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Autore Rosa Maiuccaro :: 3 Maggio 2014

Il regista di un film cult come Se mi lasci ti cancello ha discusso ai nostri microfoni la lavorazione del suo nuovo documentario incentrato su una conversazione animata con Noam Chomsky

Is The Man Who Is Tall Happy? di Michel Gondry

Timido, riservato ma anche arguto e spiritoso. Così è apparso ai nostri microfoni Michel Gondry, il cinquantunenne regista dell’indimenticabile Eternal sunshine of the spotless mind - Se mi lasci ti cancello (Oscar 2004 per la miglior sceneggiatura originale). Il visionario cineasta francese è stato ospite alla Berlinale prima e a Roma poi in occasione del Festival del nuovo cinema francese ‘Rendez-Vous’, per presentare il suo nuovo lavoro: Is the man who is tall happy? Una conversazione animata con Noam Chomsky, padre della linguistica generativa. Un documentario è un film ibrido che combina scienza e animazione. Lo vedremo sui nostri schermi in ottobre, distribuito da I Wonder Pictures.    

Quando ha iniziato questo progetto e quanto tempo ha impiegato per realizzarlo?
Ho iniziato la lavorazione nel 2010 e ho impiegato quasi tre anni per portarlo a termine. È stata una produzione low-budget.

Ha mostrato i suoi film a Noam Chomsky prima o durante la lavorazione del documentario?
In verità non conosceva né me né alcuno dei miei film. Però posso affermare con grande soddisfazione che ha rivisto questo documentario ben tre volte. Gli è veramente piaciuto e ha fatto in modo che tutta la sua famiglia e i suoi amici potessero vederlo.

Forse uno degli aspetti più interessanti della conversazione è il suo essere così naif. Era nelle sue intenzioni fin dall’inizio?
Non mi sono mostrato naif più di quanto lo sono. Però credo che sia sempre meglio raccontare le cose in maniera semplice senza girarci troppo intorno e senza macchinare troppo la realtà. È importante per me che le persone recepiscano il messaggio senza che i miei espedienti artistici mi portino a contraddire la realtà.

Coloro che hanno avuto la fortuna di intervistare Chomsky hanno spesso raccontato che durante la conversazione a ciascuna domanda corrispondeva una risposta che non c’entrava niente. Le è capitato?
Certo! È stato difficile impostare una conversazione con lui perché cercavo di ottenere dalle sue risposte quello a cui ero interessato ma non è stato facile stare dietro ai suoi ragionamenti. Per esempio, quando gli ho chiesto dell’ispirazione, a lui interessava prima di tutto parlare degli spinelli e di come molte persone credono che fumarli sia d’ispirazione (ride, n.d.r.).

Perché ha scelto di disegnare la conversazione?
Per me l’aspetto più interessante era guardare l’arte attraverso la scienza. È per questo che ho scelto il disegno come principale forma di espressione artistica nel film. Con Noam poi è stato tutto molto semplice perché lui sembrava avere una sceneggiatura nella propria testa.

Nei film lei gioca sul fatto che Chomsky non capisce le sue domande. Ha avuto realmente dei problemi di comprensione per il suo inglese?
Ci sono stati dei cosiddetti qui pro quo (ride, n.d.r.). Delle volte credevamo di esserci capiti ma c’erano dei misunderstanding. Questo succede spesso anche quando giro i miei film. All’inizio della carriera questo per me era molto frustrante, ora ho capito che può capitare quando si parlano lingue diverse.

Lei crede di dovere delle spiegazioni al pubblico sui suoi film o di doverlo lasciar libero di comprendere ciò che vuole?
Sono costretto a spiegare i miei film per promuoverli ma mi piacerebbe davvero non doverlo fare. Credo però che per un film come questo sia importante dare delle spiegazioni perché il confronto può essere utile e arricchente. Alle volte è utile per un processo di introspezione, altre è stancante e fastidioso.

Se lei dovesse immaginare una conversazione come quella con Chomsky con un grande letterato od un filosofo del passato come Sartre o Camus, chi le sarebbe piaciuto intervistare?
Sicuramente non Sartre ma Camus molto. Ma anche Einstein o Newton. Sono affascinato dal confronto tra scienza e filosofia che ci fu nel ventesimo secolo. Però sento anche che i filosofi francesi del secolo scorso non erano poi tanto in linea con i tempi.

È stato difficile per lei il confronto con un altro creativo?
Qualche volta. Mi sono preoccupato di non sembrare manipolatore. Ho fatto dei piccoli esperimenti ma poi ho lasciato che la conversazione prendesse la piega che doveva prendere liberamente e così la direzione del mio documentario. Poi Noam era molto spontaneo, non si preoccupava minimamente della telecamera e continuava a parlare anche quando era spenta.

Nei suoi film la fantasia e l’elemento magico hanno sempre un ruolo chiave. Come è riuscito ad integrarli in un documentario?
È stato un progetto totalmente basato sulla creatività e quindi mi sono molto divertito. Per esempio mentre lui parlava di sua moglie, io ho pensato: “voglio fargli un regalo, farò rivivere sua moglie nel mio documentario.” Sono riuscito a mettere sullo schermo tutte le visioni che scaturivano nella mia mente al suo racconto tramite l’espediente del disegno.

È stato difficile convincere Noam Chomsky a prendere parte a questo progetto?
No, assolutamente perché si tratta di una persona molto aperta e rilascia sempre molte interviste. Con lui non sai mai dove andrà a parare perché è veramente imprevedibile. Sfido chiunque a confrontarsi con lui. A 86 anni ha la lucidità sufficiente per mettere a tappeto un ventenne.

Negli ultimi anni molti registi hanno combinato l’animazione e il documentario.
Vuole dire che la mia idea non è poi così originale? (ride, n.d.r.).

Niente affatto. Mi chiedevo se avesse ammirato Valzer con Bashir di Ari Folman o Persepolis di Marjane Satrapi?
Devo assolutamente vedere Valzer con Bashir ma ho visto Persepolis e mi è piaciuto moltissimo. Sono contento che questa tendenza stia diventando sempre più popolare perché all’inizio era impossibile prendere informazioni sul cinema di animazione sperimentale visto che siamo distanti anni luce dai prodotti Disney.

Che tipo di rapporto ha instaurato con Noam Chomsky durante la lavorazione del documentario?
Le faccio un esempio. Una volta mi ha detto che quando è morta la moglie si è chiesto chi gli avrebbe comprato i vestiti adesso? (ride, n.d.r.) A quel punto ho pensato di regalargli un maglione ma non ho osato fino alla fine delle riprese.  Quando l’ha ricevuto ne è stato veramente felice e mi ha ringraziato con molto entusiasmo.

Is the man who is talking happy? (gioco di parole sul titolo del film, traduzione: L’uomo che sta parlando è felice?, n.d.r.)
Mi piacerebbe essere così alto (sempre in riferimento al titolo del documentario e allo spessore intellettivo di Chomsky).

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