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Autore Rita Andreetti :: 28 Febbraio 2016

La politica restrittiva di Xi Jinping colpisce ancora: i contenuti provenienti dall’estero con diffusione online e i recenti successi cinematografici provenienti da Hong Kong e Taiwan, sono il nuovo bersaglio

I cinque registi di Ten Years

Febbraio è stato un mese di scossoni per gli equilibri del grande mercato della Cina. Xi Jinping ha deciso di rendere ancora più ferrea la regolamentazione che interessa la distribuzione di contenuti esteri in rete. A questo si affiancano le recenti prese di posizione sulla distribuzione di film hongkongesi e taiwanesi che si sono distinti al botteghino o nei festival.

Sarà il SAPPRFT (State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television) a controllare da vicino la pubblicazione online di libri, mappe, musica, cartoni animati, videogiochi, “testi riflessivi” e altri contenuti provenienti dall’estero, a partire dal mese di marzo; non è chiaro, non è volutamente chiaro, se questa regola sia da riferirsi a contenuti distribuiti in Cina oppure presenti su server cinesi. Inoltre, le compagnie locali che hanno collaborazioni con aziende estere, devono altresì riferirsi a questa procedura. Per quanto riguarda le compagnie locali che producono contenuti creativi per la pubblicazione online, si dovranno sottoporre a nuove trafile per l’approvazione del loro operato e in aggiunta avranno accesso obbligatorio ai soli server locali. Grandi mostri come Apple o LinkedIn, per citarne due, nell’attivare collaborazioni in loco e cercare di avvicinare le rigide regole cinesi, hanno già scelto di spostare i propri contenuti su server locali.

In questo senso, non si tratta solo di un ennesimo legiferare contrario alla libertà di espressione che avrà ripercussioni sull’armonia nella produzione di contenuti creativi e sulla diffusa “ansia da censura”. C’è inoltre una strategia votata a lasciare le stesse leggi in un limbo interpretativo, per far sì che l’organo incaricato, o peggio, il funzionario di turno, applichi/valuti a proprio piacimento e senza chiarezza le maglie larghe del Verbo.

La Cina si sta dimostrando sempre più preoccupata dall’influenza che il contenuto online ha sul suo enorme pubblico di cybernauti (si parla di 700 milioni di users); e si sta dimostrando via via più crucciata dalla possibilità che questi contenuti, che sfuggono alle maglie del Great Firewall per vie traverse, possano avere una “influenza negativa” sul proprio popolo.

A questo proposito, Xi Jinping non ha tardato a prendere netta posizione cinematografica. Ten Years, un piccolo prodotto di Hong Kong co-diretto da cinque registi (Ng Ka-leung, Jevons Au, Chow Kwun-Wai, Fei-Pang Wong e Kwok Zune), stava riempendo le sale della penisola quando è stato improvvisamente cancellato dalla programmazione. E poiché previsto ai prossimi Hong Kong Film Awards, il governo continentale si è subito premurato di interrompere la collaborazione tra CCTV e il festival, bannando così a tutti gli effetti l’evento sugli schermi nazionali. Il film è stato accusato di diffondere un “virus” nella mente degli spettatori, dal momento che attraverso cinque cortometraggi, racconta della possibile Hong Kong del futuro, tra dieci anni appunto, quando dovrà rispondere da vicino al controllo della libertà da parte dello stato cinese.

[Leggi anche: Cinque film (improbabili) che sono stati banditi in alcune parti del mondo]

Per essere poi sicuri che questo “virus” non rientrasse in Cina da altre parti, anche la visione dei Golden Horse Film Awards di Taipei pare incontrerà qualche difficoltà alla prossima edizione di novembre; guarda caso immediatamente dopo l’elezione di Tsai Ing-wen, notoriamente indipendentista. La notizia non è stata ancora ufficialmente confermata dalle due parti, ma non stupirebbe se dovesse rientrare nell’enorme campagna di collasso espressivo a cui la Nuova Cina sta andando inesorabilmente incontro.

Trailer di Ten Years

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