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Autore Alessandro Tavola :: 2 Settembre 2014
Il giovane favoloso

Recensione di Il giovane favoloso di Mario Martone, con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio - In Concorso Venezia 71: attraverso una regia forte e classica e grazie ad un grande interprete rivive Giacomo Leopardi

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso di Mario Martone, uno dei film più attesi in concorso, sia per la figura protagonista che per il ritorno a Venezia del regista, a quattro anni da Noi credevamo.
Il confronto con i classici e con la storia, soprattutto in Italia, è territorio minato, in cui un semplice passo falso, una licenza o una storpiatura di troppo più condannare un cineasta alla gogna. Martone si prende i suoi rischi e riesce a realizzare un film ben al di sopra della media nazionale.
Difatti il pregio principale de Il giovane favoloso è il riuscire ad essere un racconto lineare e tendenzialmente completo senza mai diventare prosaico o schematico, dove sembra di osservare la vita e non la sua ricostruzione.

La pellicola non può fare a meno dei limiti intriseci dei racconti biografici: nel magma infinito e difficile da riordinare di materiali da cui attingere (principalmente l’epistolario del poeta) è quasi impossibile riportare senza stravolgere, tagliare senza rovinare, scegliere un clima ben definito, ridisporre. Ma Martone riesce a spingere tutto ciò verso il basso e a ridurre la questione al minimo, rendendo il tutto con la tua tipica forza visiva, con la sua compostezza scenica e, soprattutto, con la sua direzione degli attori.
Nel fluire cronologico del film, la sceneggiatura viene resa come un unico fluire, senza mai cadere in buchi temporali, così che una vita intera possa apparire come fatta della stessa atmosfera, dello stesso spirito dall’inizio alla fine. Senza scegliere una caratterizzazione che connoti il tutto verso un’unica direzione e lontano dal rischio di rendere il protagonista una macchietta, dietro ad un clima sobrio e realistico il regista riesce, spargendole qua e là, a rendere più sfaccettature della personalità di Leopardi: gli episodi, la malattia, la personalità, l’estrema infelicità, la poesia e talvolta l’ironia trovano tutte la loro collocazione nel racconto senza stravolgerlo.

L’impressione è quella di avere davanti un uomo, schivo e limitatamente conoscibile, non un personaggio. Vediamo i momenti chiave dell’infanzia, della giovinezza e dell’età adulta senza che nessuna fanfara si intrometta tra noi e lui. Siamo ben lontani dal luogo comune del Leopardi pessimista, il dolore e l'intelletto non hanno etichette ed Elio Germano dà la classica grande prova, in perfetta sincronia con il film, mentre Martone crea nell’ambientazione ideale per la sua performance. Non un’espressione inopportuna, non un’esagerazione, non un sottotono. L’attore si riversa al personaggio completamente, in tutti i suoi umori, tra preoccupazioni e paure, e in tutta la sua impossibilità di esprimersi e di vivere liberamente. Dal lavoro sul fisico, alla recitazione diretta delle opere, a quel viso sempre fuggente ed imbarazzato, Germano è completamente calato, e la sua gobba potrebbe diventare iconica.

Il giovane favoloso riesce ad emanciparsi dal didascalismo tipico delle biografie, evitandone la stragrande maggioranza dei difetti tipici, facendo risaltare il lavoro di Elio Germano attraverso solidità e sfumature mai ingombranti o di maniera.
Necessariamente serio, inevitabilmente incompleto, ma del tutto soddisfacente e talvolta illuminante.

Voto della redazione: 

3

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