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Ritratto di Alessandro Tavola
Autore Alessandro Tavola :: 2 Settembre 2016
The Bleeder film 2016

Recensione di The Bleeder di Philippe Falardeau con Liev Schreiber, Elisabeth Moss, Ron Perlman, Naomi Watts: un biopic dall'andamento classico e dai risvolti canonici per il pugile che ispirò "Rocky"

Liev Schreiber è Chuck Wepner in The Bleeder, diretto da Philippe Falardeau: film biografico che narra del pugile peso massimo che ispirò il personaggio di Rocky Balboa, tra successi, delusioni, fallimenti ed eccessi.

The Bleeder (il titolo deriva "The Bayonne Bleeder", Il sanguinante di Bayonne, soprannome mai accettato di Wepner) va incontro allo spettatore cucendo un racconto arciclassico attraverso le interpretazioni e i mezzi tecnici a disposizione. Siamo nella seconda metà degli Anni Settanta, ed ogni frame è lì per ricordarcelo, tra fotografia sgranata calda e giallognola, abiti oggi improbabili ed inserti da filmati d’epoca ben innestati nel flusso principale. Durante la visione veniamo completamente immersi in questa lineare e a sua modo completa tipicità.

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Se questo rappresenta ormai quasi la prassi di una ricostruzione novecentesca adeguatamente riuscita, Falardeau dona alle immagini un tocco pop ancor più alleggerente (ed il loro fanno le scene tra Wepner e Sylvester Stallone e le registrazioni tv degli incontri di pugilato), permettendoci di seguire la tipica parabola di ascesa e declino senza troppe domande annesse e di poterci dedicare alla fattura visiva, agli avvenimenti e alle interpretazioni in modo equo, con un Liev Schreiber più acceso del solito e perfettamente in parte, e una Elisabeth Moss che riesce a dare qualcosa alla figura della moglie trascurata.

Con la chiara intenzione di non voler stravolgere la narrazione e la tipologia di biopic, i punti di riferimento sono inequivocabilmente presi dal manuale scorsesiano, come molte (troppe) volte capita, questa volta seguito e studiato senza eccessivamente copiare da appunti nascosti nel taschino. Siamo all’interno di un sandwich che unisce Toro Scatenato (la figura di Wepner qui dipinta non è che un nuovo, meno cupo Jake La Motta) e Quei bravi ragazzi senza darci il tempo di rimpiangerli, perché si sente fin da subito che Falardeau è consapevole della forma retrò e standardizzata – nell’accezione quasi positiva del termine – del suo film e la prevedibilità diventa una ulteriore piccola fonte di piacere di fronte a questo spaccato distruttivo.

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Ed è grazie a questa cornice definibile come “chiara, dichiarata e che raggiunge lo scopo” che l’immagine di Wepner e di tutto un periodo storico ci arrivano stuzzicanti, nonostante tutto ciò che accade segua la drammaturgia più nota e trita, donando sia al lato del racconto in senso stretto che a quello biografico due sapori ben accostati. Di certo non un film con cui rigenerarsi gli occhi o capace di aprire nuovi punti di vista (sia formali che sentimentali), ma un onesto affresco umano, tra difetti, potenziali, desideri, debolezze, successi ed errori: tutti cliché e tutti tòpoi, sì, ma capaci di farci ritrovare, seppur fugacemente, un’amarezza genuina.

Voto della redazione: 

3

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