Ritratto di Annamaria Scali
Autore Annamaria Scali :: 17 Ottobre 2014
Locandina di Class enemy

Recensione di Class Enemy: il pluripremiato Biček porta in classe il suo austero e bravissimo professore Igor Samabor destabilizzando sistemi educativi e (in)capacità di ruolo. Rabbie e sofferenze sono risposte a uno scenario molto più complesso

C’è una sagoma senza volto sulla locandina di Class Enemy, un viso che soffre, ride, parla o si vergogna senza che nessuno lo veda. È l’immagine potente di ciò che il primo lungometraggio del pluripremiato regista sloveno Rok Biček sa essere. Un film che ingloba microcosmi generazionali senza fare distinzioni invalicabili di nazionalità o di cultura.

Il viso in questione appartiene al professore Zupan interpretato dall’eccellente premio Borstnik Igor Samabor: greve e impenetrabile, laconico e (apparentemente) insensibile; un uomo che incarna il ruolo di guida inossidabile e di formatore imparziale con poche, sacre e rigidissime regole.  “La conoscenza non ha nessun riguardo per le situazioni esterne” dice perentorio, mentre scuote l’energia dell’aula intera. È la vecchia severa scuola contro la nuova, quella del XXI secolo dove “comandano loro”, gli studenti. Biček inquadra i risvolti, le loro reazioni, le rivolte di chi si nega ai cambiamenti e alle regole più dure, di chi soprattutto soffoca la propria rabbia in attesa di una scintilla che la faccia schizzare in superficie come lava. Siamo dentro al pretesto, all’interno di un liceo dove all’improvviso viene a mancare la patina accomodante (o noncurante) dei rituali e della quotidianità. Dove il suicidio di una ragazza innesca la ricerca del capro espiatorio, esaspera le tensioni preesistenti e autorizza il dolore a diventare violenza.

In mezzo a tutto questo Zupan diventa l’origine di ogni male(ssere), colui che, mandando in corto circuito alcune consuetudini, porta a galla insoddisfazioni e repressioni della “bella classe” e del corpo docente. Biček fa leva sui trascorsi personali (la morte di una ragazza durante i suoi studi) e sull’efficacia dei dettagli consci e inconsci (individuo, dinamiche di gruppo, sistema educativo) per esprimere i retroscena del suicidio e ciò che si camuffa tra pregiudizi e sedute psicologiche di scarsissimo valore. La camera fissa e scruta, sembra una lente speculare che vuole renderci partecipi dell’ordinario e che attraverso i primi piani ci mette faccia a faccia col problema (emblematica la riunione tra insegnanti e genitori).

Class Enemy è un film corale, morale e fisico; megafono dell’osmosi sociale dilagante, delle solitudini di massa, degli alibi di sofferenza e delle colpe di ruolo. Nessun personaggio presenta una biografia approfondita eppure ognuno di essi è un simbolo dei tempi che cambiano, della falsa empatia protettiva e ovattata con cui si culla l’adolescenza e si creano involuzioni, di futuri adulti incapaci di scegliere e di comprendere se stessi e gli altri.
Quel volto nascosto sulla locandina (ri)guarda le nostre mancanze, le nostre arrendevolezze. Tutti cercano di smussarlo, di comprometterlo, di renderlo simile al proprio, ma “il sistema è logico, matematico, inarrestabile” e per uno che vuole migliorarlo nessuno, purtroppo, vuole vederlo.

Trailer di Class Enemy

Voto della redazione: 

4

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