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Autore Rita Andreetti :: 23 Marzo 2016

Dopo le indagini effettuate sulle manovre al botteghino di "Ip Man 3", la distribuzione bloccata per un mese, 73 cinema controllati e qualche milione di dollari sotto osservazione

Dopo aver totalizzato risultati strabilianti al botteghino, l’ultimo episodio Ip Man 3 diretto da Wilson Yip con Donnie Yen, Mike Tyson e Kwok-Kwan Chan nei panni di Bruce Lee, si è confermato essere il risultato di un iniezione al botulino nelle vendite.

Lo scandalo è stato scoperto all’inizio di marzo e le agenzie di stampa cinesi nonché i social ne avevano lungamento parlato, raccontando come la pratica di Dayinmu Film, la distributrice, avesse dato una spinta indiscutibile al successo della pellicola. Ora, il Governo cinese ha imbracciato la causa legalmente e si è mosso con sanzioni di peso nei confronti dei mascalzoni.

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Questa è la prima clamorosa presa di posizione nei confronti di questa pratica di “ritocco dei risultati” del botteghino da quando negli ultimi due anni, tra crowdfunding fantasiosi e box office con cifre da capogiro, si è diffusa tra i distributori questa mania di protagonismo. Oltre al caso di Monster Hunt, una pellicola locale che era riuscita a scalfire il dominio di Fast and Furious 7 malgrado l’enorme risonanza del film e il supporto pubblicitario senza precedenti, in precedenza anche The Hundred Regiments Offensive si era appoggiato alla falsificazione delle proiezioni e dei dati: questa, una tremenda pellicola di guerra propagandistica distribuita in occasione del 70° anniversario della resa del Giappone, segnò quasi 37 milioni di dollari al botteghino. Ecco, questo è l’esempio di come la falsificazione dei dati possa ben lavorare: peccato che il film fosse a compartecipazione statale e le istituzioni se ne sono ben guardate dall’autopunirSI il misfatto, lasciando il film epico veleggiare a cifre spropositate.

Ora che il sistema è stato adottato da una produzione privata, il Governo è corso subito in prima linea: a Dayinmu Film non è andata così bene ed è stata richiesta la sospensione di un mese dall’attività distributiva, quasi 5 milioni di dollari di falsi biglietti ritirati e la bellezza di 73 sale richiamate all’ordine. La verità è che questa volta l’attenzione sulla dubbiosa gestione dei dati è stata sollevata sin dal primo weekend (dove il film ha incassato sulla carta 72 milioni di dollari) non dai controllori, ma degli utenti di internet, insospettiti dalla scalata del film ben visibile sulle App dei cellulari, tramite le quali il 70% dei cinefili acquista i propri biglietti. Nello specifico, una serie inarrestabile di proiezioni, fino alle 3 di notte a distanza di dieci minuti l’una dall’altra, registrava un sospettosissimo sold out. Ora, pure queste App sono nei guai. Infatti, in questa condizione di pressione dal basso, al Governo centrale e alla SAPPRFT (State Administration of Press, Publications, Radio, Film and Television) non è rimasta altra scelta che prendersi seriamente a cuore la faccenda dichiarando come tali pratiche ledano il giovane cinema cinese (invece le stesse pratiche adottate dal Governo, sono sante). Tutto ciò, almeno formalmente: già, poiché pare che questa messa al bando di un mese non avrà tutti questi effetti, dal momento che la prossima distribuzione per Dayinmu Film era già programmata per la fine di aprile…

La distribuzione però, dopo il tentativo di negare l’evidenza, ha chinato il capo dichiarando di aver “compreso e accettato pienamente” il provvedimento adottato.

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Lo scandalo Ip si svolge proprio a ridosso di un importante annuncio con cui il Governo cinese sta cercando di incentivare le produzioni di qualità locali: è in previsione la nascita di due film fund integrativi, dedicati a quelle produzioni che ottengono risultati di rilievo al botteghino, in patria e all’estero. In Cina, la richiesta è di 20 milioni di Yuan (3 milioni di dollari), con almeno 600.000 spettatori registrati; e a fronte di un risultato tale, gli incentivi potranno arrivare anche a 6 milioni di Yuan (poco meno di un milione di dollari). La manovra mira a lanciare le produzioni provenienti dalla Cina su un palcoscenico internazionale, secondo la visione del segretario di Partito Xi Jinping. Ma forse, nel grande schema astrale cinematografico, a Mr.Xi è sfuggito il dettaglio che allo stato attuale la grande macchina censoria è così presente da essere quasi autrice delle sceneggiature. Le quali, senza una vera libertà di manovra, finiranno presto per stancare il pubblico fuori dai confini. Con tutto il rispetto per le pellicole buoniste ed edulcorate Made in China.

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