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Autore Rosa Maiuccaro :: 4 Settembre 2014

Il regista cult giapponese Shinya Tsukamoto (Tetsuo) parla del suo lavoro e del suo ultimo film che ha stravolto il pubblico di Venezia: "Nobi – Fires on the Plain"

Shinya Tsukamoto

Uno dei beniamini degli amanti del cinema giapponese, Shinya Tsukamoto, è tornato alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare il suo nuovo film che concorre per la vittoria del Leone d'Oro. Nobi – Fires on the Plain, tratto dal romanzo La strana guerra del soldato Tamura di Shkei Oka, è un feroce ritratto della Seconda Guerra Mondiale vista attraverso gli occhi di un soldato solo, abbandonato da tutti, terrorizzato e ossessionato dalle violenze che ha subito. All’indomani della prima proiezione del film, accolta da tiepidi applausi, abbiamo incontrato il bravissimo Tsukamoto che ci ha rilasciato un’intervista durante la quale ci ha offerto delle interessanti chiavi di lettura del suo film.

Come è stato dirigere e dirigersi in un film cruento come questo?
Mi è capitato in tanti film di essere sia regista che attore e quindi sono abituato. Però in questo caso qui, dover girare nella giungla e curare le inquadrature, è stata un’esperienza lunga e faticosa.

Nei suoi film, compreso questo, c’è una particolare attenzione alla carne. Come mai?
In film come Tetsuo c’era solo a livello immaginifico, nulla di replicabile nella vita reale, l’idea di un contatto tra la carne e l’inorganico e quindi una violazione della carne stessa. In questo caso non c’era la ricerca della morbosità perché quello che mi interessava era raccontare la durissima realtà della guerra.

Nei film occidentali siamo però abituati a rappresentare anche la guerra in maniera diversa.
Su questo tema la franchezza non è solo in Occidente ma anche in Giappone. I film sulla guerra vengono trattati o in chiave eroica, con l’esaltazione di determinate figure, o dei melodrammi strappalacrime. Io trovo che sia un’assurdità perché la guerra andrebbe sempre rappresentata nella sua crudezza e nel suo orrore.

Ciò che colpisce di più del film è lo sguardo del protagonista, traumatizzato e completamente ossessionato dalla violenza della guerra.
Trovo che tu abbia detto una cosa bellissima che mi rende molto felice (sorride, n.d.r.). Effettivamente chiunque abbia partecipato anche solo in parte ad una guerra subisce un trauma così forte che non potrà più dimenticare. Quelle immagini di orrore gli resteranno per sempre negli occhi, senza che se ne possa più liberare. Questo era quello che mi interessava dimostrare.

Che tipo di influenza ha avuto la Seconda Guerra Mondiale sul corso della storia successiva?
I settant’anni che ci separano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono importanti perché i sopravvissuti a quella guerra stanno scomparendo. È fondamentale per me recuperare la loro testimonianza perché quella realtà è stata troppo edulcorata.

C’è una relazione tra l’isolamento che vive il soldato Tamura e il senso di alienazione dell’uomo moderno?
Proprio ieri, l’altro attore del film, Lily Franky, mi aveva fatto notare la stessa cosa. Io però non sono interessato a questo confronto. Io volevo solamente portare in scena l’atrocità della guerra.

Il film è girato in digitale. Perché l’ha scelto? Crede che in futuro la pellicola sparirà completamente?
Ho un sentimento contrastante su questo argomento. Io ho cominciato con l’8 mm e il mio rapporto con la pellicola è di grande passione e di amore. Non potrei separarmene e sono molto triste all’idea che possa scomparire per sempre. Però mi rendo conto che questa sia una fase di transizione verso una conversione totale al digitale. Nel caso di Nobi non avrei potuto utilizzato il 16mm ma necessariamente il 35mm o al 70mm e il budget sarebbe stato improponibile.

Guardando il suo film, noi europei pensiamo subito a film come Apocalypse Now. Quali sono invece le idee poi tramutate in immagini che lei genera nella sua mente prima di realizzare un film?
Nel caso di Nobi l’ispirazione proviene totalmente dal romanzo. Poi è evidente che mi piaccia molto Apocalypse Now così come i film di Kubrick e che essi influenzino il mio lavoro.

Che cosa ne pensa della prima trasposizione cinematografica del romanzo?
L’ho vista la prima volta quando ero al liceo. Mi è piaciuto molto, era un’opera importante. Tra quella versione e la mia c’è una grande differenza perché Kon Ichikawa voleva esplorare attraverso la macchina da presa l’interiorità del personaggio, trascurando il vero fulcro del romanzo. Io credo invece che il mio film sottolinei l’essenziale ovvero il rapporto tra le brutture e la bellezza della natura circostante.

Sta già lavorando a qualche nuovo progetto?
Purtroppo questo film ha comportato uno sforzo economico gigantesco e quindi dovrò attendere un po’ prima di avere i mezzi per girare un nuovo film. Però ho tantissime idee. Per esempio vorrei realizzare un film in costume come quelli degli anni Sessanta che vedevo da bambino oppure un film sui mostri. Ma al momento è inutile pensarci!

E Tetsuo?
Non è un progetto ma ho una vaga idea di farne un film d’animazione.

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