Ritratto di Alessandro Tavola
Autore Alessandro Tavola :: 27 Ottobre 2014
Locandina di Andiamo a quel paese

Recensione di Andiamo a quel paese di Salvatore Ficarra e Valentino Picone: nonostante le ottime premesse, il duo comico non riesce a sporcarsi le mani come potrebbe

Con Andiamo a quel paese, film di chiusura della sezione Gala di questo nono Festival di Roma, Ficarra e Picone tirano malamente e lentamente un sipario sbiadito su questa edizione.

I due, alla seconda esperienza come registi senza altri apporti accreditati, sembrano continuare a vivere in un mondo tutto loro, determinato da regole interne, meccanismi e spunti comici distanti sia dalle loro dimensioni televisive che dal panorama cinematografico attuale: un’insenatura naif in cui sembra quasi difficile orientarsi, con un mood afferrabile solamente sottostando alle loro regole, costituite principalmente da un rapporto non scardinabile in cui Picone è sempre la spalla e da uno stemperamento quasi smidollante del sarcasmo, che arriva a privare il film di qualsiasi veleno, nonostante lo spunto iniziale sia dei più macabri e capace di ricordare, nella struttura, decenni lontani della commedia italiana.

Se il primo quarto d’ora scorre irrefrenabile nel settare ambientazione e personaggi (e per il quale possiamo farci testimoni di un flusso ininterrotto di risate durante la proiezione per la stampa), quella che sembra una semplice, e forse accettabile, debolezza registica si rivela presto come un’inguaribile affezione: Ficarra e Picone non sono in grado di dare propulsione comica alle loro battute, concentrati su qualche pseudovirtuisismo registico (la macchina da presa è sempre dinamica) e quasi mai sulla recitazione, con una direzione che una volta passato l’incipit non riesce a rielaborarsi o tenersi viva. Non bastano la sicilianità, il contrasto tra la sfrontatezza del primo e il candore del secondo, gli effetti delle loro azioni su un intero paese, l’invettiva di fondo. Si dice di una commedia fiacca, solitamente, ma la loro sembra una presa di posizione in cui un candore scarno ed esile sembra sovrastare ed annientare ogni cosa (come accadeva per Il principe abusivo di Alessandro Siani) fino a risaltare come deficit e non come spirito fanciullesco a cui affidarsi; e spicca un finale la cui ricetta sembra uscire dal miglior Fantozzi, ma che nell’esecuzione appare come l’ennesima gag a perdere del film.

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La satira viene smantellata mano a mano, passando da sipario a canovaccio a straccio da trascinarsi fino alla conclusione, senza colore, senza sapore, in cui non vi è delusione vera e propria, ma senso di svuotamento – quello tipico del potenziale sprecato.

Trailer di Andiamo a quel paese

Voto della redazione: 

2

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