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Autore Andrea Chimento :: 20 Luglio 2015

Il regista iraniano Jafar Panahi tornerà nelle nostre sale a fine agosto con “Taxi Teheran”, premiato a Berlino

Taxi Teheran

La situazione esistenziale in cui si trova Jafar Panahi, si sa, è tutt’altro che rosea: nell’ottobre del 2010 il grande regista iraniano venne condannato a sei anni di reclusione per aver protestato contro il regime del suo paese. Gli venne inoltre preclusa la possibilità di girare film per vent’anni. Nonostante il divieto, Panahi, pur costretto agli arresti domiciliari, ha continuato a lavorare in semi-clandestinità firmando ben tre pellicole. 
Con This Is Not a Film (2011) ruppe il suo silenzio, raccontando la sua situazione, le speranze e il desiderio di continuare a fare cinema. Questo lungometraggio venne presentato al Festival di Cannes, arrivato dall’Iran grazie a una memoria digitale nascosta in una torta di compleanno.
Due anni dopo, a Berlino, porta in concorso Closed Curtain, realizzato insieme al suo assistente Kambuzia Partovi. 
Pur girato tra le mura domestiche, questo film parla di cinema in maniera efficace, ragionando sul rapporto tra realtà e finzione, riuscendo a divertire ed emozionare con una sceneggiatura ricca di spunti importanti.
Infine, il suo ultimo lavoro, Taxi Teheran, riflessione sulla capitale iraniana al giorno d’oggi, con Panahi che gioca anche di fronte alla macchina da presa nei panni di un tassista.
Vincitore dell’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino, il film arriverà nelle nostre sale a fine agosto ed è l’ennesima dimostrazione di come il fare cinema non sia una questione di soldi, permessi o grandi troupe, ma soltanto di idee.

[Leggi anche: "Taxi" di Jafar Panahi, Orso d'oro a Berlino: disponibili due nuove clip]

Quelle idee che a Panahi non sono mai mancate, a partire dai suoi primi lavori Il palloncino bianco (1995) e Lo specchio (1997), realizzati prima di dirigere il celebre Il cerchio (2000), vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia.
Tutti film le cui locandine vengono osservate dallo stesso Panahi in Closed Curtain come fossero fantasmi di una vita precedente.
E ancora in Oro rosso (2006), summa dell’essenzialità stilistica dell’autore, e in Offside (2010), magistrale riflessione sull’assenza di libertà per le donne iraniane, la sua grande forza visiva e drammaturgica trova la definitiva maturità: sono gli ultimi due film realizzati prima dei fatti del 2010, ennesimi titoli da studiare, passati in Italia troppo rapidamente, e da (ri)scoprire prima di trovarsi di fronte a Taxi Teheran, nuovo tassello di un mosaico in cui è il Cinema a essere sempre protagonista. Perché l’arte non si può imprigionare e Panahi ne è una delle massime dimostrazioni viventi.

 

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