accorgendo che le serie sono il futuro. E il lavoro che fanno loro può essere paragonato a quello che da noi c’era una volta per un solo film, scritto da sei sceneggiatori con le palle.

Il problema del film “scritto e diretto da… “ spesso è solo un’etichetta arrogante…
Perché abbiamo questa cosa dell’autore, quest’aura intoccabile, quello che magari non ne sa niente di sceneggiatura però è l’autore: dopo dieci minuti il film ti annoia e diventa invedibile. Con questo mercato certe cose non sono più praticabili. Se poi spendi dei soldi per andare al cinema ti aspetti un prodotto migliore rispetto a quello televisivo. Vedi Gomorra al cinema, che non è andata bene come in tv.

Quest’anno è uscito il tuo romanzo Il colore è una variabile dell’infinito.
È una storia a cui lavoro da parecchi anni. Questa è una storia di famiglia, di mio nonno, Pierluigi Torre, nato a Vieste, nel Gargano all’inizio del Novecento. Dopo aver preso varie lauree, ha costruito i motori dell’idrovolante Savoia Marchetti, velivolo che compie la trasvolata atlantica e successivamente ha inventato la prima scatola nera della Storia dell’Aviazione. E poi, dopo la guerra, la Innocenti lo chiama e inventa, trasformando i tubi, il telaio della prima Lambretta. La sua quindi è non solo la storia di un uomo, ma anche quella di un secolo, il Novecento, in cui ci sono luci ed ombre. È una storia di grande tensione verso l’Assoluto, con una nota di romanticismo ed anche di malinconia, per il fatto che si è intrecciata con il Fascismo. Poi alla fine della sua vita si dedicò alla botanica, e cercò di creare una rosa blu in grado di riprodursi in modo naturale. Vi riuscì e la dedicò alla moglie Albertina. Abbiamo anche recuperato i filmini di famiglia in 8mm; lui, infatti, era anche un grande appassionato di cinema e fotografia, ha girato questi filmini straordinari che custodisco gelosamente e che abbiamo anche usato in parte nello spettacolo. Il romanzo è diventato uno spettacolo teatrale l’anno scorso con protagonista Paolo Rossi che ne ha fatto una versione folle. I diritti del libro sono stati già considerati per una versione a cinema.

Negli ultimi anni ti sei dedicata in modo particolare al teatro. Oltre allo spettacolo succitato, sei stata a Palermo, a febbraio di quest’anno, con una messa in scena dell’Aida e prima, nel 2012, a Siracusa con Gli uccelli di Aristofane, a Taormina con Lunaria, interpretata da Franco Scaldati e poi la Medea postmoderna di Trash the Dress ai Cantieri Culturali della Zisa, e al Teatro Garibaldi sempre a Palermo, con Insanamente Riccardo Terzo, rilettura del testo scespiriano, poi replicato anche a Milano.
Dal 2012 sono stati due anni dedicati al teatro. Prima Siracusa, poi Taormina con l’ultimo spettacolo che ha fatto Franco Scaldati. Sentivo l’esigenza di staccare un po’ con il cinema, dopo l’ultimo film, ma non tanto perché non avessi altre storie. Più che altro per ricostruire il mio mondo cinematografico, molto legato alla Sicilia. Sentivo che si era chiuso un discorso ad un certo punto, e quindi per non ripetere la stessa storia devi andare in un’altra direzione. Il teatro mi ha nutrito parecchio.

A proposito di Sicilia, cosa ne pensi delle ultime scelte di Daniele Ciprì e Franco Maresco?
C’è stata un’evoluzione diversa, con Daniele in quanto grande direttore della fotografia, grande tecnico, abbiamo insieme attraversato una stagione felice di lavori e anche di condivisione del desiderio di sperimentazione nei film in cui lui è stato per me direttore della fotografia, come in Tano da morire, quando cercavamo di cogliere fotograficamente l’umore dei personaggi in Angela, fino a Mare nero, molto più classico ma basato sui bui, sul nero. Forse con me Daniele ha potuto sperimentare molto di più che all’interno della coppia, con Franco Maresco. Poi ha continuato il suo percorso più recente sempre mostrando una gran voglia di cambiare e sperimentare, però ha forse un po’ mancato una vera idea di cinema nelle sue regie o almeno non riesco a individuare il mondo che lui vuole raccontare. Franco, invece, ha realizzato un’opera molto autentica, come autore dai tempi di Io sono Tony Scott. Con Belluscone è uscito dal particolare dei cliché del Sud per cogliere un’ottica nazionale, tanto è vero che il pubblico ha colto benissimo le tematiche.

[Leggi anche: Recensione di Belluscone - Una storia siciliana | Franco Maresco si conferma uno dei cineasti più coraggiosi e lucidi di casa nostra]

[Leggi anche: Recensione di La buca | La fiaba comica di Ciprì ce la mette tutta ma non convince]

Cosa deve fare un ragazzo oggi per avere una sua forza espressiva, che faccia cinema o teatro o altre forme di spettacolo?
Deve raccontare quello che conosce, il suo mondo, se non ha un mondo, non è detto che tutti debbano essere artisti. Se hai qualcosa da raccontare va bene. Poi si può essere dei bravi tecnici, sceneggiatori o direttori della fotografia, ecc., ma non per forza autori.

Cosa ne pensi della situazione produttiva attuale in Italia?
Penso che in Italia ci sia una sorta di mainstream che dovrà fare i conti con quello che succede nel mercato, che i film italiani non incassano e questo diventerà lo scoglio contro cui tutti i finanziamenti RAI, FUS ecc. sbatteranno. Un mercato sovvenzionato ed ipertutelato che ha penalizzato quelli che lavorano con piccoli budget. Grazie al cielo i mezzi più democratici, le tecnologie contemporanee, consentiranno ad un maggior numero di autori di esprimersi, e la miglior scuola è sicuramente provare sul campo di lavoro. C’è ormai la possibilità di sperimentare, e io ho sempre lavorato sul campo, dalla pratica alla teoria, la vera scuola è stata la strada e il lavoro, non la teoria e la tecnica, dove qualcuno si butta ma non è solo tecnica il cinema. Il cinema è sempre una questione di sguardo. I giovani con i mezzi che ci sono possono trovare dei linguaggi “nuovi”, per quanto sia possibile.

Qual è il tuo rapporto con gli attori, perché come dicevi, certi film sul campo derivano proprio da relazioni particolari su corpi, personaggi?
Ho sempre amato molto gli attori, una passione enorme per il ritratto, la fisionomia, la curiosità verso il corpo. Il lavoro sul corpo è sempre stato fondamentale. Altro aspetto quello di lavorare con attori non professionisti, è stato fonte di nutrimento. Avendo lavorato molto con Ermanno Olmi, posso dire di aver rubato a lui il lavoro sull’attore preso dalla strada. E poi la drammaturgia, una modalità di movimento, di parole e di silenzio. L’attore così diventa un coautore.

E la differenza tra attori professionisti e non…
L’attore professionista, quando è bravo, è sempre un mistero. A teatro e a cinema ancora di più, ha questa zona di non spiegabile, per cui non riesci a smettere di guardarlo, sei attratto dalla sua energia. Di recente lavorando con Paolo Rossi, ho scoperto quanto lui è straordinario, un corpo con un’energia tale…  qualunque cosa ti racconta non puoi fare a meno di credergli.

Peccato abbia fatto poco cinema…
Ma perché è stato utilizzato come attore in un contesto di verosimiglianza al reale, mentre lui è un grandissimo attore surreale.

Cosa pensi del ruolo della donna nel tuo cinema, sei stata sempre abbastanza impegnata, controcorrente, anche in questa recente esperienza delle Ragazze del porno, ma anche con altri personaggi femminili dei tuoi film, come in Angela. Anche le figure femminili del cinema italiano non sono mai davvero anticonvenzionali.
Di recente anche su giornali si è parlato perfino di quote rosa in campo artistico, qualcosa che sembra abbastanza impraticabile, eppure l’immaginario predominante in cui siamo immersi è quello maschile. La cattiveria femminile per esempio andrebbe esplorata e raccontata in modo diverso. La donna è sempre mamma, sorella e moglie. Sono stata sempre affascinata da donne non rassicuranti. L’immaginario è in prevalenza in mano a registi maschi, che non hanno la sensibilità di raccontare una bella stronza, una femmina insopportabile.
Sul piano pratico c’è un potere maschile nell’industria, chi lo fa, lo produce, chi lo critica, è difficile entrare da un’altra parte e alla donna non resta che ritagliarsi una parte che sta bene all’immaginario maschile, ma con tutti i limiti, come questo progetto su Le ragazze del porno, prova di quanto sia complicato raccontare una tematica non rassicurante come la sessualità femminile.
Come attrice è anche peggio, almeno oggi, e mi dirigerei da sola… è strano però, se ci pensiamo, perché in passato le donne come la Magnani avevano più spazio. I grandi registi come Pasolini e De Sica avevano la capacità e la sensibilità di raccontare la donna. I registi maschi di oggi credo che facciano fatica a raccontare una figura femminile, solo perché raccontano quello che conoscono e quindi c’è una difficoltà da parte degli uomini di conoscere la figura femminile. Insomma, voi maschi, vi vedo in difficoltà…

[Leggi anche: Noi che siamo Le Ragazze del porno: 10 artiste per 10 corti pornografici]

Ah beh, grazie…
Per esempio un mio amico mi ha detto: “Voglio fare qualcosa sui femminicidi… “. E io: “Ma perché non fai piuttosto una cosa sui maschi che non ne possono più di vedere queste femmine… “ C’è un problema di identità, vedo delle femmine difficili, c’è una situazione difficile per l’incontro tra uomini e donne.

È sempre un rapporto di potere tra due persone, quindi la donna avendo acquisito più potere…
Però penso che la donna che abbia un certo potere non voglia al fianco una persona fragile… Uomini fragili sono poco piacevoli da avere accanto. Naturalmente questo si traduce anche nell’immaginario cinematografico, laddove vediamo dei ruoli molto conformi al modello laddove nella relazione uomo–donna le posizioni sono sempre le stesse.

Nei tuoi film non ti sei mai ispirata a storie già scritte.
A parte alcune cose, sì è vero, in generale non ho mai lavorato su romanzi, anche se ci sarebbero, ho trovato sempre delle storie. Per esempio con Insanamente Riccardo terzo, sto scrivendo la versione cinematografica con Renata Molinari e la sceneggiatura prende spunto soprattutto dal lavoro che ho fatto con i pazienti psichiatrici, sul mondo della follia e la mostruosità. Vediamo come si sviluppa, c’è già un produttore. Sarà il mio prossimo film, il titolo è ancora da decidere.

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