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Autore Luca Carbonaro :: 5 Dicembre 2016

Se volete diventare, in breve tempo, degli esperti cinefili, ecco la lista delle dieci migliori pellicole da visionare

L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov

Se mai vi capitasse di trovarvi ad una festa con amici che si considerano degli esperti cinefili, facendovi sentire a disagio per la vostra ignoranza in materia, vi consigliamo di prepararvi, in precedenza, con una lista delle dieci migliori pellicole che hanno rivoluzionato, nel corso degli anni, il vero e proprio concetto che sta alla base di cinema:

1. L'uomo con la macchina da presa (Dziga Vertov, 1929)
Si tratta di un documentario del 1929, diretto dal regista regista sovietico Dziga Vertov, e considerato da molti uno dei migliori mai realizzati nel suo genere. Il film è forse il compimento massimo (e finale) del movimento kinoglaz (cineocchio), nato negli anni venti per iniziativa di Vertov e propugnatore della superiorità del documentario sul cinema di finzione che, in sostanza, deve essere bandito perché inadatto a formare una società comunista. Seguendo i passi di documentari passati come Berlino: Sinfonia di una grande città, in cui la tematica fondamentale era la città e le persone che ci vivevano, ed il capolavoro di Sergei Eisenstein, La corazzata Potemkin, che ha perfezionato il concetto del montaggio, L'uomo con la macchina da presa rappresenta l'esempio definitivo di modernismo all'interno di un film. Vertov raccoglie l'esperienza di anni di documentari propagandistici, le sue radici futuriste, le sue teorie secondo le quali il cinema deve essere uno strumento a servizio del popolo e della sua formazione comunista, e sublima il tutto in un'opera tecnicamente all'avanguardia e che ancora oggi colpisce per originalità e vivacità, nonostante sia stata realizzata circa novant'anni fa. 

2. La regola del gioco (Jean Renoir, 1939)
Considerato uno dei migliori registi di sempre dal celebre Orson Welles, Jean Renoir ha realizzato numerose pellicole di successo nell'arco della sua carriera, come Il fiume, French Cancan e La grande illusione, questo film rappresenta uno degli esempi più seminali del suo intero lavoro. La storia è ambientata alla fine degli anni trenta e narra delle persone appartenenti all'aristocrazia e all'alta borghesia che si ritrovano nel castello del marchese de La Chesnaye per trascorrere il fine settimana. Gli amori dei potenti si intrecciano con quelli dei loro domestici finché è commesso un omicidio. Si tratta di un lavoro tragicomico che mescola i difficili problemi dei potenti con quelli, considerati inutili, di coloro che lavorano per questi ultimi, attraverso una profonda fotografia che fa sembrare il castello vivo. Con Renoir nasce ufficialmente nel cinema la forma, fino allora sconosciuta o praticata inconsapevolmente, del piano sequenza, parola che deriva appunto dal francese e che significa identità fra inquadratura e sequenza. La durata dell'inquadratura senza stacchi e senza raccordi di montaggio permette di rappresentare l’intera durata temporale di una scena come se accadesse davanti a noi; mentre il movimento della cinepresa rappresenta meglio l’unità dello spazio in cui ci sembra di entrare.

3. Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948)
Ladri di biciclette è un film del 1948 diretto, prodotto e in parte sceneggiato da Vittorio De Sica. Girato con un'ampia partecipazione di attori non professionisti, è basato sull'omonimo romanzo (1946) di Luigi Bartolini, adattato al grande schermo da Cesare Zavattini. La trama è molto semplice: Antonio Ricci, un disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Per lavorare deve però possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà, per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, però, mentre tenta di incollare un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata. Antonio rincorre il ladro, ma inutilmente. Nonostante un setting semplice, il film è tuttora considerato un classico del cinema ed è ritenuto uno dei massimi capolavori del neorealismo cinematografico italiano. Girato con un budget limitato, il celebre regista italiana ha saputo catturare, alla perfezione, quel senso di angoscia e dolore che la sua nazione provava, a seguito dei tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale. Ladri di Biciclette, con la sua semplicità genuina come la scena in cui Antonio mangia della pizza assieme al figlio in un ristorante, dimostra che le migliori storie possono essere raccontate prendendo esempio dalla vita di tutti i giorni e basandosi sulle classi operaie.

4. Viaggio a Tokyo (Yasujirō Ozu, 1953)
Shūkichi e Tomi Hirayama, alla soglia dei settant'anni, decidono di andare a trovare i figli a Tōkyō. Lasciano dunque la loro città, Onomichi, nei pressi di Hiroshima, e si apprestano ad affrontare un lungo viaggio in treno alla volta della capitale. Il film è stato girato in maniera completamente statica, senza che la camera si muovesse per un solo minuto. Gli eventi principali avvengono fuori dallo schermo e le ramificazioni vengono svelate soltanto in seconda istanza. Si tratta di un vero e proprio formalismo rigido, utilizzato da Ozu per creare un impatto emotivo ancora più devastante. Così come accaduto in Ladri di biciclette, anche in questo film l'impatto dovuto alle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale diventa il perno per una comunicazione errata tra i giovani e gli anziani del Giappone, con un senso di tristezza deprimente. Viaggio a Tokyo è considerato l'esempio massimo di introduzione del concetto di spiritualità all'interno di un film, che conduce lo spettatore all'interno di una dimensione estremamente filosofica.

5. Easy Rider (Dennis Hopper, 1969)
Film molto importante, si inserisce nel contesto culturale del '68, cultura di controtendenza e voglia di evasione - libertà da una piatta società medio-borghese. Il tema del viaggio percorre e traccia le linee generali del film: da molti critici è infatti considerato il road movie per eccellenza ed è indubbiamente il film su due ruote più celebre in assoluto. Easy Rider esprime chiaramente la cultura del mondo hippie di fine anni '60: i protagonisti sono malvisti dalla gente comune per il loro aspetto, il loro modo di vestire, di vivere e di comportarsi, pur essendo persone non violente che vanno per la loro strada senza creare fastidi. Particolarmente apprezzata la fotografia e i relativi paesaggi, in particolare le ambientazioni nelle zone desertiche del Sud statunitense, che restano impresse negli occhi dello spettatore; da segnalare anche le immagini psichedeliche, tipiche del periodo, durante la visita di New Orleans. Realizzato con un budget di 360.000 dollari, il film è arrivato a incassare ben 60 milioni, diventando il simbolo della New Hollywood e vincendo il premio come miglior opera prima al 22 Festival di Cannes. Oltre ad aver solidificato le carriere di Peter Fonda e Dennis Hopper, Easy Rider ha portato sul grande schermo, per la prima volta, un giovane Jack Nicholson nei panni di un avvocato alcolizzato, ruolo che gli fece guadagnare la nomination di miglior attore non protagonista.

6. La montagna sacra (Jororowsky, 1973)
Questo film è un esempio perfetto di satira verso il consumismo, potere e religione organizzata, che utilizza il cinema in maniera sapiente come medium per rendere lo spettatore partecipa al massimo in quello che accade su schermo. Un ladro, molto somigliante alla figura di Gesù Cristo, dopo molte disavventure con persone pseudo-religiose, fugge in cima ad una torre che si rivelerà poi un laboratorio di un misterioso alchimista. Dopo aver preso parte a vari riti iniziatici l'alchimista gli presenta sette persone, le più potenti della Terra, che, insieme a loro, rappresentano le nove concezioni di vita indicate dall'Enneagramma della personalità. Insieme dovranno raggiungere la Montagna Sacra, dove vi sono nove saggi che conoscono il segreto dell'immortalità. Il loro scopo è di eliminarli e di prendere il loro posto, ma una volta arrivati lì scopriranno una sconcertante verità. Mentre L'uomo con la macchina da presa era un limpido esempio di modernismo, questo film enfatizza gli effetti del post-modernismo. La montagna sacra utilizza un'immagine provocatoria e grottesca, con uno stile visivo profondo ed affascinante e, grazie anche ad uno dei finali più memorabili di sempre, rappresenta un sublime lavoro di cinema allo stato puro.

7. Fanny e Alexander (Ingmar Bergman, 1982)
Quando si parla di pellicole straniere, molto spesso il regista che le ha realizzate diventa sinonimo della sua nazione ed è questo il caso di Ingmar Bergman, padrino del cinema svedese. 1907, in una città della provincia svedese. L'agiata famiglia borghese degli Ekdahl festeggia il Natale in casa di nonna Helena. La famiglia, ma più in generale il mondo intero, sono osservati con gli occhi innocenti e visionari dei due bambini Fanny e Alexander, figli del direttore del teatro locale Oscar. Gli zii Gustaf Adolf e Carl, con le rispettive mogli, completano la cerchia familiare. Il film racconta la visione del mondo attraverso gli occhi di un bambino, mescolando le storie di fantasmi e fiabe tradizionali ad un filtro reealista, con un approccio alla Dickens per quanto concerne la narrativa. Il film è fortemente autobiografico e Bergman ricostruì sul set con precisione e amore le cinque stanze della casa di Uppsala e il loro contenuto come atto di riconoscenza dovuto per la persona e per i luoghi dove riusciva ogni tanto a rifugiarsi durante la sua tumultuosa infanzia. Esistono due versioni differenti di questa pellicola: la prima, realizzata esclusivamente per il grande schermo, dura più di tre ore mentre la seconda, creata appositamente per la TV, raggiunge le cinque ore, facendola diventare una delle più lunghe mai realizzate al mondo.

8. Sátántangó (Bela Tarr, 1994)
Coprodotto con Svizzera e Germania, anche se girato interamente in Ungheria, Sátántangó è un film interamente in bianco e nero, ed ha una durata di oltre 7 ore. La storia è basata sull'omonimo romanzo dello scrittore ungherese László Krasznahorkai, che nel corso degli anni ha fornito al regista Béla Tarr già numerose storie, a partire dal 1988 con il celebre Kárhozat (Perdizione). La trama si incentra sul collasso di una fattoria collettiva ai tempi della fine del comunismo in Ungheria. Una dozzina di individui abbrutiti vive una vita senza speranza in quello che resta di una cooperativa agricola, nell'attesa ansiosa di andarsene.Tarr voleva girare Satantango sin dal 1985 ma fu impossibilitato nella realizzazione a causa della situazione politica che a quei tempi l'Ungheria presentava. Richiese 120 giorni di riprese ad un costo complessivo di soli 1,5 milioni di dollari. Celebre la scena di apertura, lunga quasi 9 minuti, durante la quale la cinepresa si muove al fianco di un gruppo di mucche, e ci sono numerose riprese dove i personaggi camminano per diversi minuti senza alcun taglio di scena. Armatevi di popcorn e guardate assolutamente questo film se volete considerarvi degli esperti di cinema: si tratta dell'equivalente cinematografico della lettura di Proust.

9. Yi-Yi (Edward Yang, 2000)
L'ultimo film del regista Edward Yang è considerato uno dei migliori film del XXI secolo, un lavoro contemplativo che racconta le vite di tre generazioni all'interno di una sola famiglia, ognugno dei quali reagisce, in maniera differente, ad eventi drammatici. Nj Jian e sua moglie Min-Min formano, con i loro due bambini, una famiglia di classe media di Taipei, dove vivono insieme alla madre di Min-Min. NJ, a causa di contrasti con la direzione della sua azienda di informatica, sta ipotizzando di associarsi con Ota, un innovatore nel campo della progettazione di giochi. Il giorno delle nozze del fratello di Min-Min, però una serie di imprevisti vanno a sconvolgere la vita della famiglia di NJ. Iniziando con un matrimonio e terminando con un funerale, Yi-Yi riesce a creare un mondo dettagliato in cui tutti i sentimenti possibili ed immaginabili sono presenti: dalla rabbia alla tristezza, passando per la felicità e la paura, molte volte lo spettatore non capisce se dover piangere o ridere perchè tutto è reso in profonda armonia. Così come Boyhood, questo film riesce, nell'arco di tre ore, a portare sul grande schermo l'intera essenza dell'esperienza umana, protraendosi verso un climax finale condensato da uno dei finali più strappalacrime di sempre.

10. Under The Skin (Jonathan Glazer, 2014)
Scarlett Johansson è sempre stata una grande attrice del panorama Hollywoodiano ma, grazie ad Under The Skin, ha dimostrato ancor di più la sua voglia di immedesimarsi in toto nel personaggio che deve interpretare. Un essere alieno prende il corpo di una giovane e attraente ragazza e inizia a girare attraverso la Scozia, attirando e seducendo vari uomini incontrati per strada. Una volta sedotti, i vari adulti vengono condotti in un ambiente onirico in cui, immersi in una sostanza scura, vengono intrappolati. Ad aiutare la ragazza c'è un altro essere alieno, che ha assunto delle sembianze maschili e che gira in motocicletta. Il film ci offre una visione del mondo attraverso gli occhi di un alieno, fornendo una sottile critica alla società odierna, mal gestita e distorta.Il regista inglese Jonathan Glazer ci ha messo 10 anni per realizzare questo film ma, alla fine, è riuscito a centrare tutti gli aspetti fondamentali: dal design delle ambientazioni alla colonna sonora, dalla performance di Scarlett ad un movimento di camera molto kubrickiano, Under The Skin rappresenta un vero e proprio capolavoro del cinema contemporaneo.

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