Ritratto di Ilaria Floreano
Autore Ilaria Floreano :: 10 Novembre 2014

Massimiliano Camaiti è un giovane autore (classe 1977) dallo stile trasognato e soave, simile a quello di certi film francesi (e inglesi). L'abbiamo incontrato per scoprire cosa significa essere aspiranti registi italiani.

Massimiliano Camaiti

Massimiliano Camaiti è un uomo dall’umorismo sottile che nasconde la timidezza dietro grandi occhiali e un inscalfibile understatement, un regista italiano di grandi potenzialità e un cervello in fuga Oltralpe: dopo un’intensa gavetta, ha collaborato con personaggi come Carlo Verdone e Silvio Soldini, lavorato per la televisione (è stato regista della seconda unità sul set di Romanzo criminale. La serie), vinto numerosi premi con i suoi primi cortometraggi, che tra l’altro gli sono valsi una nomination ai David di Donatello e la stima di Gabriele Salvatores. I casi della vita (e del sistema produttivo e distributivo italiano) l’hanno però portato a lavorare a Parigi e a scrivere cortometraggi in francese per farli recitare da attori francesi. L’abbiamo incontrato in occasione di un festival di cortometraggi (in Italia se ne fanno in quantità) e insieme abbiamo cercato di capire quanto sia ardua la sfida per chi, di italiani natali, vuole girare un film.

Cominciamo dall’inizio: come sei arrivato dove sei ora?
Sono partito da lontano: ho una laurea in economia. Già mentre studiavo però sapevo di volermi dedicare al cinema. Era un sogno e ho cominciato a perseguirlo appena dopo la laurea: mi sono messo a lavorare e ho fatto la classica gavetta, partendo dall’assistenza alla produzione.

Non hai fatto scuole.
No, perché l'unica che avrei voluto fare sarebbe stata il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, che secondo me è il migliore, ma a quel punto avrei terminato gli studi a 28 anni senza aver mai lavorato un giorno. L’idea non mi entusiasmava, e in ogni caso i miei non me lo avrebbero permesso.

Dunque sei andato in medias res, dritto sul campo. Come?
Il modo più facile è conoscere qualcuno che ti possa introdurre, anche perché all’inizio il lavoro che fai è talmente semplice da non richiedere specifiche abilità: devi portare i caffè o pulire per terra, e questo lo può fare chiunque. Contemporaneamente però, e da subito, ho cominciato a scrivere e realizzare corti. Facevo le due cose in parallelo. Dopo qualche tempo ho conosciuto un regista che aveva letto alcuni dei miei lavori e li aveva apprezzati. In quel momento stava rivedendo la sceneggiatura per una serie tv e mi ha proposto di collaborare con lui.

Di che serie si trattava?
Don Matteo (si schernisce, ndr): non proprio il mio genere, ma è stata un’ottima esperienza, mi ha permesso di approfondire le dinamiche di lavoro sul set, ero molto contento di poter partecipare. Anche perché grazie a questo incontro la parte creativa del mio lavoro ha cominciato a essere quella preponderante. Quando sei assistente alla regia, o anche aiuto regista, a meno che non ci sia un rapporto particolare con il regista di creativo non fai niente.

In cosa consiste esattamente l’assistenza o l’aiuto alla regia?
L’assistente o aiuto regista organizza: legge il copione, capisce quello che serve perché di solito conosce bene il regista, parla con lui e concorda la quantità di comparse per una certa scena, il tipo di macchina da presa… Per farlo si relaziona costantemente con la produzione, ma non ha un ruolo creativo. Ciò non toglie che alcuni aiuto registi siano anche bravissimi registi (ma non è detto, al contrario, che un ottimo aiuto regista sia ugualmente abile a dirigere). Lavorare come aiuto regista non è il primo passo di una carriera che ti porterà dietro la macchina da presa. No: fai il regista solo se nel frattempo hai conosciuto e ti sei fatto conoscere, hai dimostrato di essere bravo e di avere idee.

In passato, molti importanti registi hanno cominciato come assistenti o aiuti regia. Penso a Lattuada, per non parlare di Fellini…
Sì, però il contesto storico e produttivo era diverso. Una volta il rapporto con il cineasta era più diretto, era lui che introduceva nel mondo della regia, era un mentore oltre che un maestro.

E poi tutto dipende sempre dal talento dei singoli.
Esatto. Oggi non è come allora, ma anche se fare assistenza o aiuto regia ha più a che fare con l’organizzazione e meno con la creazione, l'esperienza sul set, prima di diventare regista, resta fondamentale: quando scrivi una cosa e la pensi realizzata, poi in realtà hai tutta una serie di difficoltà pratiche di cui devi tenere in conto già mentre scrivi. Così impari a capire se una certa scena che stai immaginando sia fattibile, come puoi farla, come renderla al meglio.

In ogni caso, sei partito come assistente ma già aspiravi alla regia.
Sì. Il primo corto l’ho girato nel 2005: non avevamo una lira e ci abbiamo messo un anno per montarlo, però poi è andato benissimo, è stato subito candidato ai David di Donatello.

Titolo?
Armando. Mi ha fatto vincere dei premi, e grazie a questi ho realizzato il secondo, L’amore non esiste, con una piccola casa di produzione che adesso non esiste più, ma era eccezionale nel seguire i lavori. Anche questo secondo corto è andato molto bene e mi ha permesso di realizzarne un terzo, che aveva a disposizione un budget consistente. Non so se ricordi il progetto Fiducia di Banca Intesa, che il primo anno aveva commissionato tre corti a Salvatores, Olmi e Sorrentino. Dopo ne hanno richiesti altri tre, per ciascuno dei quali questi autori hanno scelto una specie di erede: io sono stato scelto da Salvatores e ho potuto realizzare L'ape e il vento, con Elio Germano e Philippe Leroy. E anche questo è andato molto bene, ha girato moltissimi festival…

Parliamo dei festival: innanzitutto, perché vengano selezionati (nel caso in cui il meccanismo del festival preveda la selezione) è necessario che siano visibili. È fondamentale dunque che ci sia un’efficace distribuzione.
A volte è un’unica entità che si occupa sia di produrre che di distribuire, in altri casi sono due entità distinte, ma non è sempre detto che le persone che ci lavorano sappiano fare bene il loro mestiere. Capita spesso che i registi si auto-distribuiscano e probabilmente non c'è persona che possa promuovere il tuo lavoro meglio di te che l’hai realizzato e ci credi. Importantissimi sono i rapporti umani che hai saputo sviluppare nel tempo. Se ti affidi ad altri, di solito c’è una persona che si dedica al tuo film e alla sua distribuzione.

Possiamo fare qualche nome?
Adam Selo (presente con un corto al medesimo festival in cui abbiamo incontrato Camaiti, ndr), oppure la mia casa di distribuzione, I Film Good: per esempio l'ultimo corto che ho fatto, Mathieu, ha una produzione francese ma questa casa di distribuzione italiana - che si occupa anche di quello di Accorsi, ad esempio. Se cominci a essere selezionato, altri festival vengono a saperlo e così, la prossima volta che invii un tuo lavoro, gli addetti ci prestano più attenzione, conoscono già il tuo nome e quello che hai fatto prima.

[Leggi anche: Anche il debutto registico di Stefano Accorsi al Foggia Film Festival 2014]

Tra i tanti festival di corti, quali sono quelli più importanti e utili per farsi conoscere?
Partiamo dal dire che per fare il lungometraggio, vero obiettivo di tutti gli autori di corti, i festival che ti danno una spinta sono veramente pochissimi. Cioè, tu puoi andare da un produttore dopo aver girato 50 festival minori e averne vinti 20, ma, soprattutto se è italiano, tutto questo non avrà alcun valore. Se invece sei andato a Cannes, e magari solo a Cannes, le porte si spalancano più facilmente.

Oltre a Cannes, quali altri festival fanno da trampolino di lancio?
Il festival di Clermont-Ferrand, la sezione di Venezia, gli Oscar naturalmente, il David di Donatello - ma solo se lo vinci, la semplice nomination conta abbastanza poco. Io sono stato nominato, ma è una cosa che, al massimo, posso ricordare ai miei interlocutori, se necessario, sperando che poi vadano a vedere il mio lavoro come promettono di fare. In Italia manca completamente la logica, altrove invece diffusa, per cui se un produttore incontra un regista che ha qualcosa da dire, un suo universo, un progetto interessante, lo vuole aiutare a realizzarlo perché vuole fare qualcosa insieme che sia buono, significativo. Produttori così, in Italia, ce ne sono pochissimi. Qui funziona un po’ come in quel film di Moretti, dove c'è il regista che dice "No non me li fare vedere i tuoi corti, se no magari cambio idea". La logica prevalente è: quale film conviene fare? Ok, questo. Troviamo i soldi. La qualità, la necessità di quel lavoro, sono aspetti meno primari. Non è detto che un bravo autore di corti sia in grado di realizzare un buon film, però ragionare in termini esclusivi di “questo film è finanziabile, questo film meno”, è riduttivo.

Cosa rende un film finanziabile o meno?
Sono anni che me lo chiedo, non lo so. Sicuramente che sia una commedia, che ci siano degli attori popolari... Però non conosco gli altri elementi.

Tornando a te, siamo arrivati al corto per Banca Intesa…
Dopo L'ape e il vento mi hanno offerto la produzione per realizzare un film che avevo scritto. In realtà avrebbe dovuto essere una co-produzione italo-francese, ma sono mancati i fondi italiani e il progetto è naufragato. Nel frattempo però avevo trascorso un periodo in Francia per imparare il francese e poter girare questo film. Ho vinto la residenza all'Istituto Italiano di Cultura e così sono rimasto e ho scritto un corto, che poi ho realizzato in francese. Una volta concluso anche questo lavoro, mi sono detto che forse era più conveniente provare a fare un primo film a Parigi, piuttosto che in Italia. Quindi adesso vivo e lavoro lì, poi magari tornerò. E il film a cui sto lavorando magari lo farò in Italia, magari lo farò là, magari non lo farò e basta (ride, ndr).

Che consiglio ti senti di dare a una persona che tenta di intraprendere lo stesso percorso?
Di capire esattamente quello che vuole fare, e se lo può fare: questa cosa in particolare è importantissima e troppo sottovalutata.

Bisogna capire se si è capaci di girare un film.
Sì, all’inizio puoi non saperlo, poi provi a lavorare e capisci se sei in grado.

Come si fa a sapere? Tu ad esempio come lavori?
Io ancora non ho capito se sono in grado, non ho un metodo di lavoro, scrivo una cosa che mi va di scrivere e poi la realizzo come mi piace. A volte anche gli altri apprezzano, a volte meno. È molto utile parlare con le persone, confrontarsi, adottare un atteggiamento positivamente critico: guardi un film, dopo ne parli, dici cosa ti piace, cosa non ti piace. Ma soprattutto vale la pena di concentrarsi su quello che piace. Cioè, quando uno vede un film, invece di distruggerlo perché sta a rosica’, questa è la verità, deve scovare le cose valide, capire se ci sono quali sono, appropriarsene per migliorare il proprio lavoro.

È meglio puntare sull'estero o, magari, su una realtà italiana meno saturata, come ha scelto di fare Giuseppe Marco Albano, ritagliandosi uno spazio tra Basilicata e Puglia?
Dipende  dal tipo di carriera che stai facendo, dal tipo di corto che stai girando... Si può procedere per piccoli passi. Io, di solito, realizzo una cosa e la porto in giro, per vedere se piace e a chi piace. Parto da un piccolo festival e punto a Cannes (sorride, ndr). La filosofia dei piccoli passi è molto utile: consolidi quanto hai ottenuto e lo rendi la base per proseguire la costruzione. Io, sull'onda dell’entusiasmo per il successo di miei primi corti, ho girato il primo film, che costava troppo. Oggi non lo rifarei mai. Tornassi indietro, spinto dallo slancio dovuto al progetto con Salvatores, mi muoverei in maniera più saggia, più prudente. Farei un film “sostenibile” e oggi in Italia il film di un esordiente è sostenibile se non costa più di un milione. In generale, cercherei di non usare più soldi di quelli che sono disponibili. In Francia funziona all’inverso: è più facile fare un film da 20 milioni di euro che da un milione, perché se hai un solo milione non hai nessun attore, quindi non hai case di distribuzione interessate a promuoverti. Bisogna muoversi tenendo ben presente il contesto in cui ti stai muovendo. Chiaramente se hai pochi soldi fai un tipo di film diverso, e probabilmente ne risentirà, mentre un film sciocco e inutile può guadagnare qualche punto se il budget a disposizione gli ha permesso di essere girato in maniera tecnicamente valida, con una buona troupe e una buona macchina da presa.

Il tempo a nostra disposizione è terminato. Conclusa l'intervista Massimiliano chiede di non riportare, nell'articolo, eventuali sciocchezze che è sicuro di aver detto. Non ho dovuto tagliare nulla.

 

 

 

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