Ritratto di Annamaria Scali
Autore Annamaria Scali :: 15 Ottobre 2014
Locandina di Piccole crepe, grossi guai

Recensione di Piccole crepe, grossi guai: la tragicommedia diretta da Pierre Salvadori con la folle Catherine Deneuve e l’insolito amico Gustave Kervern, pizzichi d'ironia e fragilità emotive dal sapore realistico e mai pesante

Un microfono senza voce, undici intro della band mandate in loop tra i fischi e il cantante che invece di salire sul palco prende un trolley e se ne va: Dans la cour. Nel cortile di Parigi (in italiano Piccole crepe, grossi guai) inizia tutto con l’abbandono delle scene di un musicista che soffre d’insonnia e in silenzio… di molto altro.

Pierre Salvadori dopo avere abituato il pubblico alle storie d’amore in salsa chic francese (Ti va di pagare?) lascia il broncio di Audrey Tautou e gli equivoci sentimentali delle sue precedenti commedie, amplificando una versione matura delle pene della vita nella quale, oggi, l’età, le angosce e i vuoti parlano più di qualsiasi batticuore. Il Cortile con i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi segreti è un po’ l’anima del condominio, nonché surrogato del mondo esterno attraverso cui tornano a casa (o si nascondono) inquilini bizzarri, paure irrazionali e vergogne inconfessabili. Dove soprattutto ciascuno convive col proprio disagio e, nel peggiore dei casi, col senso di ineluttabilità che esso produce. “La sensazione di essere un ramo secco, di non sentire più nulla” si ascolta a un certo punto del film, un punto in cui la folle e simpatica sregolatezza d’inizio lascia il posto ai deliri malinconici e alle “crepe” più profonde: squarci che scavano nella parete in casa e nella mente di Mathilde, una Catherine Deneuve impegnata nel sociale e sopraffatta dalla sua instabilità emotiva. A sostenerla c’è il solo (e solitario) portiere Antoine/Gustave Kervern: protagonista assoluto di questa commedia amara e involontario angelo custode, sgonfiato dall’apatia, ma deliziosamente arguto, qui ex musicista ritiratosi a lento oblio (nella realtà co-regista con Benoit Delepine di alcune eccentriche pellicole come Mammuth).

Dans la cour è uno spicchio di esistenze fatiscenti e di prospettive tragicomiche, ispirate dai turbamenti quotidiani e immunizzate coi metodi più disparati. C’è chi usa oppiacei, chi si affida al misticismo, chi allarma un intero quartiere e chi stringe nuove amicizie. Sono personaggi insieme buffi e tristi, fragili e molesti che cercano di andare avanti. Salvadori stempera l’abiezione e l’epilogo regalando (ove possibile) pizzichi d’ironia, pur senza glissare mai su quel plastico distrutto che diventa l’immagine della felicità che manca (o che non esiste). Del passato dei protagonisti c’è uno scarso riassunto che non aiuta a capirli a pieno o a empatizzare del tutto con loro, ma è sul fondo (del film e del dolore), tra il dualismo (nevrotico e dolce) di questi outsider che il regista conquista l’attenzione. Dans la Cour è il “sussurro del mondo” che si rivela poetico tra i versi di Raymond Carver, si congeda umanissimo dalle scene e riesce a “tornare agli altri” creando dal fango una parete di rose rosse.

[Leggi anche: Mumbai FilmFest: premio alla carriera per Catherine Deneuve]

Trailer di Piccole crepe, grossi guai

Voto della redazione: 

3

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