Ritratto di Annalina Grasso
Autore Annalina Grasso :: 1 Luglio 2014

10 anni fa moriva in solitudine, a 80 anni, in un ospedale di Los Angeles il più grande attore di tutti i tempi, Marlon Brando. Una leggenda, un animo tormentato e autodistruttivo in un corpo esuberante, l’incarnazione della magia della finzione

Marlon Brando

Difficile ricordare un attore senza addurre riferimenti alla sua vita privata, alla sua personalità, ai suoi drammi, ma nel caso di Marlon Brando (Omaha, 3 aprile 1924 – Los Angeles, 1º luglio 2004) è impossibile. L’esistenza del più grande attore di tutti i tempi, il più carismatico, probabilmente il più bello e il più tormentato,il più influente sulle future generazioni di attori, il più pagato, il più odiato, il più amato,è stata segnata da momenti epici ma anche tragici.

Brando è una perfetta declinazione dei tanti tipi umani del Novecento che ha fornito il cinema, un ritratto virile e ribelle del male proveniente dalla fabbrica dei sogni di Hollywood che però, sin dalle sue prime apparizioni sulla scena sconvolge gli addetti ai lavori proponendo performances imprevedibili ed originali. “Greta Garbo al maschile”, dicono. Un no global prima ancora dell’avvento della globalizzazione come ha acutamente notato qualche critico. A detta dei suoi insegnanti di recitazione non ha bisogno di una scuola poiché è  un attore nato, comunica con le sue espressioni ombrose e con il suo corpo esuberante che suscitano “pensieri impuri” nell’America puritana della casta ed educata Doris Day e del gentiluomo Rock Hudson, superando i canoni scolastici. La bellezza del trasgressivo e anticonformista Brando non suscita solo ammirazione ma anche irritazione e ambiguità; Marlon Brando è un attore che sapeva sempre quello che stava facendo, questa è l’arte recitativa. In lui convivevano due anime contrapposte che si riflettevano esteriormente: una bellezza maschia e rozza e al tempo stesso raffinata ed angelica che si prestava benissimo a ruoli complessi  che avrebbe interpretato.

Un tram che si chiama desiderio del 1947, pièce teatrale di Williams (che sarà portata qualche anno dopo al cinema da Elia Kazan avendo come protagonista sempre Brando) in cui l’attore statunitense interpreta il brutale Stanley Kowalsky, già mette in luce questa caratteristica: è il trionfo del metodo stanislavskiano rielaborato all'Actors Studio, è la dimostrazione che il cinema stava cambiando, puntando sull’analisi psicologica del personaggio e su nuovi volti per raccontare anche l’altra faccia dell’America, quella più sensuale, inquieta, erotica, in crisi; l’America di James Dean, Paul Newman, Montgomery Clift e ovviamente Marlon Brando, il ragazzo emerso da un dramma esistenziale che invano ha cercato, prima attraverso l’accademia militare poi con la non meno impegnativa Scuola d’arte drammatica di New York, di dare rigore e disciplina alle sue nevrosi e alla sua personalità contrastata ed irrisolta, i cui motivi andrebbero ricercati nel difficile contesto familiare in cui viveva, con una madre alcolizzata e assente. Sbaglia chi pensa che Brando sia il classico ragazzotto in cerca di un posto al sole, montatosi la testa dovo essere diventato una ricca celebrità. Vi è un'inquietudine di fondo in lui, da sempre.

La carriera cinematografica di Brando inizia con un ruolo duro: interpreta un reduce di guerra condannato sulla sedia a rotelle in Il mio corpo ti appartiene di Zinnemann (1950) per cui si era preparato stando a contatto con dei veri paraplegici, il rivoluzionario messicano paladino dei diritti dei peones Emiliano Zapata in Viva Zapata! (1952) di Elia Kazan, è Marc’Antonio nell’interessante film diretto nel 1953 da Mankiewicz, Giulio Cesare, molto fedele al testo shakespeariano. Nel 1954 nasce il suo mito, con Il selvaggio, di Benedek che consegna alla storia del cinema hollywoodiano uno degli incipit più memorabili: un Brando animalesco, angosciante e tetro, in giubbotto nero, avanza con la sua moto per le strade di una cittadina californiana, a capo di una banda di teppisti. Dello stesso anno sono il dimenticabile Desirèe di Koster dove uno svagato Brando interpreta Napoleone Bonaparte, e il capolavoro firmato ancora una volta da Kazan Fronte del porto che è valso a Brando l’Oscar per la sua interpretazione perfetta del don Chishiotte newyorkese che lotta per l’amore e per la giustizia.

Brando comincia a mal sopportare l’ambiente hollywoodiano e dà giudizi al vetriolo sull’Olimpo delle star: <<una cittadina di frontiera sulla terra del loto, governata dalla paura e dall'avidità>>, ma al contempo proclama la sua colpevole vulnerabilità al denaro: <<L'unica ragione per cui rimango ad Hollywood è che non ho il coraggio morale di rifiutare i soldi>>. Tuttavia trova modo per misurarsi anche con il musical, prendendo parte nel 1955 in Bulli e pupe di Mankiewicz.

Nel 1958 dà ancora una prova di recitazione magistrale in I giovani leoni di Dmytryk, nel ruolo del tenente nazista ma animato da ben altri principi etici Christian Diestl. Nel 1959 è un vagabondo in cerca di lavoro accanto alla nostra Anna Magnani nell’intellettuale Pelle di serpente per la regia di Lumet. Negli anni ’60 l’attore è sempre meno all’altezza della sua grandezza come dimostra anche la sua prima ed unica prova registica I due volti della vendetta (1961), La caccia(1966) La contessa di Hong Kong (1967) di Charlie Chaplin con Sophia Loren. Degni di nota sono i film Gli ammutinati del Bounty (1962) di Milestone che ha rischiato di far fallire la MGM con un  tragico e avventuroso Brando e il sottovalutato Riflessi in un occhio d’oro (1967) di Huston in cui il divo dà le giuste sfumature psicologiche al suo inquieto personaggio. Nel 1969 Brando torna intensissimo seppur a disagio nell’ideologico Queimada di Gillo Pontecorvo, nei panni di un avventuriero colonialista inglese. Comincia il declino del divo che ormai accetta parti in filmacci solo per soldi, nonché a sparare a zero contro gli ebrei potenti d’America, acquista l'atollo corallino di Tetiaroa scoperto (insieme alla futura compagna polinesiana Tarita) durante le riprese de Gli ammutinati del Bounty dove andrà a vivere con la sua bellissima Tarita.

Ma l’imprevedibile Marlon Brando che nella sua luminosa carriera non ha conosciuto mezze misure girando o film stupendi o film bruttissimi (spesso anche comparsate di pochi minuti, ma ben remunerate), risorge dalle sue ceneri e nel 1971 gira per Bernardo Bertolucci il discusso Ultimo Tango a Parigi, o meglio è Brando che detta legge al regista italiano e lui glielo lascia fare. Nel film Brando, che ha dato vita al mito erotico degli anni ’70, presta il suo viso pallido e il suo corpo in declino ad un americano mortifero, in crisi e disperato che stabilisce una relazione intima non solo con Maria Schneider, con lo spettatore e mostrando come l’arte recitativa sia pura seduzione.

Ma Brando non ha finito di stupire. Nello stesso anno si presenta truccato e (non riconoscibile ai produttori ma d’accordo con il regista Coppola) al provino per il capolavoro Il Padrino dove dà vita, con le guance imbottite di kleenex e il mento ombreggiato con il fumo, all’indimenticabile Don Vito Corleone; è impressa in tutti noi la celebre frase pronunciata dal patriarca mafioso <<Gli farò un ‘offerta che non potrà rifiutare>>. Vince l’Oscar che farà ritirare al posto suo da una ragazza pellerossa in segno di protesta contro lo sfruttamento dei depredati indiani d'America. E pensare che il divo dopo aver letto la sceneggiatura del film aveva esclamato: <<Non farò un film che celebra la mafia!>> per poi puntualizzare in un’intervista (una delle poche che rilasciava) che Il Padrino non è un film sulla mafia ma sulle multinazionali americane e i loro rapporti di potere.

Altro declino, altra resurrezione, l’ultima stavolta, ovvero il delirante colonnello Kurtz nascosto nella giungla vietnamita a condurre la sua guerra personale, che esprime, come Brando, il suo dissenso verso la vita attraverso gesti estremi. Il film in questione è l’altro capolavoro di Coppola, Apocalypse now (1979). Brando recita per pochi minuti e quasi al buio (non voleva farsi vedere grasso) dissertando sui concetti di bene e di male, sgusciando noccioline tra i denti e sputando le bucce a fior di labbra. Basterebbe solo questa breve scena a fargli vincere il suo terzo Oscar. Il suo primo piano è un manifesto espressionista: l’uomo che urla il suo tormento, le sue tenebre. Sempre meno interessato al cinema ma ai suoi affari in Polynesia e al suo clan familiare parteciperà a cammei, tra i quali Un’arida stagione bianca (1989), Don Juan De Marco maestro d’amore (1995) con Johnny Depp, Il coraggioso (1997).

Marlon Brando è l’immagine del dissolvimento della follia scenica tra il sembrare e l’essere, della crisi dell’uomo contemporaneo, che ha paura di amare, di mostrarsi vulnerabile, di accogliere l’aspetto “ordinato”, “sano” della vita. Ha dato vita a personaggi introspettivi, nei quali si è immedesimato per poi trasfigurarli nella sua vita, una vita scandita da eccessi, investimenti sbagliati a Tahiti, gaffes, grandi gesti in difesa dei più deboli, generosità, propensioni democratiche e progressiste, gusto e passione per l’esotico (donne comprese) trionfi al box-office, flop, amori tragici (sei donne si sono tolte la vita per lui, altre, tradite e ferite hanno accusato Brando di essere un predatore spietato al quale nessuna donna poteva resistere e che provava soddisfazione nel vederla soffrire per lui. L’attrice di West Side Story, la portoricana Rita Moreno sostiene che Brando le ordinò di abortire), numerosi figli (undici o forse quindici tra naturali e adottati). Difficile conoscere la realtà dei fatti, anche perché come sempre accade ai divi che non ci sono più, si moltiplicano biografie non autorizzate che hanno la presunzione di stabilire la verità, scavando morbosamente nella privacy dell’attore, in virtù di facili guadagni. Di certo vi sono le tragedie familiari: il figlio Christian (avuto con la prima moglie, l’attrice Anna Kashfis è morto dopo essere condannato al carcere per aver ucciso il fidanzato manesco della sorellastra Cheyenne e quest’ultima si è tolta la vita giovanissima.

Non è stato un buon padre Brando come ha ammesso lui stesso durante il processo per l’omicidio del fidanzato di Cheyenne, triste protagonista di una tragedia shakespeariana, ma reale, che negli ultimi anni ci ha consegnato un Marlon Brando ingrassato di 100 kg, solo, a parte qualche amico e collega come Depp e Nicholson che andavano a trovarlo, con i suoi fantasmi e i suoi sensi di colpa, con il suo spirito autodistruttivo, prima di andarsene esattamente 10 anni fa in un ospedale di Los Angeles.Il cinema gli ha dato tutto, la vita gli ha presentato il conto. Perché l’essere artista non può prescindere dall’essere uomo.

Come ha affermato lo stesso Brando: <<Comprendere il pieno significato della vita è il dovere dell'attore, interpretarlo è il suo problema, ed esprimerlo è la sua passione>>. Non ci è riuscito. Riecheggiano invece le battute quasi profetiche di Fronte del porto: dice la ragazza innamorata di Brando: <<Non c'è un briciolo di sentimento, di gentilezza o di umanità in te>>, risponde lui:<<Sono cose che non danno altro che noie>>; e di Apocalypse now:<< Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio. È un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere […] L'orrore ha un volto e bisogna essere amici dell'orrore, l'orrore è il terrore morale ci sono amici in caso contrario, allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici>>.

 

Apocalypse now

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