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Autore Davide Stanzione :: 9 Dicembre 2015
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Recensione di Bella e perduta di Pietro Marcello | Forse il film italiano più importante del 2015, un viaggio intorno alle rovine dell'Italia contemporanea concepito come una favola sospesa tra realismo e poesia, tra mondo dei vivi e oltretomba

Bella e perduta di Pietro Marcello è forse il film italiano più importante di questo 2015 che volge al termine: premessa doverosa, vista e considerata la preziosità e l’intelligenza dell’operazione, nonché lo sposalizio perfetto tra cura formale e radicale vocazione politica che il lavoro di Marcello fa registrare. Un’opera sfuggente ed enigmatica, di una bellezza multiforme e non comune (di sicuro non ecumenica), che non si sottrae dal rischio concreto di spiazzare lo spettatore con una commistione di generi e di linguaggi ammirevole ma anche piena di insidie. Se la risposta in sala è stata un po’ al di sotto delle aspettative di sicuro non stellari (ma il discorso va esteso a tutto il cinema d’autore italiano dell’annata, impalpabile al botteghino e puntualmente ignorato), il film di Marcello merita una menzione speciale per la forza della propria visione, per la maniera singolare di coniugare poeticità arcaica e sguardo lucido sul presente, tocco visionario e realismo disincantato, tentazioni bucoliche e lampi onirici. 

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L’unico Viaggio in Italia oggi possibile, Bella e perduta, un progetto nato dall’idea di fare un film su Tommaso Cestrone, l’Angelo di Carditello, custode di una reggia borbonica in abbandono da secoli e dedito sia alla manutenzione dell’edificio che a trarre in salvo i bufali maschi che bazzicano intorno a lui. Quando Tommaso è morto, però, il film di Marcello ha cambiato improvvisamente pelle in corso d’opera, virando verso territori nuovi e inediti, al confine tra il magico e l’esoterico: direttamente dalle profondità del Vesuvio Pulcinella, psicopompo deputato a fare da intermediario tra i vivi e i morti, giunge sul posto al solo scopo di badare al bufalo Sarchiapone dopo la dipartita di Tommaso. Un Pulcinella messo in scena secondo i codici della tradizione popolare più profonda, lontano dagli stereotipi e dalla vulgata dei giorni nostri: una specie di divinità pagana di secondo piano, un servo che si riconosce in un altro servo, un animale la cui prospettiva sulle cose dal basso è sapientemente esemplificata attraverso eloquenti e stupefacenti soggettive.

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Il viaggio dei due in un’Italia bella e perduta (appunto), paludata, immobile e abbandonata a se stessa esattamente come la gloriosa reggia della terra dei fuochi appena citata, è filmato in 16 mm, con pellicola scaduta, in virtù di una precisa volontà del regista: altra evidentemente metafora, plastica come non mai, di un disfacimento in atto, ma anche una presa di posizione e un atto di resistenza non da poco rispetto al contemporaneo e alle sue frequenti scorciatoie. Bella e perduta è una fiaba quieta e luminosa ma con dentro di sé un cuore nerissimo, anche se inevitabilmente elegiaco, tra braccianti che declamano D’Annunzio e la bellezza degli scorci paesaggistici che emerge pian piano, lenta e inesorabile, nonostante tutto. Un atto d’accusa, per quanto in apparenza placido, ermetico e distaccato, su una violenza contronatura - come il gretto abbandono di un patrimonio artistico e culturale - ma anche sulla natura di ogni violenza. Non è un caso dopotutto, come ha opportunamente rilevato Roy Menarini, che il bufalo Sarchiapone, doppiato per l’appunto proprio dal favoloso Elio Germano, abbia uno spirito un po’ leopardiano sulle cose del mondo, rivendicando il ruolo di un pensiero che non può che “criticare e confutare l’ordine costituito del genio materno e conservatore” (un’elegante perifrasi per la Natura maligna tanto “cara” al poeta recanatese).

Trailer di Bella e perduta

Voto della redazione: 

4

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