Ritratto di Pierre Hombrebueno
Autore Pierre Hombrebueno :: 26 Giugno 2014

Esce oggi nelle sale italiane La gelosia di Philippe Garrel, autore francese tra i più rinomati del mondo. Noi abbiamo avuto l'onore di intervistarlo all'ultimo Festival di Venezia, dove ci ha parlato di Nouvelle Vague, suo figlio Louis, e Amos Gitai

Philippe Garrel, regista di La Gelosia, con Louis Garrel e Anna Mouglalis

Arriva oggi nelle sale italiane, distribuito da Movies Inspired, La gelosia di Philippe Garrel, autore francese tra i più rinomati del mondo, figlio della nouvelle vague e grande amante della malinconia, da cui non riesce mai a distaccarsi. Cosa evidente anche dal suo ultimo film interpretato dal figlio Louis e da Anna Mouglalis, a iniziare da quel bianco e nero nostalgico, già parte di un passato fantasmatico che non può più tornare, ricordandoci, ancora una volta, la fragilità di quel sentimento che chiamiamo amore. Philippe Garrel come ultimo dei romantici: abbiamo avuto il grande privilegio di intervistarlo all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, tra un café au lait e delle sigarette che fanno très très francais. 

Che ruolo ha avuto per te la Nouvelle Vague francese?
Da giovane volevo diventare un poeta o un pittore. All'epoca il cinema era considerato volgare, commerciale, venduto. Ma in quegli anni c'erano almeno 35.000 pittori in Francia, moderni o astratti, e per quanto riguarda i poeti, forse solo 2 riuscivano a vivere guadagnando qualcosa. Io non ce la potevo sicuramente fare, anche perchè provenivo da una famiglia povera. Poi, con lo scoppiare di questo cinema nuovo, la figura del regista era stata finalmente valorizzata, tornando autentico autore della propria opera. Insomma, la macchina da presa era nuovamente una penna: fu allora che decisi di diventare un film-maker. Avevo già visto i film di Godard e sapevo che il cinema era un'arte. 

La macchina da presa come penna: ti riferisci alla caméra-stylo di Astruc e alla Politica degli autori?
Esatto. In Francia la cosa si è mantenuta, ancora oggi il final cut spetta al regista, c'è proprio una legge che lo dichiara. In America invece non è così, il montaggio finale è del produttore. Ma Francia e Stati Uniti hanno sempre rappresentato bene le due facce del cinema: Edison inventò il sound tape, ma i Lumière crearono il proiettore. Insomma, Fino all'ultimo respiro di Godard coesiste con Lawrence D'Arabia di David Lean.

Che ruolo ha la tecnologia nel tuo cinema?
La tecnologia è sicuramente importante per fare film, ma io mi occupo più della messa in scena, della direzione d'attori e del posizionamento della cinepresa. Ancora oggi non so usare una gru, proprio non fa parte delle mie capacità, e una volta ho girato una carrellata usando una sedia a rotelle. Fare film è una questione di problem solving, devi essere pratico e fare quel che puoi come puoi. 

Cosa ti è rimasto più impresso di tutti questi anni come regista?
Io ho avuto due periodi come regista. Il primo va dal 1964 al 1981: ero produttore di me stesso, vivevo senza soldi e andavo in giro per scroccare pezzi di pellicola. Il mio unico bagaglio tecnico era una vecchia macchina da presa usata di 10 anni, perchè costava poco. Insomma, vivevo come un pittore vagabondo, mangiavo male per risparmiare il più possibile. Le cose sono cambiate nel 1983, l'anno di Libertè, La Nuit: hanno iniziato a pagarmi. I due periodi sono certamente contraddisinti da due stili differenti, il primo momento è stato più poetico, mentre il secondo più di finzione. Quello che cerco di fare oggi è mixare questi due stili, dipingere la vita con tocchi poetici. 

Com'era lavorare in quel primo periodo squattrinato?
È stato molto utile. Il primo film l'ho girato in 9 giorni, e non ho nemmeno creato i titoli di testa o di coda per risparmiare. Tutti gli altri li ho girati in una media di 16 giorni l'uno. In quel periodo ho imparato ad essere indipendente, apprendendo praticamente i mestieri di tutti i reparti. Oggi posso permettermi un montatore o un camera-man, ma conosco il loro lavoro, perchè ho mantenuto quell'indipendenza. Non tornerei assolutamente a quegli anni, per me è stato estremamente difficile, ma ho imparato davvero moltissime cose. 

C'è qualche regista che oggi ammiri particolarmente?
Sono un grande amico di Amos Gitai. Lo frequento da quando eravamo sconosciuti, e oggi persino i nostri figli sono amici fra di loro. Lui ha un ritmo molto politico e un grande tocco di poesia. Abbiamo due stili molto differenti ma è normale, lui ha un background dal mondo dell'architettura, io invece ho fatto una scuola di disegno.

E cosa ci dici del rapporto con tuo figlio Louis, che spesso recita nei tuoi film?
Louis era già un attore prima ancora che lo coinvolgessi nei miei film. Oggi è una figura molto importante per il mio cinema, anche al di fuori del set: a lui racconto tutte le mie idee e gli faccio leggere le prime stesure delle sceneggiature. Sta a lui darmi l'eventuale prima approvazione. Poi, è veramente un attore molto bravo, e gli lascio molto spazio per l'improvvisazione. So per certo che nello spazio datogli, saprà mettere e inventare qualcosa di suo.

Che cosa differenzia La Gelosia dalle tue precedenti pellicole?
È la prima volta che lavoro con altri tre sceneggiatori. La stesura finale è stata curata da me, Marc Chodolenko, Caroline Deruas-Garrel e Arlette Langmann. Due uomini e due donne, e alla fine il risultato è stato un collage che ci riflette tutti e quattro. È stato un modo differente di lavorare: ognuno sceglieva le scene che avrebbe scritto, e delle volte una stessa scena veniva addirittura scritta da più sceneggiatori, per poi selezionare successivamente la versione più adatta alla narrazione. Il fatto che si passi da scene scritte da uomini a scene scritte da donne ha portato dei sentimenti molto variegati al film, in quanto la scrittura maschile e quella femminile sono spesso molto differenti.

 

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