Ritratto di Erika Favaro
Autore Erika Favaro :: 11 Aprile 2016

Un video dimostra come l'attrice della trilogia dell'incomunicabilità non fosse solo simbolo di malinconia e alienazione

Deserto rosso

La collaborazione tra Monica Vitti e Michelangelo Antonioni è una delle cose più emozionanti e splendide che il cinema italiano abbia regalato all’umanità. Lui la notò e ne fece la sua musa, la protagonista dei film che sono poi stati definiti la “trilogia dell’incomunicabilità”. È lei l’impenetrabile Claudia de L’avventura (1960), la conturbante Valentina de La notte (1961) accanto a Mastroianni, la misteriosa Vittoria de L’eclisse e Giuliana di Deserto rosso (1964). Antonioni è stato il regista di stati d’animo e paesaggi, il narratore dell’esistenza e della crisi moderna; Monica Vitti è stato il volto dell’alienazione e della malinconia. Ma fermarsi a queste definizioni sarebbe estremamente riduttivo, perché dal loro rapporto – che oltre ad essere professionale è stato anche sentimentale – è nato qualcosa di molto più grande e profondo.

I personaggi interpretati dall’attrice romana però non sono solo simboli di mestizia e infelicità e a sostenere questa tesi poco diffusa interviene un video di Tope Ogundare il quale ha cercato di guardare al ruolo dell’attrice in modo attivo. Un breve video composto da clip in cui si vuole dimostrare quanto ci fossero degli squarci di vitalità e allegria nelle interpretazioni di Monica Vitti, che era pur sempre in grado di gestire al meglio anche il registro comico.

Ogundare tiene a sottolineare come il lavoro della donna fosse complementare rispetto a quello del cineasta: come limitare la Vitti a simbolo dell’angoscia esistenziale sia assolutamente limitante.

[Leggi anche: Omaggio a Monica Vitti al Teatro Belli di Roma]

Infelicità, turbamento sono stati d’animo da lei perfettamente incarnati, ma è importante essere consapevoli del fatto che i suoi personaggi riuscivano ad evadere momentaneamente dalla malinconia. La profondità della tristezza, infatti, è quasi sempre speculare alle potenzialità della felicità e questo Antonioni l’ha mostrato come nessun’altro.

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