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Autore Alessandro Tavola :: 26 Agosto 2014
Locadina Into the storm

Recensione di Into the storm di Steven Quale con Richard Armitage e Sarah Wayne Callies: novanta minuti di grigio, pioggia e digitale, ma la catastrofe non spazza via niente

Pellicole come Into the storm di Steven Quale sono in grado di stimolare l’accidia valutativa in modo quasi spiazzante: nella loro genericità, nell’indolore visione, nel loro somigliare tremendamente all’idea generalista o al pregiudizio possibile dato in base a un trailer o a una locandina, non possono non far scattare di principio meccanismi a loro volta ricalcati e potenzialmente composti  di frasi fatte ed odioso gergo critico. D’altronde, sarebbe a suo modo sublime se si dicesse di un film su un tornado «che lascia il tempo che trova».

Di Into the storm si potrebbe dire che si presenta come un disaster movie e che è nulla di più di un disaster movie. Qualsiasi commento potrebbe esaurirsi qui. Ma si potrebbe anche dire che, in quanto tale, fa il suo lercio lavoro: gli effetti speciali riescono ad essere mai pacchiani e lo spettacolo di distruzione si gode completamente, dall’inizio alla fine, così come i personaggi/figurine (il nerd, il bamboccio, il padre vedovo e glaciale, l’esploratore rude, gli youtuber, e via discorrendo). Novanta minuti sul binario giusto: grigio, digitale e pioggia, dialoghi che potrebbero portare a convincersi di essere chiaroveggenti per quanto prevedibili, colpi di scena tanto puntuali da non essere più tali.

La mano di Steven Quale non porta oltre la naturale attrattiva per i momenti d’azione ben realizzati, non aggiunge niente all’intreccio basilare del film, e il regista si ritrova imputato della maggiore carenza: dopo anni di found footage e una predilezione hollywoodiana generalizzata per il finto amatoriale, è stato in grado di riavvolgere il tutto a un livello inferiore, piatto, per niente ludico con la rielaborazione/degradazione/rinnovo delle immagini, troppo ordinato nelle riprese per creare caos autentico, privo di inventiva davanti alle infinite possibilità della commistione di formati.

Il risultato è una corsa fiacca e lineare, mai grezza quanto potrebbe (e nemmeno quanto dovrebbe), mai monumentale come una catastrofe naturale suggerirebbe. E il cast di sconosciuti non aiuta, anzi: ci lascia ancora più soli davanti all’avanzare della desolazione, mette un vetro troppo spesso tra noi e quell’apocalisse di provincia.

Ma non si può non giudicare Into the storm come un’opera semplice ed onesta (ecco un altro tremendo modo di dire), tanto da lasciare un senso di proiettività nei suoi confronti, mentre giace nelle retrovie dei propri generi d’appartenenza, meno interessante di uno Sharknado, passeggero come un temporale, leggero come una piuma.

Trailer di Into the storm

Voto della redazione: 

2

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