Ritratto di Ilaria Floreano
Autore Ilaria Floreano :: 23 Marzo 2015

Incontro ravvicinato con uno degli attori più talentuosi, prolifici e di lungo corso della storia, che ci presenta i suoi ultimi progetti tra cui “Batman vs Superman” (sarà il nuovo Alfred) e l’ultimo film di Giuseppe Tornatore, “La corrispondenza"

Jeremy Irons

Jeremy Irons è il moschettiere Aramis e il diplomatico René Gallimard, i gemelli Mantle e il re Leone, il terrorista pazzo e l’innamorato frustrato, l’amante seducente e il seduttore intellettuale: La maschera di ferro, M. Butterfly, Inseparabili, Die Hard, Lolita, Il danno, Io ballo da sola. Sono incredibilmente diversi tra loro i film cui questo raffinato interprete – svezzato dai palchi calcati con la compagnia Old Vic e la Royal Shakespeare Company, dalle esperienze a Broadway e dalla vittoria di Tony Award – ha preso parte a partire dal 1980, anno del suo (non felice, invero) esordio cinematografico con Nijinsky di Herbert Ross (subito riscattato l’anno successivo da La donna del tenente francese di Karel Reisz). Ma da un personaggio all’altro, da una storia all’altra, qualcosa rimane immutato: è il fascino ambiguo, dolce e al contempo crudele, virile e lascivo, che illumina come un lampo gli occhi di Irons. È la bellezza naturale di un uomo che a quasi settant’anni non ha perso un’oncia del carisma che aveva a trenta. In splendida forma, abbigliato come un esploratore alla Indiana Jones, abbiamo incontrato Jeremy Irons in occasione del suo passaggio a Lucca per il Film Festival, dov’è stato invitato a tenere una lezione di cinema, a ritirare un premio alla carriera e a presentare il concerto su musiche composte da Howard Shore per i film di Cronenberg, nel contesto solenne del Duomo di San Martino.

Benvenuto a Lucca, Mister Irons.
Sono molto felice di essere qui: la mia prima visita a Lucca risale a dieci anni fa, quando mi fermai per pranzo sulla strada che da Siena – dove avevo appena finito di girare Io ballo da sola con Bernardo Bertolucci – mi riportava a Londra in motocicletta.

Le piace la città?
Io amo l’Italia! Già dieci anni fa mi ero ripromesso che sarei tornato a Lucca. Ci ho messo più tempo del previsto, ma ora sono estremamente felice di essere qui. Faccio le veci anche di Cronenberg, seppure in maniera indegna, che è tremendamente dispiaciuto di non poter assistere a questa magnifica retrospettiva che gli avete dedicato. Ma sta sempre meglio e sono convinto che prima o poi verrà anche lui qui. Per me è particolarmente significativo essere in questa città, visto che tra i film proiettati c’è M. Butterfly: essere nel luogo in cui è nato Puccini, in cui ha vissuto ed è morto, è per me un grande onore. Non vedo l’ora di visitare la sua casa-museo.

Negli ultimi otto mesi è stato impegnato nell’interpretazione di ben quattro film, due biopic, un film a basso budget e un blockbuster.
È stato un periodo molto intenso, in effetti, ma il risultato sono quattro film che, per motivi diversi, mi rendono orgoglioso.

Cominciamo dal primo, The Man Who Knew Infinity.
The Man Who Knew Infinity è dedicato a un grande e sconosciuto matematico indiano che lavorò a Cambridge nel 1913 e morì di tubercolosi a soli 27 anni. Una persona niente affatto colta eppure geniale, un grande scienziato i cui lavori sono alla base di gran parte dei ritrovati tecnologici di cui oggi molti di noi usufruiscono. Io naturalmente non interpreto il matematico, ma il professore di matematica J. H. Hardy, che ebbe il merito di scoprire questo talento purissimo. Ma questo biopic è particolare, perché supera la storia “scientifica” per dare spazio al confronto tra due modi opposti e complementari di vivere: da una parte abbiamo la sregolatezza calda e scellerata dell’indiano, dall’altra il rigore freddo, tipicamente inglese, del docente di Cambridge. Nonostante ciò, nel film il matematico indiano afferma: “Il mio incontro con Hardy è stato l’evento più romantico nella mia intera esistenza”. Dove il termine romantico non ha la connotazione che oggi gli si dà molto spesso. Credo si tratti più di un’affinità elettiva molto intensa. È un film che mi è piaciuto molto girare, una produzione indipendente curata dagli stessi produttori di Il mistero von Bulow. Il regista è americano, ma ha avuto un approccio e una sensibilità molto “inglesi”.

L’altro biopic cui ha preso parte invece è Race, incentrato sugli eventi realmente occorsi in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936.
Sì, un altro piccolo film, una coproduzione Canada-Germania in cui interpreto il presidente del comitato olimpico che nel 1936 si ritrovò a dover gestire una situazione delicatissima: il governo nazista premeva perché egli impedisse agli atleti americani, di cui faceva parte anche il nero Jesse Owens, di prendere parte alle Olimpiadi. Ma lui resistette, forte dell’idea che sport e politica sono due cose separate e tali devono rimanere.

Il terzo progetto concluso in questo intenso periodo di lavoro è High Rise, girato insieme a Tom Hiddleston e Sienna Miller e ispirato da un libro di J. J. Ballard.
Questo è un film completamente diverso, ambientato negli anni Settanta all’interno di un grattacielo [“high rise” significa proprio grattacielo, ndr] che rappresenta la società britannica del tempo. All’interno del grattacielo i conflitti che caratterizzarono il governo sotto Margareth Thatcher vengono portati all’estremo ed è stato interessante lavorare sulle dinamiche umane che da questi si scatenano. Credo lo presenteremo in anteprima a Cannes.

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Dulcis in fundo, un blockbuster tipicamente hollywoodiano e molto attuale in questa fase dove proliferano produzioni sugli eroi da fumetto: Batman vs Superman, dal regista di 300 Zack Snyder.
Ho un ruolo importante: sono il batman di Batman! [“batman” in gergo militaresco è colui che agisce da ala di protezione, ndr]. Mi sono molto divertito a girare questo film.

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In generale lei è riuscito, lungo tutto l’arco della sua carriera, ad alternare film mainstream e film d’autore, tenendo sempre insieme qualità e visibilità.
Io amo il mio lavoro e amo calarmi in ruoli sempre diversi. Sono inglese, ho una sensibilità europea e non amo le generalizzazioni: sappiamo bene che la maggior parte dei film americani hanno come primaria finalità sbancare il botteghino. E quando fai un film per fare soldi, ciò ha conseguenze sul modo di lavorare, sul tipo di storia e di personaggi che vengono scritti. Ma partecipare a film commerciali mi ha permesso di potermi dedicare anche a progetti più piccoli, che come sappiamo fanno gran fatica a recuperare finanziamenti, cui tenevo moltissmo. Film a budget ridotto che però avevano una loro importanza e talvolta erano girati da autori americani. Statisticamente i film che più rispondono al mio gusto sono concepiti da europei, ma questo non significa che non si producano cose valide anche a Hollywood. Cronenberg per esempio, che è canadese e ha lavorato spesso in America, ha una sensibilità spiccatamente europea.

Parlando di Cronenberg, com’è stato lavorare con lui?
Cronenberg è geniale, una persona assolutamente particolare, con una visione del mondo tutta sua, straordinaria. Ricordo che, all’epoca di Inseparabili, prese un aereo da Toronto a Londra per raggiungermi: “chissà perché” la mia agente si era rifiutata di passarmi il suo script… Così era venuto lui a portarmelo di persona. Leggendolo mi spaventai: già è difficile interpretare un personaggio, figurarsi due, nello stesso film, e per di più gemelli! Ma David non si arrese, mi portò con sé a Toronto e mi fece girare qualche provino. Così scoprii che interpretare i gemelli Mantle mi riusciva facile. A quel punto ovviamente accettai. I primi giorni li trascorremmo a comporre il guardaroba: un giorno facevamo shopping per un fratello, il giorno dopo per l’altro. Mi avevano allestito due camerini distinti, ciascun gemello aveva il suo look. Cominciammo a girare, ma guardando i primi giornalieri mi accorsi che erano terribili: la differenza ottenuta usando abiti differenti era completamente falsa, artificiosa. Si capiva benissimo che erano diversi, ed era il contrario di quello che voleva David! L’idea, infatti, era che i due gemelli dovessero risultare interscambiabili, identici eppure dissimili. Così ho dovuto lavorare a fondo per trovare il modo di distinguerli solo internamente. Come accade per la magia, se conosci il trucco è facile, ma se non lo conosci ecco che accade qualcosa di sorprendente. Una volta imparato a modificare dentro di me l’approccio ai gemelli, questa differenza è risultata, seppure impalpabile, anche sulla pellicola.

Ci può spiegare meglio?
Quando interpretavo il gemello dominante concentravo l'energia nella fronte, che è la sede del pensiero e della rabbia repressa. Quando interpretavo il gemello "succube" invece la concentravo nella gola, che è un luogo più femminile e sensuale, ed è anche il punto in cui si può essere strangolati. Il difficile era quando un gemello voleva interpretare l'altro! Lì mi sono aiutato con la voce.

Incredibile. Tornando a Cronenberg, com'è stato lavorare con lui?
Lavorare con David è stata per me una gioia immensa: ricordo che spesso a fine giornata inforcava un’automobile – che era sempre molto bassa, molto rossa, molto veloce – e mi portava a scorrazzare a tutta birra per le strade di Toronto. Ho un ricordo straordinario dei momenti sul set, anche se a stento riesco a rivedermi sia in Inseparabili che in M. Butterfly. Sono due opere molto intense.

Com’è David Cronenberg in privato?
Quando ci siamo incontrati, qualcosa nei nostri occhi ci ha fatto riconoscere. Siamo tutti e due curiosi, impertinenti e “birichini”, diciamo così. Amiamo entrambi i motori [Jeremy Irons ha partecipato alla Mille Miglia l'anno scorso, e forse replicherà nell'edizione 2015, nonostante "sia una delle cose più faticose che abbia mai fatto", ndr]. È un uomo piacevole. Ho un ricordo assai piacevole di Peter Sushitzky, grande lavoratore e direttore della fotografia. Ho sofferto quando ho visto che Cronenberg non mi convocava più ai suoi casting: ho invidiato Viggo Mortensen. Spero che un giorno David pensi un personaggio che abbia più di… cinquant’anni.

E come regista? Cosa pensa del suo percorso, dalla carnalità dei primi film alla sublimazione che caratterizza gli ultimi?
I film di Cronenberg sono crudi, violenti: anche in quelli apparentemente più convenzionali si sente il suo “odore”, che è un odore di tensione, pericolo, morte. I suoi primi film costituiscono, secondo me, uno scheletro: sono essenziali, già perfettamente completi. Affrontano temi disturbanti. I film che seguono non fanno che aggiungere materia a questo scheletro già perfettamente composto, che in quanto tale rimane invariato negli anni. Questa struttura originante e immutabile è ciò che rende i suoi lavori così riconoscibili, anche quando il sangue viene ricoperto di abiti eleganti. Si sente sempre una certa “stranezza”, la presenza di qualcosa che non torna.

C’è un personaggio a cui è particolarmente legato?
Mi sento più che altro come una stanza vuota, che fino a poco tempo prima era piena di persone: non ci sono più, ma restano le loro tracce. Un profumo, l’odore del sigaro che qualcuno stava fumando, la vibrazione della corda di pianoforte che è appena stata suonata. Quando sto lavorando a un personaggio, questo mi prende, mi consuma, è parte di me. Ma una volta che il film è terminato mi abbandona, ci salutiamo e io torno a essere semplicemente me stesso. Tutti i personaggi che ho interpretato sono stati per un po’ dentro di me, ospiti nella mia stanza, e poi se ne sono andati. Non sono legato tanto ai personaggi, quanto ai momenti di vita sul set. Momenti straordinari, che ricordo con gioia.

In conclusione, possiamo accennare al suo prossimo lavoro? So che incontra Giuseppe Tornatore proprio qui a Lucca in questi giorni.
Sì, ho un pranzo con lui tra poco. È la prima volta che lo incontro e definiremo la storia del suo prossimo film, La corrispondenza. È il terzo regista italiano con cui lavoro, cominceremo a girare alla fine del mese. Per ora posso dire che è una storia d’amore tra due astrofisici e che la mia partner sul set sarà Olga Kurylenko. Non la conosco, ma mi dicono sia molto bella e molto brava.

Grazie Jeremy, lei è stato grandioso in tutti i ruoli che ha interpretato. Ma per me sarà sempre il nobile moschiettiere gesuita, Aramis.
Oh merci, cherie!

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