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Autore Davide Stanzione :: 3 Giugno 2015
Locandina di Eisenstein in Messico di Peter Greenaway

Recensione di Eisenstein in Messico di Peter Greenaway con Elmer Bäck e Luis Alberti: Quella di Peter Greenaway è una lezione di cinema buffonesca e folle, travestita da interminabile barzelletta barocca

La carriera di Peter Greenaway, da sempre bulimica di materiali e di riferimenti, pittorici e iconografici, da un bel po’ di tempo a questa parte pareva aver bisogno di aprire le porte a qualcosa di nuovo, di mettere in circolo aria fresca per uscire dai territori chiusi e un po’ asfittici entro i quali il cineasta gallese dava l’idea di essersi relegato, estremizzando in maniera sempre più ottusa quella che dalla notte dei tempi è la sua visione di messa in scena e di cinema: una concezione liberissima, che sopra ogni altra cosa intende rinegoziare le convenzioni, sperimentare, percorrere sentieri non battuti. Nightwatching e Goltzius and the Pelican Company, di sicuro i due lavori più rilevanti dell’ultima fase della produzione dell’autore, presentavano al loro interno non poche zampate del Greenaway più ossessivo e fecondo del passato ma, un po’ inevitabilmente, accusavano una certa stanchezza e delle stonate forzature, tanto affascinanti quanto frustranti nel loro compiaciuto, sprezzante anacronismo.

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Eisenstein in Messico, presentato allo scorso festival di Berlino, in effetti qualcosa ha smosso: Greenaway, questa volta, si è abbandonato più che in altre occasioni alla caricatura a tutto campo, al gusto per lo sberleffo, a un’eleganza non soltanto spocchiosa e soave, logorroica e coltissima, ma anche, a questo giro, dichiaratamente cialtrona e buffonesca. La proverbiale e irrinunciabile vocazione all’estetismo di Greenaway stavolta non sembra minimamente preoccupata di risultare sfacciatamente ridicola e si diverte follemente ad alternare voracità e sfrontatezza con fare balordo e giocherellone, come in un lunapark impazzito alla ricerca dell’attrazione più a effetto e più inebriante in circolazione. Tra movimenti di macchina di 360° intorno a un letto enorme (una scena sublime), piani sequenza, carrelli laterali e spernacchiate rivolte allo scrittore statunitense Upton Sinclair.

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La cinefilia di Greenaway, che è sin dalla gioventù un cultore del grande regista sovietico e ha letto tutto quello che si poteva leggere su Eisenstein girovagando nel suo archivio di Mosca, è eccessiva e giullaresca, non viene meno di certo al suo consueto bagaglio stilistico fatto di split screen, sovrapposizioni e immagini sature ma perlomeno ne alleggerisce un po’ la pedanteria buttandola in comica, trastullandosi con le metafore e le libere associazioni e instaurando una corrispondenza ideale, in verità non troppo boriosa ma più faceta che seriosa, tra la libertà sinfonica che Eisenstein metteva nei suoi film e le connessioni cui ricorre Greenaway stesso, che mescola senza soluzione di continuità eventi storici e situazioni pecorecce e, giusto per rendere l’idea, equipara la Rivoluzione d’Ottobre alla perdita della verginità anale da parte del regista, con tanto di bandierina conficcata nelle natiche. A Greenaway, in fin dei conti, non sembra tuttavia interessare granché il legame tra Eros e Thanatos, e nemmeno il corredo di processioni, ritualità e maschere che Eisenstein trovò in Messico girando l’incompiuto Que viva Mexico!. Pare riguardarlo soltanto la sua stessa anarchia in libera uscita e in permesso premio, che almeno ha il pregio di mostrarsi meno professorale del solito e di godersi la natura ibrida del progetto, quella, cioè, della parodia di una lezione di cinema travestita da interminabile barzelletta barocca. 

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Trailer di Eisenstein in Messico

Voto della redazione: 

3

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