Ritratto di Fiaba Di Martino
Autore Fiaba Di Martino :: 30 Agosto 2014

Recensione di Ghesseha (Tales) di Rakhshan Banietemad: Un caleidoscopio corale sull'aspra vita di donne e uomini in Iran, in Concorso a Venezia 71. Intento intrigante, ma l'efficacia è altalenante e l'interesse va esaurendosi

Uno sguardo d'insieme attraverso frammenti sparsi, una panoramica polifonica su un paese, una radiografia da esprimere attraverso un collage di volti e storie, un caleidoscopio corale sull'aspra vita di uomini e donne nell'Iran odierno: Ghesseha (Tales) della regista iraniana Rakhshan Banietemad è il quarto film in Concorso a Venezia 71, un viaggio che, sfiorando una serie sfuggente di personaggi, riflette sullo stato delle cose di una terra pervasa da conflitti e contraddizioni.
Si scivola da un carattere all'altro, tramite brevi incroci e inconsapevoli passaggi di testimone: assistiamo al dialogo tra un film-maker e un tassista, all'incontro di quest'ultimo con una donna della sua infanzia, ormai perduta; poi saltiamo da un'anziana madre che vuole aiutare il figlio - in prigione "soltanto per aver difeso le sue idee" - a un impiegato in pensione che si vede trattare a pesci in faccia da uno spudorato superiore. E via così, tra storie d'amore in crisi e storie d'amore in nascita potenziale, soprusi morali e maltrattamenti psicofisici, infine un lampo di fremente desiderio di rivolta sociale che però è già, in sé, fortemente disilluso.

Il mosaico di flash umani composto dalla Banietemad tocca temi e situazioni universali, mostrando le conseguenze dell'amore e della violenza domestica, l'abuso di potere e l'incomunicabilità familiare, sentimentale e generazionale; temi e situazioni che in una nazione come l'Iran, divisa tra giovane volontà di cambiamento e rigido conservatorismo imperante, sono materia incandescente, e nella pellicola trovano uno sbocco altalenante, rivelandosi solo a tratti efficaci. Ad esempio, nel momento quasi tragicomico del confronto tra il pensionato e il funzionario, o nel triangolo tra il marito, la moglie e l'"invisibile" altro, la cui presenza disorienta, schiaccia e infine libera. Ma alcuni segmenti che avremmo voluto approfonditi sfumano nel giro di poche inquadrature (la vicenda di Nargess, sfigurata dal compagno), si fanno didascalici oppure sono dilatati all'inverosimile (il dialogo finale in auto). Ghesseha risulta così sbilanciato nella molteplicità che osserva, e - nonostante l'intento intrigante - l'interesse iniziale e la potenziale efficacia vanno spesso esaurendosi, ed è un peccato.

A conti fatti, il cinema iraniano trova miglior esponente, qui al Festival di Venezia, nell'esordiente Nima Javidi, autore del film che ha aperto la Settimana della Critica, Melbourne: dramma teso e claustrofobico quasi in tempo reale, sul terrore dell'assunzione di responsabilità e una forte tensione morale. In comune, Ghesseha e Melbourne, oltre che un attore (Peyman Moaadi da Una separazione), hanno l'essere rappresentanti di una cinematografia in crescita che, in entrambi, è illuminata dalla (e fa leva sulla) necessità di un cambiamento. Non è poco.

Voto della redazione: 

3

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