Ritratto di Andrea Caramanna
Autore Andrea Caramanna :: 5 Giugno 2017
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Maria per Roma, di Karen Di Porto, ritorno rosselliniano a Roma

Per Roma, ovvero grazie a Roma o a causa di Roma, Roma città aperta di Roberto Rossellini, o forse Roma di Federico Fellini. Che bello trovare in un titolo di un film di oggi la parola "Roma" e guardare il cammino che ha fatto il cinema (italiano e non solo) in questi decenni. 

La prima "osservazione" è la relazione con il "territorio", la "strada" (un'altra assonanza felliniana), che ritornano protagonisti assoluti, laddove i personaggi sembrano ruotare vorticosamente intorno, in un percorso "turistico", ma questa volta per i turisti che hanno invaso luogo e tempo nel terzo millennio, non ci sono i tedeschi della seconda guerra mondiale. I luoghi oggi sono, infatti, totalmente a loro disposizione, perché anche le case private, sono state aperte per ospitarli, a causa della crisi, anche quando i titolati proprietari si vergognano di affittare la propria residenza.

Così Maria per Roma finisce per essere il viaggio non solo en plein air, ma anche tour di eleganti interni, appartamenti e architetture stupefacenti che s'affacciano nelle più belle piazze del mondo: ne vediamo una prospicente la piazza Navona e non solo quella. Ma anche interni, luoghi dove possono iniziare/finire mille altre possibili storie.

Maria per Roma è anche il viaggio trascendentale di Maria - il testimone lanciato dal padre che ogni tanto come un angelo fantasma la guida - in cerca di una serenità, armonia che nel terzo millennio ormai sfugge. Così, i personaggi, adagiati e schiacciati nel materiale tunnel economico sociale politico della post crisi che tutto trascina, tra liquidazioni coatte delle attività commerciali, affitti per tutti, comparsate in costume più o meno tragiche e ridicole per i soliti turisti.

E infine, perché no, una specie di tristezza infinita che guarda i corpi trascinarsi all'infinito senza che si intraveda la benché minima possibilità di "salvezza". Più qui siamo dalle parti di Fassbinder (peraltro le note scalfite ricordano un suo capolavoro come Il fabbricante di gattini) con i corpi che sembrano piano piano diventare detriti... Mentre l'amore tra Maria e Cesare non può che fissarsi lungo le coordinate impercettibili di un Robert Bresson. Maria alla fine potrebbe recitare la stessa frase del protagonista di Pickpocket: "Che strano cammino ho dovuto percorrere per arrivare fino a te". Mentre la presenza della cagnetta Bea non fa che richiamare lo sguardo asciutto, ma testimone di un'umanità errante senza senso dell'asino di Au Hasard Balthasar, anche se non sappiamo quanto il film possa scorrere lungo questa via significativa che ci porterebbe verso luoghi davvero lontani.

Più torbido e passionale, l'incontro tra Cesare e Maria potrebbe essere come quello degli indimenticabili amanti del Pont-Neuf di Leos Carax (non poteva che finire anche qui sotto i ponti, i più belli di Roma?). Ma a proposito sempre di cinema francese, non può che ritornare vivida la figura del flâneur che finisce per essere suo malgrado Maria: la sua apparente concitazione sollecita invece nello spettatore l'attraversamento delle strade, la dimensione topografica che risulta molto attraente come ne Il segno del leone di Eric Rohmer, peraltro anche qui ad un certo punto sono richiamati i segni dell'oroscopo. Ma è chiaro che i percorsi tortuosi celano enigmatici incontri, coincidenze astrali, che permettono alla storia di avanzare/retrocedere in una dimensione più che (sovran)naturale.

E poi c'è il teatro o la performance dell'attore come sogno ad occhi aperti/chiusi che finisce per essere più eccitante all'esterno nelle strade e nei set lungo il Tevere, piuttosto che al chiuso in un provino o nella sala anonima del teatro.

Karen Di Porto ci ha davvero regalato un film nuovo, perché parla allo spettatore di oggi, senza fronzoli di roboanti messe in scena, ma strutturato sull'incontro continuo ed intenso fra i vari personaggi. 

Trailer di Maria per Roma

Voto della redazione: 

4

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